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Quando “parlare come si mangia” può diventare pericoloso

In Ponti di vista on agosto 10, 2016 at 8:34 am

lost-places-1549096_1920Breve controreplica all’intervento (lo trovate a fondo pagina) a firma di Rodolfo Borga, pubblicato sul Corriere del Trentino lo scorso 6 agosto.

Non mi aspettavo che Rodolfo Borga fosse d’accordo con me. Il fatto poi che non condivida le idee da me espresse e le possa – a suo modo – criticare non solo fa parte della normale dinamica democratica, ma anzi dovrebbe essere caratteristica fondante di un contesto politico vivace. Peccato che la sua sia a oggi l’unica risposta a una riflessione, quella che ho abbozzato qualche giorno fa, che chiama invece in causa una vasta platea di potenziali interlocutori all’interno della comunità trentina. In queste poche righe – senza alcun obiettivo polemico – cercherò di proporre tre questioni che a mio modo di vedere emergono dalle parole di Borga e che meritano di essere riprese e commentate. Tre temi che, è bene dirlo, vanno ben oltre quelli da me affrontati e dovrebbero farci riflettere sullo stato di salute della politica, trentina e non solo.

La forma e la sostanza. Ammetto che mi sarebbe piaciuto – e rimango disponibile in qualsiasi momento per un confronto – trovare nella replica del Consigliere Borga argomentazioni che si soffermassero maggiormente sul merito delle questioni da me proposte piuttosto che limitarsi a una critica alla forma, allo stile del mio scrivere (ci tornerò dopo) o alla pratica dell’occupazione. Non vorrei che al consigliere – e più in generale alla classe politica trentina – fosse sfuggito che per quanto riguarda una nuova fase nella gestione creativa di spazi pubblici e privati nei contesti urbani non siamo più  al momento del “se” ma del “come” agire in maniera innovativa, per l’attivazione di collaborazioni con le reti cittadine. E – piaccia o no a Borga – il fenomeno delle occupazioni (in tutto il mondo) ha rappresentato un’avanguardia che ha intercettato con anni di anticipo un processo che oggi è, fortunatamente, inserito nelle agende istituzionali come funzionale allo sviluppo economico, sociale e culturale. Avrebbe potuto – se non si fosse dedicato a lungo alla pratica della personalizzazione, denigratoria nei miei confronti, del confronto politico – sottopormi una serie di domande che andassero a stressare il mio punto di vista. Quali potrebbero essere gli indicatori per valutare l’impatto sulla comunità di uno spazio recuperato? Quali le caratteristiche del rapporto tra pubblico e privato nella riqualificazione? Quali le ricadute – anche occupazionali – di un intervento che agisce su un patrimonio immobiliare altrimenti “in perdita”? Nulla di tutto questo, e da questa assenza derivano altre due brevi riflessioni.

Il “popolino” abbandonato da chi lo vorrebbe rappresentare? C’è un passaggio nello scritto del Consigliere Borga che fa riferimento al presunto trattamento di favore per “anarchici e occupanti di edifici di proprietà altrui” (che confusione!) e che gioca la carta della contrapposizione tra gli interessi garantiti di pochi amici dei potenti e quelli, invece costantemente vilipesi, di commercianti e cittadini onesti. Non è un ragionamento particolarmente nuovo e sconta un eccesso di “autoassoluzione” proprio da parte della categoria che Borga rappresenta, quella dei politici. Dato per scontato – è la storia che lo insegna – che sono proprio i processi conflittuali (animati da alcuni, in nome di idee e rivendicazioni che sentono proprie e non più prorogabili) ad aver generato le evoluzioni più avanzate dei valori fondanti della nostra società. La democrazia. La libertà. I diritti sociali e civili. L’uguaglianza. Sarebbe proprio compito di chi la politica la fa dentro le istituzioni quello di interpretare le spinte che dal basso emergono, trovando il modo di farle diventare patrimonio di un’intera comunità e non il privilegio di pochi. Questo discorso vale per l’uso di un immobile abbandonato così come per qualunque altro tema che garantisca a una comunità maggior coesione sociale oltre che condizioni e opportunità di vita e di convivenza migliori.

Il pericolo del “parlare come si mangia”. C’è un ultimo aspetto che voglio toccare e forse è quello che maggiormente mi ha colpito. Rimanendo nella metafora culinaria usata per contestare l’eccessiva complessità della forma scelta per il mio testo (“consiglierei di scrivere come mangia”) tengo a segnalare al consigliere che se oggi la “cucina” della politica ha un problema è quello che circa metà degli avventori/elettori rimandano indietro qualsiasi piatto proposto perché lo trovano immangiabile e una quantità sempre crescente di popolazione è così assuefatta a ricette/linguaggi realizzate con prodotti scadenti – odio, rancore, violenza, superficialità, ignoranza, malafede, opportunismo, disonestà intellettuale, sciatteria – da ritenere quel menù consono e replicabile nella vita di tutti i giorni, componendo i tratti di un dibattito pubblico schizofrenico e velenoso. L’ambizione di risultare comprensibile a tutti e di aprire l’arena politica anche la componente più “popolare” della cittadinanza non giustifica la sottrazione della classe politica dal ruolo di avanguardia – anche e soprattutto culturale – laddove i fenomeni che ci circondano hanno sempre più bisogno di letture complesse, di analisi non banali e di traduzioni efficaci ed elaborate. Potrà sembrare utile e produttivo (di effimero consenso) continuare a far “dialogare le pance”, descrivendolo come approccio più genuino e sincero, eppure – seppur in pochi sembrano rendersene conto ancora – proprio in questa deriva triviale del pensiero politico si possono leggere i sintomi più evidenti della crisi anche di coloro che di questo stile hanno fatto la propria bandiera.

Credo che, in fin dei conti, continuerò a scrivere e parlare come meglio riesco, rispettando come unici criteri di valutazione l’onestà e l’indipendenza intellettuale che ogni percorso che ho affrontato nella mia vita mi ha aiutato a costruire prima e a difendere poi.

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