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Appunti di lettura | 18.

In Libri con le orecchie..., Ponti di vista on settembre 21, 2016 at 11:30 pm

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Viviamo un tempo di grande confusione. Le contraddizioni non si contano nell’interpretazione di fenomeni che ci circondano. L’importante è continuare a osservarli, praticando il dubbio e la curiosità…sapendo che da sole non basteranno.
Buona lettura.

Europeismi fragili.

Adriano Sofri | E’ la nostalgia a spiegare la radicalizzazione dell’Europa | Il Foglio
“Due nostalgie crescono e si fanno prepotenti nell’Europa di oggi, e si contrappongono fino ad aggredirsi ed escludersi, confiscando e svuotando la nostalgia comune per la terra cui tutti apparteniamo e che da tutti e per tutti è minacciata. Divisi dalle nostre nostalgie, le stiamo rendendo opposte e nemiche, e ci ammazzeremo a vicenda in loro nome. Se sapessimo fraternizzare in nome della nostalgia comune per la terra minacciata, per la nostalgia del futuro che è la vera terra promessa e rubata delle generazioni cui affidiamo il senso del nostro passaggio, diventeremmo un buon partito.” Probabilmente il più bel pezzo sulla crisi d’Europa che io abbia letto in questi ultimi mesi.

Dario Di Vico | L’europeismo tradizionale che scopre le diseguaglianze | Corriere della Sera
“La verità è che l’europeismo tradizionale non ha mai coltivato una propria teoria della società, considerata per lo più come una costellazione di lobby. Ha sempre temuto che le ansie dei ceti medi e delle working class si tramutassero in ostacoli elettorali al processo di integrazione e modernizzazione. Quest’impostazione è andata avanti negli anni e non ha saputo registrare la novità della globalizzazione e i conseguenti slittamenti di orientamento della società occidentali. Cosicché anche quando oggi Cernobbio generosamente si gira verso il lato dei «perdenti della mondializzazione» non sa analizzare né catalogare le nuove domande che vengono dal basso. Tutt’al più potrà accadere che qualcuno tiri fuori una slide con l’immarcescibile indice di Gini che misura le differenze di retribuzione.” Quando ci  sarà una percezione sufficientemente diffusa delle conseguenze delle diseguaglianze sarà comunque tardi.

Lorenzo Ferrari| A Ventotene non c’era internet | Il Post
“Invitare i leader europei a Ventotene e ricordare Spinelli, come successo ad agosto, è un’ottima cosa. Però il manifesto di Ventotene è un documento degli anni Quaranta, concepito in un mondo molto diverso dal nostro: forse non è il caso di ripartire da lì. La grandezza degli autori di quel manifesto non sta tanto nell’aver immaginato un certo tipo di costruzione europea, ma nell’aver saputo dare una risposta originale a una situazione inedita – quella dell’Europa della seconda guerra mondiale. Si sono inventati qualcosa di nuovo e contemporaneo: non sono andati a ripescare i padri nobili di settant’anni prima.” L’Europa ha bisogno di nuove “provocazioni” fondative, non solo di retoriche legate al suo pur affascinante passato. Lo stesso vale per l’Autonomia trentina alle prese con la revisione del suo Statuto e della sua idea di comunità e autogoverno.

Le tortuose – ma indispensabili – strade dell’innovazione.

Luca Bizzarri | Per un modello diffuso di azione pubblica | CheFare
“Mi sembra di aver tracciato con questo intervento un possibile percorso di sviluppo comune fra istituzione e tessuto sociale, letto attraverso la lente di valori quali quelli della fiducia reciproca, della condivisione, delle azioni diffuse e del punto di incontro di queste: i beni comuni. Si tratta di un punto di vista presente, ma al contempo di visione futura alla portata di tutti. Perché se è vero che la crisi ha minato le fondamenta di certe convinzioni politiche, sociali ed economiche, è altrettanto desiderabile che, passata la bufera, questa possa diventare un’utile occasione di rilancio di un intero sistema di sviluppo dei luoghi, delle persone e delle relazioni che possono costituirsi fra di loro.” Beni comuni, territorio e comunità, innovazione e infrastruttura politica e sociale. Uno sguardo verso un futuro desiderabile.

