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Turismo esperienziale. Un’opportunità per territori e comunità.

In Uncategorized on settembre 3, 2016 at 12:40 am

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(articolo pubblicato all’interno del blog ImpactBlog, curato da Impact Hub Trentino sull’edizione online del quotidiano l’Adige)

Riprende la settimanale programmazione di ImpactBlog ma – inutile mentire, nessuno ci crederebbe – lo sguardo è ancora rivolto alla coda dell’estate che vediamo sfuggire alle nostre spalle. Gli ultimi momenti passati leggendo un libro in spiaggia o a mettere un passo dopo l’altro verso i rifugi d’alta quota. Tralasciando il dibattito generato dalle recenti vacanze trentine di Eros Ramazzotti (volendo ci sarebbe molto da discutere sugli effetti – spesso nefasti – collegati al marketing che si vorrebbe attivare attorno all’immagine dei cosiddetti VIP) e la valutazione degli impatti dei ritiri calcistici sulle località che li ospitano, sul tavolo rimane il bisogno di capire quali possano essere – dati i cambiamenti economici, sociali e culturali in atto – le traiettorie possibili e desiderabili per il turismo alpino. Questa riflessione, da fare al netto di proposte ecologicamente sempre meno sostenibili (vedasi il turismo “di massa”, o la crescita infinita del numero delle seconde case nei decenni a cavallo della fine del millennio) e dentro un mutato contesto organizzativo e promozionale (ad esempio la crescita della piattaforma AirBnB e simili), richiede di concentrare da un lato l’attenzione sul mutato sguardo del turista nei confronti del territorio – più attento, più curioso alla relazione con esso – e dall’altro il ruolo stesso dei territori, luogo privilegiato dell’emersione di competenze e unicità, della messa in comune delle conoscenze e delle strutture a disposizione. La montagna è viva (così come certificano dati e storie raccolte in un prezioso numero quasi monografico della rivista Vita, intitolato “Montagna Felix”), soprattutto quando riesce a incrociare tradizione e innovazione, dove – parole di Annibale Salsa – “La tradizione non è altro che innovazione riuscita”. Dentro queste coordinate di pensiero e azione si muove anche la piattaforma per turismo esperienziale AmbienteTrentino (http://www.ambientetrentino.it/), che abbiamo avuto il piacere di intervistare.

Quando si chiede al gruppo di lavoro che concorre all’animazione della piattaforma della scelta di andare online alla fine di agosto – da un punto di vista di marketing, così come della ricaduta sulle prenotazione – è un rischio ma anche il segnale di un cambio di sguardo alla stringente stagionalità dell’offerta turistica tutti si scherniscono. “Sei riuscito a dare un alone di poesia a quello che è stato un problema burocratico…” – attacca ridendo Massimiliano Pilati, un passato nel campo degli agriturismi e oggi certificatore di coltivazioni biologiche. Con lui a scambiarsi il testimone in un’intervista a più voci Stefano Albergoni – fondatore di AmbienteTrentino, ormai quindici anni fa – e Marianna Calovi, un’esperienza nel campo dell’editoria culturale.

Siete comunque partiti – se scegliamo il linguaggio calcistico – in contropiede, eccentrici rispetto ai tempi standard del turismo?
Stefano – Certo abbiamo dovuto sacrificare qualche esperienza già programmata, ma in ogni caso il nostro progetto ha una gittata lunga e guarda con attenzione a tutte le stagioni. Saremmo potuti nascere in qualunque momento dell’anno.
Massimiliano – L’idea dell’uscire dalla stagionalità (invernale ed estiva) è sempre stato parte del nostro progetto. E’ un tema su cui tutto il mainstream del turismo continua a ragionare, ma fa estremamente fatica a metterlo in pratica. Noi che siamo piccoli possiamo provarci, con delle proposte ed esperienze mirate. Questa è la nostra scommessa.

Quali sono stati i passi che vi hanno portati fin qui? Da dove nasce AmbienteTrentino?
Stefano – Forse è nata in noi l’esigenza di dare al sito una diversa utilità, così come a una rete reale messa in campo ormai da quindici anni per dare vita a un sito informativo dedicato alla sostenibilità. Adesso ci è venuta voglia di rimboccarci le maniche e di praticarla. Il blog non è morto ma ha trovato spazio nel sito e collegherà i contenuti scritti alle esperienze reali che si propongono.
Marianna – L’idea è certamente quella di mettere in pratica una serie di principi raccolti in quindici anni di blog. Quindi non solo racconto di un certo tipo di turismo e di territorio ma il tentativo di far vivere i valori che già venivano professati.
Stefano – Siamo passati dal gestire un sito sostanzialmente di rango volontaristico all’idea di mettere in campo un’impresa.

