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Certo il sole è sorto anche oggi, eppure…

In Uncategorized on dicembre 6, 2016 at 11:43 am

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Il sole si é alzato anche lunedì mattina. Alle 7.21 per la precisione. Questa volta non è servito aspettare l’alba per scorgere chiaro il risultato del referendum costituzionale. L’ormai tradizionale maratona di Enrico Mentana si è risolta in una poco avvincente gara dei 100 metri piani, corsa tra quelli che – moltissimi, troppi e decisamente impresentabili – si sono precipitati per intestarsi la vittoria e chi, in definitiva il solo Matteo Renzi, ha dovuto fare i conti con un risultato tanto rotondo quanto fatalmente decisivo per la propria esperienza di governo. Il tratto della velocità ha segnato l’ultima appendice di quella che è stata una lunghissima ed estenuante campagna. Interminabile nella sua fase di formazione e avvicinamento, repentina nella sua conclusione. Ritmi schizofrenici, come non poteva essere altrimenti. Ecco allora che la metafora della regolarità dei cicli solari, richiamata da Barack Obama nella notte che ha sancito la vittoria di Donald Trump e di conseguenza buona per ogni momento di ipotetica tragedia montante, risulta certo evocativa ma non del tutto rassicurante nel momento in cui alla certezza del sorgere e del tramontare quotidiano della nostra stella di riferimento non corrisponde un’analisi sufficientemente accurata delle condizioni di contesto sopra le quali quei movimenti si ripetono con tanta precisione.

Risparmierò ogni riferimento alle esternazioni – spesso di supporters dal curriculum non proprio specchiato – rispetto alle grandi vittorie della democrazia e dell’atteso ripristino della sovranità popolare. Temi troppo articolati, e preziosi se li si volesse interpretare nella loro complessità e non come possibile semplificazione a slogan, che fanno parte solo marginalmente del risultato del referendum appena archiviato. Centra poco, a guardar bene, anche lo stesso corpo normativo della riforma costituzionale nel momento in cui l’accelerazione subita dagli eventi nelle ultime ore – vittoria larga del NO, dimissioni del Presidente del Consiglio e tutto il resto a cascata – fa capire quanto il valore fosse fin dall’inizio quasi esclusivamente politico e non riguardasse invece la verifica dell’assetto istituzionale del paese. Una scommessa secca (un all in lo chiamerebbero sul tavolo da poker, terreno su cui si muoverebbero egregiamente alcuni protagonisti di questa storia) sulla legittimazione della figura di un leader particolarmente sicuro del proprio ascendente sui cittadini orientati a un necessario cambiamento. La sua immediata rottamazione, strano caso del destino per colui che coniò con un certo successo il termine, dall’altro. Su questo quesito in tantissimi si sono espressi determinando quella che è stata una vera e propria valanga di voti. Tale da mandare gambe all’aria il malcapitato e avventato Presidente del Consiglio, ostinato fino all’ultimo (fin dentro il non proprio indimenticabile discorso di commiato) nella sua partita personale.

La corsa di Matteo Renzi si è inceppata lì dove la sua ipotesi politica aveva trovato l’abbrivio decisivo per prendere avvio. La retorica della velocità – in costante rincorsa dei modelli economici dominanti in questo tempo – lo ho costretto e forse invogliato a mosse sempre più spregiudicate. Scelte capaci di comprimerne la carriera politica – da speranza emergente a presunto vecchio e odiato mestierante della politica – in pochi anni di assoluto e certamente sovraesposto protagonismo. Un’idea di politica che assomiglia al processo di sviluppo di una start up, lì dove gli unicorni (i casi di successo assoluto, i vincenti insomma) sono rarissimi e i “cimiteri” sono invece pieni di proposte ritenute incapaci di crescere sufficientemente in fretta per darsi un modello di sostenibilità. Se di profitto si nutre da sempre il mercato lo stesso discorso vale oggi – nei termini della spasmodica ricerca di immediato e ridondante consenso – per il “mercato” della politica. Troppo veloce quindi.

