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Disabituati al ritmo del reale. Incapaci di ascoltarne le voci e di favorirne (dove serve) il cambiamento.

In Ponti di vista on ottobre 18, 2016 at 10:32 pm

harbour-cranes-1669408_1920(Riflessione emersa dopo la partecipazione al Festival Religion Today 2016, che ringrazio per l’opportunità come sempre stimolante e “formativa”)

Sono stato sincero con i due registi, Alberto Gemmi e Mirco Marmiroli. Alla prima visione – davanti al computer, in orario notturno – ho azionato diverse volte il tasto per procedere più velocemente nella riproduzione del loro documentario. Sono stato sincero nel descrivere la mia esperienza di osservatore disattento, impaziente, (stupidamente) curioso di sapere come la storia, quella raccontata in Ogni opera di confessione (2015, 67′), si sarebbe sviluppata, senza porre la dovuta attenzione a ciò che stava tra il suo inizio e la sua fine.

Ho compreso meglio il valore della scelta stilistica – così come la profondità dello sguardo degli autori dentro le ex Officine Reggiane – grazie a una seconda visione, non viziata da un orario improbabile e dalla presenza di smartphone e tablet come elementi di distrazione, e osservando la reazione in sala durante il Festival. Una reazione radicale perché all’intera proiezione hanno assistito in cinque, su circa cinquanta presenti. L’incredibile morìa di spettatori – pur dentro un contesto attento e preparato come Religion Today – mi permette di proporre una doppia riflessione. Una più culturale (legata ai temi della comunicazione e del mondo documentaristico) e una più politico/sociale (con un chiaro riferimento alla riqualificazione urbana e al rapporto che manteniamo con i margini delle città).

“Ogni opera di confessione” è un documentario ostico – il che a mio modo di vedere è un complimento – perché volontariamente sceglie di assecondare il ritmo delle vite che racconta nell’ora (solo un’ora?) di inquadrature fisse, di tempi dilatati, di estenuanti silenzi. Una lentezza che – dentro e attorno le rovine spettrali delle Reggiane – è la rappresentazione più autentica dei protagonisti ripresi e delle loro quotidiane esistenze . Un ex dipendente della fabbrica, una famiglia rom e il loro camper, un “abitante” della fabbrica abbandonata, le comunità migranti che nei capannoni riadattati celebrano funzioni religiose. Mancano del tutto i dialoghi (che pure riemergono come sottofondo dei titoli di coda e sono raccolti in numerose interviste, preparatorie al progetto) mentre è molto curata la raccolta dei rumori ambientali, il tappeto di suono che accompagna i vari cambi di scena. E’ evidente – nello scenario straniante di parola assente – che molti e molto diversi sono i linguaggi dei singoli o delle comunità che dentro la telecamera finiscono. Non c’è però, sempre per scelta, il filtro interpretativo dei registi, strumento spesso utilizzato per codificare e tradurre queste differenze e dare loro una forma comprensibile.

A sostenere il documentario e a renderlo così sfidante per gli spettatori (portando persino all’abbandono precoce) è proprio il tempo della vita di ognuno di loro, distintamente riprodotta e mai in contatto. Si tratta del tempo che più fatichiamo a riconoscere e ad ascoltare. E’ il tempo del reale – contrapposto a quello dello storytelling – che apparentemente non ha nulla di sexy da offrirci e, al contrario, rappresenta un ostacolo alla crescente velocizzazione che la società contemporanea ci impone. E’ la tesi di Hartmut Rosa contenuta in “Risonanza. Una sociologia del rapporto con il mondo”, e più brevemente in una bella intervista su La Lettura #255, che pone al centro le relazioni – dentro appunto il fenomeno innato della risonanza – con il mondo che ci sta attorno. Entrare “in risonanza” con l’ipotesi di ricerca di “Ogni opera di confessione” è impegnativo come lo è riuscirci con la parte più periferica e sgretolata delle nostre città e comunità. Quelle realtà che più sono disturbanti ai nostri occhi, che più siamo tentati di tenere lontane da noi o ancora meglio – laddove possibile – espellere dalle nostre zone di confort, mai così precarie e presidiate come in questo tempo di crisi permanente e diffusa.

I due autori – già coinvolti nell’attività di studio per approntare un progetto di recupero all’area Ex Reggiane – dicono di aver percepito “l’urgenza di questo documentario per affrontate la contemporaneità dilagante”, e di aver deciso di costruire “un film a-geografico e a-temporale: partendo da una realtà locale e tentando di proiettarla su scala globale.” Un ardito mix di antropologia e memoria del presente, di ricerca/azione e denuncia politica, lì dove un processo di trasformazione di un’area urbana rischia da un lato di non comprendere in pieno la complessità dell’esistente e dall’altro pretende di piegare quella stessa realtà complessa al fine di giustificare e sostenere una trasformazione tutta architettonica e tecnica.
“Ogni opera di confessione” non dice cosa si dovrebbe fare sulle macerie delle ex Officine Reggiane – o di qualunque relitto industriale di cui è pieno l’Occidente – ma offre un prezioso spunto di riflessione a qualsiasi azione di riqualificazione che non voglia imboccare la strada sbagliata. Nessuno spazio è davvero vuoto. Anche in quelle che marchiamo superficialmente come zone del degrado – da bonificare e restituire all’utilizzo normale della cittadinanza – si intrecciano vite e desideri, relazioni e conflitti, progetti e fallimenti. Nell’epoca dell’efficienza, dove i risultati devono essere verificabili in tempo reale, troppo spesso non ci prendiamo il tempo – così come di fronte a un documentario che mette sotto stress la nostra fretta imponendoci la lentezza esasperante del suo incedere narrativo  – di metterci in ascolto, di raccogliere sguardi diversi e, lì dove possibile, di tentare di incrociarli nella progettazione e costruzione di un futuro condiviso.

L’attenzione al tempo del reale che Alberto Gemmi e Mirco Marmiroli hanno fatto propria con tanto coraggio autoriale è la stessa che dobbiamo impiegare nelle azioni che intraprendiamo nei fragili equilibri delle periferie e delle aree di margine, piene di vitalità non conforme alle categorizzazioni ipersemplificate che ci diamo nelle lettura dello spazio urbano o semplicemente non rilevate dalle nostre osservazioni troppo superficiali dei fenomeni sociali. Abbiamo bisogno di ritmi adatti a capirne le caratteristiche profonde, le competenze diffuse, i sentimenti prevalenti, i desideri potenzialmente fondativi.

Questo è l’approccio generativo proprio di un processo, che nasce bottom-up, che sarebbe bene applicare a tutti i progetti che il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha confermato di voler finanziare dal 2017 nelle periferie urbane italiane, compresi gli spazi dell’ex mensa S.Chiara a Trento. Mancasse questa accortezza metodologica – che evidentemente sconfina dalla forma diventando sostanza dei processi –  il risultato non potrà che essere la replica di errori già commessi in precedenti sperimentazioni urbanistiche incapaci di farsi prassi credibile e efficiente.

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  1. […] lo spazio (ne ho già parlato su questo blog, raccontando la visione del documentario Ogni opera di confessione, riuscito prodotto realizzato per narrare il tentativo di riqualificazione delle Ex Officine […]

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