Impresa che tenta di incrociare il bisogno di sostenibilità con la voglia di offrire un impatto sociale rispetto al territorio in cui nasce.
Stefano – Siamo il tentativo di essere punto di connessione fra soggetti che hanno fatto fatica in questi anni ad avere spazio e visibilità nel mercato turistico. Giusto nei giorni scorsi ho incontrato una guida che raccontava di avere da anni idee sostenute e poi via via accantonate da Pro Loco e Apt perché a loro modo di vedere non funzionavano. Probabilmente non aveva funzionato il marketing, la capacità di dimostrare che quel tipo di turismo aveva una sua vitalità economica.
Massimiliano – Noi però non nasciamo in contrapposizione al modello turistico trentino. Viviamo la nostra presenza come un’aggiunta, un contributo a una parte del territorio che esiste ma spesso non viene visto. Noi cerchiamo di portare in primo piano anche questo pezzo.

Quali sono le caratteristiche di unicità del turismo esperienziale sulle quali voi cercate di porre l’accento? 
Marianna – Alla base della piattaforma c’è un modo di intendere il mondo, una filosofia di riferimento che punta su alcuni valori. Si parte ovviamente dal territorio, dalle sue caratteristiche fondanti, dalle sue vocazioni. Si parte dalle persone che abitano quel territorio e che in quel contesto hanno costruito un loro professionalità. Queste persone e le loro storie a nostro avviso vanno messe in rete, insieme alle strutture e alle potenzialità che una comunità può offrire. Ad esempio gli accompagnatori di territorio, che possiedono molte conoscenze e che non sempre emergono come sbocco lavorativo credibile.
Stefano – Oltre alle categorie classiche della montagna, l’ambizione è quella di unirle a nuove figure e soggetti. Il campo della scienza, per esempio, al di là del ruolo del Muse, potrebbe tranquillamente dispiegarsi in ogni territorio, con la logica del museo diffuso ed esperienziale e in collaborazione con le Reti di Riserve.

In un certo senso voi cercate di riaffermare un approccio alla montagna più attento alle particolarità, sia della domanda dell’utente che del territorio che prendete in considerazione. Un approccio che sembra essere oggi quello che alcuni (i più avveduti) interpreti del mondo turistico cercano di implementare al classico formato della ricettività.
Marianna – Ci stiamo muovendo all’interno di un filone che esiste già. Il turista oggi non è lo stesso di quindici anni fa, è più esigente e cerca aspetti più particolari, cerca esperienze ed emozioni. Il binomio costante all’interno della piattaforma è quello tra natura e cultura, unendo le bellezze paesaggistiche con gli aspetti che stanno dietro, fatta di conoscenze e saperi, a volte tradizioni, innovazione.

A che punto siamo nella transizione dal turismo di massa (monocoltura dello sci, offerta standardizzata, contesti di massa) a un modello più orientato alla sostenibilità, alla cultura e alla relazione con il territorio?
Massimiliano – C’è una grande voglia di esperienze vere. Negli anni non sono mancate le proposte turistiche, che però forse sono diventate via via troppo da un lato ammorbidite e dall’altra trasformate in folklore. Ora l’obiettivo è quello di capire se la ricerca di esperienze autentiche rimane un settore di nicchia o se è capace di diventare offerta adeguata a un pubblico più ampio e vario. Per il momento non ho una risposta sicura, certo è che – siamo online da tre giorni – per il momento l’attenzione che riscontriamo è interessante.
Stefano – La transizione è in corso. La cosa che io mi chiedo è come e quando possa verificarsi in quei territori che già hanno un vissuto come la Val di Sole, la Val di Fassa o il Basso Sarca, dove il turismo di massa è ormai un modello di riferimento. Non a caso i nostri primi approcci hanno molto a che fare con luoghi come la Val di Cembra o la Valle del Chiese… territori in qualche modo più periferici e meno toccati dalle grandi ondate turistiche.
Massimiliano – Anni fa mentre gestivo un corso in Val dei Mocheni un corsista mi chiese “Come possiamo  sviluppare turismo se non possediamo tutte le infrastrutture che sono presenti in Val di Fassa?” Io gli chiesto se era sicuro che non si trattasse di un aspetto positivo. Ci dobbiamo chiedere cosa vogliamo per i nostri territori, un ragionamento che sta a monte di qualunque ipotesi turistica. Il punto è riuscire a immaginare sviluppo turistico – capace di far circolare anche un po’ di denaro – senza necessariamente ripetere le scelte in termini di impatto ambientale già visto in altre zone del Trentino.