C’è poi il grande tema della semplificazione. Nell’epoca della disintermediazione – della tecnologia, della comunicazione, dei consumi, del lavoro – anche la politica ha abdicato al proprio ruolo di “costruire cerniere e giunture” dentro la società, per dirla con Giuseppe De Rita, facendo propria (al governo come nelle varie forme delle opposizioni) la lezione di Giulio Andreotti che, al contrario di Aldo Moro, teorizzava che non si dovesse provare a orientare e guidare gli elettori ma si dovesse semplicemente assomigliare loro. Pochi e fragili sono i corpi intermedi ancora vitali e curiosi, debolissime le forze che tengono assieme parti diverse di un corpo sociale particolarmente sfilacciato e che provano a coordinarlo con il potere, percepito come elitario e distante, per molti versi addirittura inutile. Frutti avvelenati dell’idea di dover semplificare a tutti i costi.

Il giorno precedente al voto proprio Giuseppe De Rita, ironicamente dalla sede del Cnel di cui era previsto lo smantellamento, presentava per il Censis il cinquantesimo e suo ultimo rapporto. Da attento osservatore della società quale è da oltre mezzo secolo fotografava un “paese che regge e disprezza una politica che non ce la fa” e – in anticipo sull’analisi del voto di queste ore – descriveva l’affermarsi “di un inedito parallelo «rintanamento chez soi»: il mondo politico e il corpo sociale coltivano ambizioni solo rimirandosi in se stessi. La politica riafferma orgogliosamente il suo primato progettuale e decisionale, mentre il corpo sociale rafforza la sua orgogliosa autonomia nel «reggersi». Sono destinati così a una congiunta alimentazione del populismo. È tempo per il mondo politico e il corpo sociale di dare con coraggio un nuovo ruolo alle troppo mortificate istituzioni.” Istituzioni non intese solo nella loro connotazione formale e rappresentativa ma nella fondamentale opera di costruzione e manutenzione di senso collettivo, di sviluppo di comunità di destino, di pratiche delle condivisione quotidiana.  Il mosaico è altamente frammentato insomma, lì dove il risultato referendario non offre a nessuno la garanzia di essere efficace riferimento del popolo che – oggi, come in qualunque tempo – è elemento necessario per dare forma e credibilità a qualsiasi processo che si proponga di rivoluzionare, o almeno con maggior umiltà innovare, l’esistente. Sperabilmente in direzione di una condizione non peggiore alla precedente.

Siamo di fronte a un popolo che vive pensando a come passare la nottata, attendendo il sorgere del sole come unica forma di futuro che riesce plausibilmente a traguardare? Apparentemente è così. “La vita che continua” è l’immagine che sempre De Rita ha utilizzato spiegando la scelta di concentrare l’attenzione del rapporto fuori dei grandi fatti di attualità politica ed economica degli ultimi mesi, dalla Brexit a Trump. Perché sarà pur vero che dentro le continue “crisi” che colpiscono l’occidente leggiamo molto chiara la fragilità delle democrazie rappresentative di questa parte di mondo, ma il vero nodo che – a ben vedere – ne perpetua l’instabilità e la manchevolezza è l’assenza sempre più marcata e diffusa di democrazia economica e sociale. E’ in quel campo mal presidiato e ingombro di macerie che la politica – se ha voglia di ritagliarsi un ruolo importante in questa fase storica – dovrà ricercare il proprio ruolo, i propri linguaggi, il proprio spazio fecondo di legittimazione e utilità. Riprendo le parole di Ilda Curti, con cui condividerò nei prossimi giorni un incontro che partendo dal tema delle città arriverà ovviamente a interrogarsi della politica, perché le trovo adattissime al momento.

