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NewFabric. Viaggio dentro ecosistemi collaborativi

In Ponti di vista on luglio 3, 2016 at 1:46 pm

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(Articolo pubblicato in ImpactBlog, spazio di approfondimento all’interno del sito del quotidiano L’Adige)

E’ abusata la formula – spesso utilizzata e resa famosa tra gli altri da Zygmunt Bauman e Aldo Bonomi – che definisce il periodo che stiamo vivendo come la fase “tra il non più e non ancora”. Capire cosa c’è nel mezzo, in questa fase di transizione così complicata e conflittuale – è sfida che fa tremare i polsi. A mettere un po’ d’ordine, facendo dialogare “pratica e grammatica” tra storie d’innovazione e analisi dei contesti, è una nuova collana – denominata NewFabric – edita dalla casa editrice Pacini e che ha in “Fabric” la sua prima uscita. Un libro scritto a più mani, e curato da Carlo Androgini e Luca Bizzarri – che indaga i linguaggi e gli strumenti utili al cambiamento dentro il mondo del lavoro e dell’impresa, dell’azione comunitaria e cooperativa e (perché no) dei nuovi orizzonti della governance politica. Proprio con i due curatori abbiamo deciso di scambiare quattro chiacchiere prima di incontrarli alla presentazione del volume, prevista presso Impact Hub Trentino il prossimo 12 luglio alle 18.30.

A chi é venuta l’idea di una collana di questo tipo?
Carlo Andorlini. I due curatori del primo libro Fabric (io e Luca Bizzarri), sono anche le persone che hanno avuto l’idea della collana. Poi a stretto giro di mail (mail diciamo…“automotivanti”) il gruppo si è allargato, componendo così di fatto anche l’attuale direzione di collana che proprio nell’idea fondativa voleva – e vuole – rappresentare più mondi capaci di parlare di un filo rosso comune legato ai temi dell’innovazione e dei sistemi di collaborazione.
E quindi Università, Pubblico, Economia civile e Sociale insieme, in questo spazio di potente contaminazione, per incontrarsi e misurarsi in un lessico comune in grado di disegnare possibili teorie, modelli e visioni di sviluppo locale. È chiaro che tutto questo (dall’idea alla costruzione del gruppo fino ad arrivare alla costituzione della Collana), è diventato realtà grazie alla grande sensibilità e disponibilità della casa editrice Pacini di Pisa che da subito ha creduto nel progetto.

Perché NewFabric? 
Luca Bizzarri. Innanzitutto per una questione di continuità con il lavoro che avevamo iniziato con il procedente volume edito sempre dalla Pacini e che si intitolava NEW – Visioni di una generazione in movimento. Ma non solo. ‘New’ infatti rimanda allo stato dell’essere in progress, del non ancora determinato perché in evoluzione, dell’alternativa che cerca spazio nel contesto. L’obiettivo è cercare e dare spazio a realtà e situazioni innovative, non riconosciute dai quei sistemi istituzionali che tradizionalmente sono assunti come legittimanti. Dare spazio, quindi, ad altri punti di vista e realtà alternative e positive che vogliono incidere sullo sviluppo del territorio abitato e dell’intero sistema Paese in ottica di promozione dell’interesse individuale, ma anche dell’interesse generale. Protagonisti di un’Italia reattiva che contribuiscono con il loro fare a una costruzione condivisa e partecipata del concetto di bene comune. ‘Fabric’ è propriamente questo luogo. Un luogo del fare, del muoversi indipendente in assenza del riconoscimento, un luogo di produzione, di comunità di persone con diverse competenze per uno stesso obiettivo.
Persone unite dalla comune idea del faber ovvero dell’artigiano, dell’artefice (colui che muovendo crea un cambiamento nella società in cui opera). La collana si rivolge proprio a questo prototipo umano del novus faber che caratterizza sempre più le carriere del presente.

“Il mondo nel quale sono cresciuto mi ha abituato al cambiamento come rischio continuo…” Si parla di cambiamento come di fattore generatore di incertezza. Termine sfuggente, così come bene argomenta Bertram Niessen nell’introduzione al testo. C’è una definizione alla parola cambiamento o possiamo solo intenderlo come un atteggiamento, una sfida costantemente aperta?
Carlo Andorlini. Le riflessioni su quali definizioni dare alla parola Cambiamento fanno riferimento essenzialmente a due modi di interpretare la parola che ne danno anche il significato: Mutazione e Ritrovamento.
La prima. Il cambiamento è “mutazione” perché l’attenzione alla parte innovativa e evolutiva di quei pensieri e idee (che anche in Fabric si ritrovano) parte dal presupposto che i sistemi già esistenti non devono essere sostituiti ma anzi è proprio da lì che dobbiamo partire (o ripartire) per generare quella contaminazione fondamentale oggi fra la parte consolidata dei sistemi esistenti e le innovazioni che i processi di avanguardia portano in dote.
La seconda. Il cambiamento è “ritrovamento” perché oggi le cose “nuove” che stiamo vedendo e che ci stanno appassionando passano da dimensioni legate a modi di stare in comunità, riferiti al passato. Del resto la condivisione, la fiducia, la relazione fra persone per il raggiungimento di un obiettivo sono modelli di comportamento e sistemi relazionali che oggi presentiamo con versioni innovative e avvincenti, ma hanno di fatto molto a che fare con modelli di prossimità del passato.

