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Appunti di lettura | 21.

In Ponti di vista on novembre 14, 2016 at 10:26 am

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Giornata convulse. Donald Trump eletto alla guida degli Stati Uniti d’America richiederebbe – se la situazione si muovesse su binari lineari – un surplus di analisi, tutta dedicata al capire come tale risultato possa essersi verificato. Credo invece serva del tempo per far depositare un po’ del polverone che le Presidenziali americane hanno alzato. Un tempo necessario per uscire dall’autoreferenzialità di stampa mainstream (e non) nel leggere il prima, il durante e l’immediatamente dopo il voto, per rifocalizzare l’attenzione più che sull’evento macro (quello giocoforza più evidente, quello che destabilizza perché dannatamente sovraesposto) sulla moltitudine delle incognite e fragilità micro – una vera e propria agopuntura sociale – che segnano ogni comunità e ogni territorio. Dentro quelle stesse particolarità, guardando bene, si potrebbero trovare anche le energie per innovare l’esistente e per tracciare possibili linee di futuro desiderabile, sia a livello locale che globale. Certo ci vuole un po’ di impegno e in questi giorni un certo coraggio.

1-nnpzte1hx74wkicl3gj34aUtile – a mio parere – è un articolo di qualche tempo fa, suggeritomi da un amico. Parla di organizzazione dei sistemi e in maniera assolutamente sintetica (e quindi non esaustiva) propone un’alternativa ai modelli centralizzati e decentrati. Una terza via – come piace a me – con alla base un’idea di governance distribuita, diffusa. Vale per la politica, oggi in crisi profonda, ma per mille altri settori. Già la sola grafica utilizzata spiega molte cose.

Ecco il pezzo. Centralized vs Decentralized vs DistributedSaurabh Goyal (da Medium)

Città (e non solo).

Ilda Curti | Il mestiere del rigeneratore urbano | CheFare
Ilda CurtiScelta e cambiamento: le domande, prima delle risposte | CheFare
Conosciuta per sbaglio prima sul web e poi dal vivo, Ilda Curti è stata una sorpresa. Questi due contributi sono utili per tutti quelli che – amministratori pubblici, architetti e urbanisti, operatori del sociale – delle città devono e dovranno prendersi cura. Il primo è una descrizione sintetica (ma non per questo meno completa) della cassetta degli attrezzi del rigeneratore urbano. Il secondo invece è un concentrato di politica, di quella che sa mescolare abilmente lo sguardo sognante con la necessità di raccogliere le sfide materiali del tempo che vive e che ha l’ambizione di rendere migliore. “A coloro che avvertono l’urgenza – perché visionari, insonni o irrequieti – interessa il cambiamento che rimetta al centro un dispositivo valoriale, una prospettiva di senso, un modo per evitare la costruzione di macerie – quelle a cui stiamo assistendo. L’ossimoro per eccellenza, la costruzione di macerie. Lo sgretolarsi di parole a cui attribuiamo un significato sempre più esile, fragile, stanco, noioso: democrazia, inclusione, pubblico, privato, politica, potere, istituzioni, solidarietà, giustizia, diritti, sviluppo, economia.” 

Sebastiano Pirisi | La comunità e il territorio come scelta | CheFare
Quella di CheFare – che spesso compare in queste pagine – è una comunità curiosa composta di un caleidoscopio di sensibilità e competenze, che proprio grazie a questa molteplicità di visioni offre uno spaccato del mondo contemporaneo davvero efficace. Uno dei temi portanti di quest’esperienza di studio, inchiesta e lavoro è certamente il rapporto con il territorio e l’analisi delle sue caratteristiche innovative e specifiche. “Sempre Bookchin parlava di governo delle municipalità e di una gestione decentrata fatta di “comunità relativamente auto-sufficienti in cui artigianato, agricoltura e industria siano funzionali a reti comunitarie confederate” in cui la spinta decentralizzante non è semplicemente geografica, ma è carica di valori culturali e spirituali di rafforzamento del singolo e della comunità. Innovare nelle zone più fragili, quelle a rischio di estinzione, vuol dire portare avanti un possibile futuro a misura d’uomo, alternativo a quello di metropoli senza confini.” Alla faccia di Donald Trump e delle comunità rancorose, un’alternativa vera – seppur difficile – verso la quale guardare.