L’ultimo numero del mensile Vita ha il titolo “Montagna felix” e concentra l’attenzione sulla rinnovata fiducia con cui le terre alte guardano al futuro. Lo spopolamento – tanto raccontato – di inizi anni 2000 lascia oggi spazi al fenomeno del ritornare nei territori alpini. Un ritorno che diventa intreccio di relazioni e di conoscenze condivise, distante dall’idea individualista che almeno gli ultimi tre decenni  ci hanno lasciato in eredità. Vi sentite – come AmbienteTrentino – dentro questo nuovo flusso che dal centro torna a prendersi cura dei margini, e che a essi offre l’opportunità di essere protagonisti?
Massimiliano – Ad aprile scorso è stato pubblicato un report sullo stato del turismo in Trentino. I ragionamenti che stiamo facendo qui insieme ci sono tutti. C’è un discorso di educazione, di formazione verso un concetto diverso di offerta e domanda turistica. Non entro nel tema della crisi economica, ma il tempo e la conoscenza ovviamente modifica l’approccio che dobbiamo tenere nei confronti della gestione del territorio.
Marianna – AmbienteTrentino è prima di tutto una piattaforma che offre visibilità, a disposizione delle persone che hanno bisogno di far emergere le proprie esperienze. Ci sentiamo comunque anche piattaforma di animazione, perché il secondo filone di lavoro è proprio quello di mettere in rete – generando attività ed esperienze – professionalità, strutture e caratteristiche intrinseche di un territorio.

Nell’epoca della disentermediazione e della sharing economy voi all’apparenza vi ponete a cavallo tra il marketing territoriale e il ruolo di agenzia di viaggi/esperienze. Dove credete si trovi il punto di equilibrio tra l’invadenza delle Rete (quella di internet, che apparentemente ci permette di fare ogni cosa) e la necessità di ritessere reti (quelle materiali tra persone)?
Stefano – Abbiamo deciso di mettere insieme tanti soggetti per la nostra attività, nella logica di partnership. La  nostra è intermediazione ma in forma collettiva e partecipata, non siamo la classica agenzia che costruisce in vitro i pacchetti che poi propone ai clienti. Nella nostra iniziativa c’è esplorazione del territorio, c’è  ricerca costante, ci sono relazioni.
Marianna – Puntiamo sull’alta competenza delle persone che coinvolgiamo. Difficilmente potresti organizzarti da solo, per fare un esempio, un trekking nel gruppo di Brenta con un professionista che ha collaborato attivamente al progetto di reintroduzione dell’orso (progetto Life Ursus) e che ti può spiegare come riconoscere le tracce e i comportamenti di questa specie. L’obiettivo è di valorizzare l’originalità delle esperienze.
Stefano – E’ evidente che è diverso chiamare un taxi o affittare una stanza. Siamo dentro uno schema di servizio, più elaborato e raffinato. Certo il tema della sharing economy e delle piattaforme dedicate è oggi particolarmente interessante.

C’è anche una particolarità tutta montana della vostra attività. Nei pacchetti che voi offrite c’è la rappresentazione di un territorio – quello trentino – che trova nella sua non omologazione e nelle sue molteplici differenze la necessaria “coscienza di luogo” (Becattini/Magnaghi) che si traduce in un innovativo approccio alla gestione del territorio e nella promozione delle terre alte. Cosa (e attraverso quali meccanismi di contatto) chiedete ai proponenti delle attività contenute nel sito? Quale filtro avete deciso di imporre alla loro pubblicazione?
Marianna – Alla base c’è un metodo di lavoro, che noi abbiamo impostato. Non si tratta di mandare un’email a tutti gli accompagnatori di territorio. Significa contattare persona per persona, effettuare sopralluoghi, instaurare relazioni concrete.
Stefano – E’ un invito alla co-progettazione quello che noi sosteniamo.
Marianna – A ognuno diciamo: “Se hai un’idea sottoponicela, ma se possiamo unire le nostre teste tentando di costruire qualcosa di particolarmente originale creiamo un valore aggiunto per tutti.” Già in questo stile c’è una sorta di selezione che sta alla base del nostro impegno.
Massimiliano – La tentazione di inserire un’esperienza pensando che possa piacere a tutti – una sorta di specchietto per le allodole – può esserci. Certo si farà più fatica, però tentiamo di condividere solo cose “vere”, dove emergano davvero gli elementi culturali, naturalistici, ambientali. Guardando il sito c’è una percezione immediata di cosa cerchiamo.

Il lavoro preliminare alla messa online della piattaforma AmbienteTrentino è stato quello di un’approfondita “mappatura” del contesto nel quale vi volevate inserire. Cosa avete trovato sulla vostra strada? Cosa vi ha maggiormente stupito?
Stefano – Mi sono quasi “spaventato” rendendomi conto di abitare in un territorio che è straordinariamente ricco di cose belle, al punto da non sapere da che parte iniziare. Nella logica del microcosmo – alla Magris – ne possiamo contare migliaia di luoghi da raccontare. La mia consapevolezza, oggi, è che la terra che abitiamo ha moltissimi aspetti da condividere, e che da fuori viene guardato con interesse. Per la straordinarietà del paesaggio certo, ma anche per una certa idea del buon governo, per la particolare cura del territorio. Non possiamo rimanere però alla superficie di questa ricchezza, dobbiamo organizzare la raccolta delle pietre preziose che nel territorio sono nascoste.

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