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Breve ricordo di Rodolfo Belenzani dentro uno sguardo sulla città

In Ponti di vista on ottobre 12, 2016 at 8:37 am

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É da tempo che immaginavo di scrivere un articolo che prendesse spunto dalla storia di Rodolfo Belenzani. L’occasione propizia é quella del decimo compleanno del Centro Sociale Bruno. Questo mio breve testo vale da augurio a distanza – così come da distante osservo un’esperienza politica che per un lungo periodo è stata quella nella quale mi sono riconosciuto – e da contributo alla discussione, oggi assolutamente necessaria per la città di Trento.

Partire da Rodolfo Belenzani significa ricordare la figura di un ribelle, impegnato a più riprese agli inizi del ‘400 nelle rivolte del popolo trentino nei confronti del potere del principato vescovile. Un masaniello alpino al quale é persino dedicata una via cittadina. E non si tratta di una collocazione toponomastica qualunque, perché  a lui è intitolata la via principale del centro città, quella che unisce i luoghi del potere religioso – contro il quale sei secoli fa Belenzani si scagliò, fino alla morte sul campo di battaglia – e politico, rappresentato dai palazzi del consiglio comunale e degli uffici di rappresentanza del sindaco. É proprio in quel tratto di strada che va dalla chiesa di San Francesco Saverio a piazza Duomo che si può ritrovare il contatto tra la memoria delle gesta di Belenzani e le vicende recenti dei movimenti sociali trentini.

In via Belenzani il 21 aprile 2007 la storia del Centro Sociale Bruno ha avuto – opinione mia, quindi assolutamente soggettiva e discutibile – il suo apice, o almeno la sua più efficace rappresentazione. Una rappresentazione capace di andare oltre la dimensione di testimonianza che spesso hanno le manifestazioni di piazza, diventando manifesto di una specificità sociale e politica che in quel momento il Bruno sapeva (o almeno provava a) definire nella sua attività quotidiana. Non solo attraverso la messa in campo del potenziale di mobilitazione – si direbbe dei rapporti di forza nei confronti del potere – di quell’interessante esperienza di autogestione, ma soprattutto (e sta qui l’unicità di quella fase) nell’emersione della reale capacità e volontà di incrociare i temi della radicalità e del consenso, dell’alternativa e della costruzione di alleanze, dello sguardo globale e dell’affermazione della coscienza di luogo. Una radicalità non retorica e fine a se stessa, ma tentativo concreto di descrivere e praticare un approccio diverso alla città e alla sua infrastrutturazione politica. Un consenso, non solo numerico, che riusciva ad andare oltre l’accettazione (sinonimo altrettanto spiacevole e scivoloso del termine sopportazione) e sperimentava, in potenza, l’idea di una comunità autonoma che a tutt’oggi fatica a darsi forma a Trento e dintorni. Mancanza particolarmente grave nel momento in cui quella stessa comunità (assente ingiustificata) è chiamata in questi mesi a contribuire fattivamente alla ridefinizione, nel metodo e nel merito, delle politiche dell’autogoverno del territorio che abita, nell’ottica dell’adeguamento dello Statuto di Autonomia e dentro uno scenario globale – e di riflesso anche locale – punteggiato da crescenti e sempre meno gestibili incertezze.

Non sta a me giudicare il percorso che da quel giorno si è spinto fino ai festeggiamenti del decimo compleanno. Non ne ho condiviso una fetta troppo importante (in termini di tempo e di scelte strategiche) per farlo e credo che le opinioni degli “ex” stiano a zero, per utilità e interesse. Mi permetto però una riflessione che riguarda i “centri sociali”, intesi non come spazi (come era erroneamente riportato sugli striscioni che aprivano la manifestazione del 2007) ma luoghi di costruende comunità di destino, contesti privilegiati per l’attivazione di relazioni profonde e processi di condivisione. “Centri sociali” come realtà – le più vitali e potenzialmente innovative – che riescono dai margini vivi della società a interpretarne meglio le sfide decisive, in termini di inclusione e coesione. In quegli interstizi di frontiera che, come si é discusso al Festival delle Comunità del Cambiamento promosso da Rena lo scorso fine settimana, sono “le zone dell’anomalia, quelle dove i conti non tornano. Nei margini possono darsi pratiche non codificate, potenzialmente generative di innovazione, che rifiutano la norma, ma sono anche luoghi dove si sviluppano conflitti fra diversi gruppi sociali, che sono spesso in eguale posizione di svantaggio e marginalità, dove si esercitano chiusure nei confronti degli ultimi arrivati e dove, anche per questo, si creano nuovi ghetti.” Conflitto e opportunità viaggiano insieme. Fuori dalla posizione confortevole dello storytelling che ognuno tende a costruire attorno a se stesso e alle proprie iniziative e dentro le zone d’ombra del reale e dell’azione politica.

Ecco, questi “centri sociali” – per nulla incasellabili dentro l’immaginario novecentesco per linguaggi e metodi – sono i grandi assenti dentro la triste e pericolosa crisi politica che sta affrontando la città di Trento. Tra lotte intestine e inadeguatezza diffusa dei luoghi tradizionali della politica (istituzioni, partiti, sindacati, associazioni, ecc.)  e il prolungarsi di una stasi che non solo rende deficitaria l’azione dell’amministrazione comunale ma parallelamente fragile e per nulla resiliente alle sollecitazioni esterne l’atteggiamento dell’intero corpo sociale.
Di loro – inconsapevoli e indiretti discendenti di Rodolfo Belenzani – ci sarebbe davvero bisogno. Animatori di azioni che mettono sotto stress l’esistente, sperimentatori di alleanze imprevedibili, curiosi esploratori di auspicabili rivoluzioni, amanti del pensiero critico (nei confronti degli altri come di se stessi), allergici al conformismo. Consapevoli che, ed è questo un passaggio fondamentale, non è più la politica – perché sembra esserne incapace, o semplicemente non interessata – a dover incrociare il cambiamento, ma il cambiamento (e le comunità che ambiscono a esserne produttrici) a dover ridefinire le coordinate della politica stessa.

f.

Per aiutare a capire dove vuole andare a parere questa mia riflessione vi sottopongo un breve intervento di Ilda Curti, ex assessore al Comune di Torino, tenuto all’interno del Festival delle Comunità del Cambiamento lo scorso 8 ottobre 2016.

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