“Coloro che avvertono l’urgenza – perché visionari, insonni o irrequieti – interessa il cambiamento che rimetta al centro un dispositivo valoriale, una prospettiva di senso, un modo per evitare la costruzione di macerie – quelle a cui stiamo assistendo. L’ossimoro per eccellenza, la costruzione di macerie. Lo sgretolarsi di parole a cui attribuiamo un significato sempre più esile, fragile, stanco, noioso: democrazia, inclusione, pubblico, privato, politica, potere, istituzioni, solidarietà, giustizia, diritti, sviluppo, economia.”

e ancora

“Le nuove generazioni – qui, in questa parte di mondo – non hanno campo, non hanno conflitto, non hanno rottura apparente. Rischiano semplicemente di muoversi in un contesto adattandosi darwinianamente al cambiamento. Rischiano di essere molecole che si aggregano e si disaggregano nel tumulto del cambiamento. Qualcuno produrrà nuovi pollici opponibili. Altri cercheranno tuberi sotto le macerie che abbiamo costruito. Altri, tanti, partiranno. Altri, tanti, arriveranno ed avranno colori, lingue, storie diverse. Attraversando confini permeabili all’arrivo ma incapaci di costruire – da questo – un nuovo senso dello stare insieme.”

Non possiamo accontentarci della puntualità rigorosa del moto solare come orologio del nostro incedere, dobbiamo accettare la sfida di descrivere ciò che vorremmo vedere illuminato dalla prossima alba.
Non è un lavoro breve. Non è un lavoro facile. E’ un lavoro che riguarda ognuno di noi singolarmente e forme collettive che probabilmente oggi non hanno ancora trovato definizione appropriata ma che fanno certamente capo a ritrovati valori di collaborazione e mutualità, cooperazione e solidarietà come l’amico Michele Kettmajer ci ricordava già prima del voto in un prezioso intervento che richiamava a “quelle comunità che riconosco la reciprocità, la misericordia e il mutuo soccorso e a quelle persone che prima di scrivere la storia la fanno, agendo e provandoci tutti i giorni con umiltà e passione.” Rimbocchiamoci le maniche quindi. Il sole è sorto anche oggi, eppure la giornata non è per nulla buona.

f.

p.s. Una nota a parte – brevissima, ma non meno importante – merita il voto della Regione Trentino-Alto Adige. Le due province hanno accettato di legarsi mani e piedi alla vittoria del Sì, scommettendo anch’esse sull’idea che l’Autonomia si potesse “blindare” (mai termine più brutto per un’esperienza di tale valore e ideale politico e culturale) attraverso meccanismi di contrattazione con il Governo, vincolati alla certezza di veder approvata una riforma che portava al suo interno un’evidente tendenza accentratrice. Una contraddizione in termini. “Blindare” se stessi di fronte al definitivo affossamento di qualsiasi ragionamento federalista che coinvolgesse l’intero paese e, oltre, l’Europa. Sappiamo come è andata e fin da ieri notevoli erano le fibrillazioni nei confronti delle debolissime Assemblee Provinciali (Consulta e Convent) per la revisione statutaria (che ne sarà di loro? mandate alla deriva in attesa di capire chi sarà la prossima controparte?) e riprendevano forza le accuse incrociate all’interno della (fu) coalizione di centrosinistra autonomista, tutte volte all’individuazione dei colpevoli della deludente tornata referendaria a livello locale. Nessuno (o pochissimi) a interrogarsi invece – facendo un po’ di quell’autocoscienza cara a De Rita e così poco praticata – sul fatto che ogni giorno di più questa terra che ambisce ancora a definirsi Speciale tende a omologarsi a ciò che la circonda. Non tanto nel voto al referendum ma nella produzione e sperimentazione di cultura politica, cooperativa e sociale, nell’interpretazione e nella traduzione dei sentimenti comunitari, nell’esercizio di immaginarsi nel futuro. Nel suo essere infrastruttura di potere che poco fa per manutenere le proprie “giunture e cerniere” con la propria comunità, oggi ben poco consapevole della propria specificità di autogoverno. Pensiamoci se abbiamo un momento libero, non sarà tempo perso.

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