Economie.

Paolo Venturi | S-viluppo, cioè togliere i viluppi, gli ostacoli | Tempi Ibridi
Da Tempi Ibridi – di qualche mese fa – una puntuale “lezioncina” sui nuovi orizzonti dell’impresa sociale e dell’innovazione a essa connessa. “I meccanismi generativi di valore da parte delle imprese sociali risiedono nel loro contributo specifico alla creazione di nuovi rapporti con i cittadini e le comunità (all’interno del quale si realizza il passaggio da separazione – cittadino come mero utente – a co-produzione – dove la comunità è coinvolta attivamente e il cittadino è co-produttore dei servizi di welfare) e nella capacità di ricombinare la dimensione produttiva con quella sociale (sotto la spinta crescente della domanda pagante e, quindi, di un altrettanto crescente orientamento al mercato nell’ambito dell’erogazione di servizi di pubblica utilità).”

Leonardo Quartucci | Tre C per un’economia del cambiamento | Alley Oop
La parola cambiamento è di per se scivolosa. Circolarità, collaborazione, connettività. Tre parole, tre C per definire i contorni del cambiamento e per sottolinearne l’impatto sociale positivo. Senza dimenticare – lo faccio spesso su questo blog – di segnalare lì dove lo sharing rischia di scivolare verso dirupi pericolosi. Tenendo presente che “nel ventunesimo secolo, la solidarietà non è solo una qualità morale, ma ha senso economico e sociale.”

Flaviano Zandonai | Impresa sociale: upgrade o downsize? | Iris Network
L’altra “metà” di Tempi Ibridi commenta invece il Rapporto Europeo sull’Impresa Sociale. Fotografia di un quadro in costante, rapida, evoluzione e in parte allergico ai confini troppo bloccati. “Un’impresa sociale che quindi viene in qualche modo riportata nell’alveo originario, all’incrocio tra terzo settore produttivo ed economia cooperativa con enfasi sulla dimensione comunitaria. Mentre invece vengono esclusi stream di impresa sociale emergenti che si originano in nuovi contesti, ad esempio quello dell’innovazione tecnologica con le startup innovative a vocazione sociale che si potrebbero considerare non solo potenziali, ma imprese sociali de facto.”

Battistoni, Venturi | Il ruolo delle cooperative di comunità | CheFare
Un tema che mi affascina molto e che potrebbe avere sbocchi potenti nel terre alte trentine, o perché no anche nei fondovalle più urbanizzati. “Il percorso di costituzione è infatti promosso da una minoranza profetica, visionaria e determinata che si assume il rischio e la responsabilità imprenditoriale del progetto: non può esistere un’impresa di comunità, se non è la comunità ad investire in se stessa. Ciò che succede è che in tanti (la comunità) condividono l’idea imprenditoriale di pochi (minoranza profetica).” e ancora “Le città che investiranno su queste politiche “abilitanti”(ossia ecosistemiche) saranno quelle capaci di costruire una più solida democrazia economica e una maggiore capacità di generare Ben-essere.”

Stili, culture e sentimenti.

Giacomo Giossi | L’innovazione culturale non esiste, ma c’è | CheFare
Si parla del ruolo che ha – o almeno dovrebbe avere – l’innovazione culturale. In un mix di malinconia e impotenza, che un paio di generazioni (a cavallo tra i trenta e i quaranta) sentono come proprio segno distintivo. “La sfida dell’innovazione è dunque costruire una tecnica, una prassi capace di districare i nodi dentro ai quali l’ingenuità e l’ignoranza si mischiano al dolore, ai diritti negati come agli spazi ridotti ad etichette formali di una negazione perenne e continua. Ed è l’etichettatura, la formalizzazione uno degli inganni tipici di un mondo che prova a forzare le porte, ma si ritrova spesso a schiuderle o magari ad occuparne gli uffici con le medesime logiche che lo hanno preceduto. La pratica dell’immateriale è una questione di equilibrio e di misura dentro alla quale i sentimenti più urgenti devono farsi motore di una logica capace di muoversi tra strade impervie o ancora tutte da inventare. Un’azione che deve coinvolgere un pubblico critico ampio e disponibile alle incertezze perché nulla è più immateriale del corpo. Si cambia, si cresce e si cambia ancora.” 

 

 

 

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