Marta Maineri | La trasformazione del lavoro passa anche per i coworking, ma ce la stiamo facendo? | Collaboriamo 
“La domanda è meno oziosa di quel che si pensi perché non rimanda solo ad una dimensione quantitativa del fenomeno (quanti coworking e quanti fablab ci sono al mondo?), ma allude alla sua capacità di diventare il paradigma dominante  della società post industriale e, forse, post laburista. Allude, in altri termini, alla capacità di coworking e fablab di diventare (davvero) le infrastrutture materiali e immateriali di un nuovo modo di intendere il lavoro nell’era dell’economia collaborativa. Un lavoro, per dirla con le parole  dello studioso finlandese Esko Kilpi ”Destinato a diventare una relazione. Lavoro, dunque, come interazione tra persone interconnesse”.” Anticipazione di Sharitaly (15, 16 novembre – Milano) e domanda ancora inevasa per capire a che punto siamo nella descrizione di nuovi modelli di lavoro e di relazioni lavorative e sociali.

Paolo Venturi | Ritrovare chi siamo mentre lavoriamo, non dopo | SenzaFiltro
“Di qui l’urgenza di superare un concetto di lavoro che per un verso vada oltre l’ipertrofia lavorativa tipica dei tempi nostri (il lavoro che riempie un vuoto antropologico crescente) e per l’altro verso valga a declinare l’idea di libertà del lavoro (la libertà di scegliere quelle attività che sono in grado di arricchire la mente e il cuore di coloro che sono impegnati nel processo lavorativo). Il che significa passare dall’idea del lavoro come attività a quella del lavoro come opera (Zamagni).” Il lavoro. Il lavoro ben fatto. La necessità di comprendere quali sono le nostre aspettative e come trovare per esse realizzazione.

Daniela Selloni | Ezio Manzini: idee pratiche per una società cosmopolita | CheFare
“La realtà è però ben lontana da tutto questo: da tempo sappiamo che le società moderne sono entità variegate e fluide, in cui è normale convivere con estranei, in cui diversi valori coesistono e in cui le persone vivono in condizioni enormemente diverse. Adottando questa rappresentazione risulta che l’attuale flusso di migranti non comporta la rottura di un sistema omogeneo e stabile. Ciò che certamente fa è di aumentare la complessità e turbolenza di un sistema che, però, è già ampiamente complesso e turbolento. Questa seconda visione, ovviamente, non azzera il problema attuale di migranti, che comunque c’è. Ma lo pone in un quadro interpretativo che ci permette di vedere una soluzione. Non solo per i migranti attuali, ma per la società nel suo complesso. Ed è la visione di una societàcosmopolita, intesa come una condizione sociale e culturale variegata, dinamica e creativa in cui le diversità convivono accettandosi (una società tollerante) e dialogando positivamente (una società includente).” Ezio Manzini è uno degli ospiti che da più a lungo sto inseguendo per portarlo per qualche giorno in Trentino. Il suo design dei servizi è uno dei modelli più affascinanti e efficaci in circolazione.

Agostino Riitano | Matera città contemporanea tra utopia e partecipazione | CheFare
“Accade, però, che il cittadino cominci a collocarsi di fronte all’eredità storica con un nuovo stato d’animo. Si accorge di non avere necessità solo di servizi o di occupazione, bisogni comuni a tutte le città. Ha esigenza di nuovi ambiti di esperienza per la propria identità di cittadino. Sente di avere una cognizione nuova delle carenze, delle inadempienze, delle distanze, metaforiche e fisiche, della propria vita urbana. I cambiamenti sociali sono innescati quando l’uomo «è animato dal desiderio di colmare le proprie indigenze», ma il desiderio di qualcosa è pura evanescenza, se attivarsi concretamente verso la sua realizzazione non fosse sostenuta dalla capacità concreta di compiere i propri desideri.” La descrizione del processo alla base dell’animazione di comunità e dell’abilitazione dei cittadini nel praticare innovazione sociale e culturale. Vero Trento candidata Capitale della cultura 2018?