Contesti. É da poco terminato il Festival dell’Economia, quasi interamente dedicato alla “geografia economica”. C’é chi come Filippo Moretti ha dedicato gran parte della propria ricerca al tema dei contesti produttivi innovativi e delle loro ricadute verso l’esterno. Quali sono i contesti che avete preso in considerazione è come li avete analizzati?
Carlo Andorlini. Troviamo assolutamente centrale il tema scelto quest’anno dal Festival dell’Economia. Infatti per noi i contesti produttivi innovativi sono quei luoghi in cui si pratica la collaborazione in forma permanente e finalizzata. La si pratica attraverso la necessaria collaborazione orizzontale fra sistemi diversi. Nel libro a più riprese e in più occasioni facciamo riferimento a contesti specifici che stanno sperimentando questi approcci (attraverso degli eventi vedi Macomer nel capitolo di Andorlini o Genova in quello di Marocchi, o attraverso dei processi vedi le Officine Libere a cui fa riferimento Enrico Fontana, o attraverso un cantiere permanente di collaborazione a Rieti come ci raccontano Russo-Prevete…tanto per fare solo alcuni esempi).
Data l’impostazione del libro, che vuol rappresentare una cornice di riferimento lasciando poi a altre pubblicazioni successive un lavoro di specifico approfondimento di alcune esperienze, in tutte le situazioni individuate l’analisi è legata almeno a un paio di punti in comune. Prima di tutto da una partecipazione diretta al contesto e processo raccontato da parte di chi scrive che permette una visione sufficientemente oggettiva e poi da una conseguente osservazione sul campo (sempre di chi scrive) che individua indicatori legati all’impatto sociale e alla crescita di prassi collaborative nei cittadini e/o partecipanti al processo raccontato.

Condivisione, comunità, ibridazione, orizzontalità, processi, complessità, relazioni. Queste sono alcune parole chiave che emergono dal vostro libro e dalla vostra osservazione. Ma a che punto siamo della transizione che ci dovrebbe – si spera – portarci fuori da un modello di sviluppo economico che “palesa ogni giorno di più e in maniera sempre più netta il proprio fallimento”?
Carlo Andorlini. Non è facile stabilire quali siano i tempi per una vera e propria affermazione di un modello alternativo costruito sui temi della condivisione, collaborazione e orizzontalità Però di certo si può affermare già oggi che questa narrazione non è più perdente o minoritaria come lo è stata in passato.
Questi termini, che poi rappresentavano e rappresentano modi di concepire lo sviluppo economico sociale e culturale di un contesto, non sono nuovi ma la differenza con il passato è che prima rappresentavano una appendice opzionale e marginale di una dimensione legata al pensiero innovativo oggi invece cominciano a affermarsi come capisaldi per immaginare un cambiamento. E soprattutto prima erano patrimonio di un certo mondo soltanto (economia sociale, no profit, ecc.) oggi sono familiari a un mondo economico e sociale molto più vasto e se vogliamo anche multiforme.