Varie ed eventuali (di città, scenari globali e curiosità non banali)

Vittorio Gregotti | Architettura, giustizia più libertà | Corriere della Sera
“Per me scopo è, oltre che l’uso, il fondamento, il senso, l’intenzionalità, e la pratica materiale è una scelta che rende possibile e necessario lo scopo poetico dell’opera. So bene che si tratta di tesi che vado, con alcuni altri, ripetendo da molti anni e cercando di provarne la necessità, anche con il mio lavoro di architetto perché l’architettura è l’unica pratica artistica che affronta la dialettica concreta tra autonomia dei fondamenti, delle regole disciplinari, delle teorie e delle intenzionalità poetiche; mentre, per l’eteronomia, indispensabili sono le funzioni specifiche, le tecniche, l’economia, l’intenzionalità del cliente e gli altri vincoli.” Una piccola-grande lezione di architettura e, indirettamente, di politica.

Lamberto Maffei | Breve elogio della ribellione in salsa umanistica | Il Manifesto 
“Le tecnologie della comunicazione hanno creato un nuovo tipo di solitudine, che possiamo chiamare paradossale perché causata da un eccesso di stimoli, da una saturazione di tutti i recettori, in particolare uditivi e visivi, che induce un’attività frenetica del cervello, levando spazio alla riflessione e ostacolando la libertà del pensiero intasato dalle entrate sensoriali come le connessioni in rete o la Tv. È la solitudine di un cervello che, solo in una stanza, invia e riceve notizie unicamente attraverso messaggeri informatici, ma spesso ha perso il contatto affettivo con gli altri. Il cervello troppo connesso è solo, perché rischia di perdere gli stimoli dell’ambiente, del sole, della realtà palpitante di vita che lo circonda.” Non sono un critico delle tecnologie ma il libro di Maffei va letto perché solleva dubbi e li riempie di un’alternativa credibile di sviluppo della cultura diffusa.

Dominique Cardon | Gli algoritmi sono un tema politico | Corriere della Sera
Dominique Cardon | Cosa sognano gli algoritmi | DoppioZero
“I calcoli dei Big Data si propongono di descrivere la società dal basso, partendo direttamente dai comportamenti, senza fare ricorso a modelli o categorie preliminari come fanno per esempio le categorie socio-professionali. Il loro progetto, d’ispirazione libertaria, è quello di dare alla rappresentazione della società una forma che sia più conforme alla libera auto-organizzazione degli individui, delle azioni e dei mercati di quella che risulterebbe da una regolazione di stampo paternalistico, compiuta «dall’alto» attraverso l’uso di strutture, categorie e convenzioni.” Altro volume interessante, altre riflessioni tra tecnologia, società e democrazia.

Giuliano Battiston | Mondo nomade, città aperte | Minima&Moralia
“Sto cercando di applicare alle città la teoria dei sistemi aperti, che ha reso possibile l’informatica contemporanea e a cui mi sono avvicinato trascorrendo dei periodi di studio al Mit, il Massachusetts Institute of Technology di Cambridge. In sintesi, il mio intento è trovare un’alternativa alle smart cities, che sono sistemi chiusi, con funzioni, forme e usi tecnologici definiti. In confronto a una smart city, assolutamente determinata, un sistema aperto vuol dire maggiore contingenza, maggiore ambiguità, maggiore differenza, e dunque minore determinazione, prevedibilità, omogeneità e coerenza. Richiede ogni giorno molta capacità di interpretazione, perché implica il cambiamento.” Aspetto con ansia l’uscita del libro di Richard Sennett che affronta il tema delle città come luogo della cooperazione, luogo necessariamente ibrido e abilitante.

 

 

 

 

 

 

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