Il rapporto tra pubblico e privato. Terreno di riflessione aperto da anni sembra essere entrato oggi in una fase matura per tentare di trarre qualche conclusione. Voi definite un nuovo ruolo per il pubblico (una sorta di facilitatore per la creazione di ecosistemi favorevoli). Mi è meno chiaro, o forse semplicemente ha una molteplicità di sfumature maggiori il ruolo del cittadino o dei gruppi di cittadini. Come descrivereste questo ruolo e il cambio di paradigma in corso rispetto alla fase sociale e culturale precedente?
Luca Bizzarri. È fuor di dubbio che cittadini e cittadine hanno un ruolo fondamentale in questo processo. O meglio direi che rispetto al passato acquistano finalmente un ruolo all’interno di questo processo. In questo cambio di paradigma (che nel volume abbiamo chiamato modello diffuso di azione pubblica) si determina una ridefinizione dei rapporti pubblico/privato. Non più, quindi, una funzione di servizio del pubblico rispetto al privato, ma di vera e propria collaborazione. In questa prospettiva il cittadino, singolo o associato che sia (come dice la nostra Costituzione), è chiamato a prendere parte al processo e l’ente pubblico è tenuto a coinvolgere e considerare l’apporto del cittadino. Tutto questo in teoria. Rimane poi la dura consapevolezza che non sempre ai propositi corrispondono le azioni. Lo dico con spirito costruttivo. Se il nuovo paradigma ci convince allora dobbiamo tenere sempre acceso il confronto affinché l’ente pubblico faccia attenzione a non escludere coloro che non sempre sono nelle condizioni di poter partecipare. Prendere parte è difficile così come è difficile che una struttura così tradizionale, come è l’amministrazione pubblica (ma non solo), possa improvvisamente cambiare atteggiamento e diventare naturalmente inclusiva. Ecco perché il cambiamento non è facilmente definibile; si tratta di un dato di fatto verso il quale possiamo decidere di reagire in un modo piuttosto che in un altro. È uno di quei casi in cui la definizione annulla la ragione stessa della parola. Penso anche all’inflazionata “innovazione”: dare una forma stabile all’innovazione vuol dire superarla e trasformare in tradizione ciò che ieri era percepita come innovazione.                 

 Avete scelto contesti locali e nazionali come punti di osservazioni privilegiati. I primi “avvantaggiati” dalla prossimità, dall’essere quasi naturalmente contesti di comunità. I secondi appaiono oggi in difficoltà, esperienze novecentesche che faticano a stare al passo della globalizzazione. Manca un tassello che vive oggi un momento di grave difficoltà: l’Europa. Vi siete chiesti perché quel contesto invece di diventare soggetto fondamentale nell’affrontare in maniera diversa la crisi (o le crisi) da questa è invece reso così fragile?
Luca Bizzarri. La narrazione che abbiamo intrapreso ha proprio questa direzione che potremmo definire con uno slogan non nuovo “dal locale al globale”. Dove però il globale è sempre meno esteso rispetto a qualche anno fa, dove i confini che pensavamo definitivamente abbattuti tornano a ergersi sia materialmente (Brennero) che nella percezione di appartenere a una realtà europea (Brexit). Anche in questo caso il cambiamento va letto e affrontato nelle piccole dimensioni. L’Europa è consapevole di questo fenomeno. Non a caso l’Unione ha fondato la propria strategia 2014-2020 per la politica di coesione sul principio del community-led development (ne avevo scritto qualche tempo fa su Salto.bz). Il ritorno alle piccole comunità è una risorsa nel momento in cui l’Europa si è resa conto che oltre al mercato unico c’è di più. I valori europei non possono per fortuna essere sintetizzati in procedure uguali per tutti. La burocrazia ha bisogno di certezze e vie sicure mentre cultura e valori di riferimento seguono strade di diversità e apertura verso il nuovo. Non a caso sono i giovani ad essere più affezionati all’Europa! 

Storie di ecosistemi. È vero che gli esempi da soli non bastano e che non esistono (se non in rarissimi casi) modelli esportabili. Eppure sapere che “si può fare” genera un effetto emulazione positivo, contagioso. Ci raccontate due storie che vi hanno particolarmente colpito durante il lavoro di composizione del libro? 
Luca Bizzarri. Per rispondere a questa domanda cito due degli autori del libro Tommaso Sorichetti e Salvatore Rizzo, allo tesso tempo osservatori e artefici di interventi che hanno portato a un cambiamento sul territorio: la cooperativa Puntodock di Ancona e la cooperativa Birrifico Messina. La prima è una cooperativa sorta nel 2010 e fondata da un gruppo di giovani che si sono trovati intorno all’idea che le decisioni importanti all’interno di un’organizzazione o di una comunità non potessero essere prese da pochi, ma dovessero essere condivise cogliendo l’intelligenza e la capacità delle persone. Sono diventati per questo motivo consulenti per cavalcare l’onda del cambiamento migliorando la partecipazione della cittadinanza, per fare profitto ma ponendo attenzione alle ricadute sociali delle attività. La seconda è una storia di riscatto di un territorio, quello messinese, e di una quindicina di ex dipendenti di un grande produttore di birra che decide di chiudere lo stabilimento nella città siciliana per questioni economiche. La reazione dei dipendenti punta al locale con l’apertura nel 2013 di un’impresa che non si limita solo a produrre birra, ma a renderla un bene di relazione con il proprio territorio perché rappresenta un bene di qualità e allo stesso tempo perché restituisce lavoro e dignità a quindici conterranei.  

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