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Populista a chi?

In Ponti di vista on gennaio 16, 2017 at 12:04 am

departure-platform-371218_1920Testo di introduzione all’incontro con alcuni membri di Senso Comune, previsto per il prossimo 21 gennaio 2017 (ore 11.00-13.00) presso il Café de la Paix, a Trento.

Il primo indizio a conferma del fatto che ci troviamo in un campo minato è dato dal sottile senso di imbarazzo nell’avvicinarmi all’argomento di questo incontro: il populismo. Il problema non sta nel tema in sé quanto nel punto di vista scelto per interpretare il fenomeno che – più di qualunque altro – tiene banco nel dibattito politico e culturale (o quel che ne rimane) degli ultimi mesi. Dopo Brexit, Trump e NO al referendum costituzionale italiano (solo per fare tre esempi noti a tutti, ma non unici nel genere) e in vista di un 2017 ricco di scadenze elettorali importanti – Francia, Germania e, forse, Italia su tutte – ciò che si sta verificando e, giorno dopo giorno, sedimentando è la validazione di uno schema bipolare che vorrebbe da un lato il campo di quelli bollati (volutamente in senso dispregiativo) come populisti e dall’altro tutti coloro che a questo gruppone di impresentabili affermano di opporsi, in difesa della democrazia rappresentativa, della stabilità delle istituzioni, della conservazione dello status quo politico, economico e sociale. Nella certezza – tutta da verificare – che la messa sotto stress di un modello che in questi ultimi anni sta mostrando la corda sia da intendere esclusivamente come un fattore di rischio, di incertezza e non invece un’opportunità da cogliere, una necessità da prendere almeno in considerazione.

Da questa faglia emersa nel panorama politico occidentale è germogliato un florilegio di pubblicazioni, dai saggi più articolati agli editoriali più striminziti, spesso “utili” solo a confermare l’ipotesi che il populismo vada inteso come degenerazione (implicitamente di destra) del pensiero e dell’azione politica e della composizione sociale. Da qui il rischio concreto – che Dario Di Vico ha colto nei giorni scorsi alla perfezione – di trasformare la parola “in un contenitore di troppe cose diverse tra loro, compreso [soprattutto, direi io] il vecchio tic della superiorità antropologica che come è noto porta a definire deplorevoli tutti quelli che non fanno parte dell’universo dei colti.” 

Le elitè illuminate, istruite, tecnicamente preparate contro il popolo rozzo, stupido, dalle visioni troppo ristrette. Questa la lettura – quantomeno superficiale – offerta di fronte ai risultati delle tornate elettorali/referendarie prima citate, con la sottolineatura rafforzativa dello scontro tra città e campagna, giovani e anziani. Altrettanto stereotipata e irricevibile – per essere chiari nel descrivere il punto di partenza di questa riflessione – risulta essere la visione proposta da quelli che oggi portano orgogliosamente sul petto le “mostrine da populisti”. Da Marine Le Pen a Matteo Salvini, passando per lo stesso M5S. Le elitè ricche, corrotte, distanti dai cittadini contro il popolo che rivendica la propria sovranità nazionale, che si muove dal basso, che è pronto a ribellarsi alle tecnocrazie. Una narrazione di successo proprio perché gioca su una tensione oppositiva verso coloro che – non del tutto a torto – vengono riconosciuti come colpevoli di quella “grande contrazione” che a partire dal 2008 ha scardinato gli equilibri che, almeno apparentemente, reggevano il modello democratico occidentale.

Ora, lasciando per un attimo da parte le trame semplificate che il dibattito mainstream ci offre quotidianamente, è abbastanza evidente che siamo di fronte a un pericoloso avvitamento del sistema della rappresentanza politica e del suo funzionamento, un avvitamento che si riflette da un lato sulla qualità della classe dirigente e sulle forme organizzative della sua formazione/selezione e dall’altro sullo sfarinamento del contesto sociale e culturale delle comunità, sempre più private di punti di riferimento, di dimensioni identitarie/valoriali, di orizzonti comuni verso i quali guardare con fiducia e desiderio.

Ecco quindi che ciò che sta “dentro” la politica così come l’abbiamo intesa fino a oggi (i partiti, le istituzioni, le forme della leadership) assume caratteristiche di quasi irriformabilità e ciò che sta “fuori” – allo stato gassoso ancor più che liquido, come ci ha insegnato negli anni l’appena scomparso Zygmunt Bauman – si contorce assumendo forme fragili (per dimensione e valore dei percorsi sviluppati), spesso contraddittorie e tutt’altro che generative nell’offrire uno sbocco alternativo alla complicata condizione delle società moderne. Tutti in difesa, tutti spaventati a morte dai cambiamenti in atto, incapaci di prendere le misure (e agire di conseguenza) rispetto a fenomeni e flussi dai caratteri contemporaneamente locali e sovranazionali. Un bel casino. Grande è la confusione sotto il cielo, ma – viene da aggiungere, contraddicendo Mao – la situazione non appare eccellente.

Il ribaltamento dell’approccio rispetto agli effetti della globalizzazione (prima la panacea di ogni male, comprese le diseguaglianze, oggi il grande colpevole) non sta conducendo a riflettere sul significato che avevano le lotte del movimento no-global di inizio millennio ma ha favorito l’emergere (da destra a sinistra) di pulsioni nazionaliste e orientate alla protezione dello spazio statuale, delle identità rigide, dei particolarismi rispetto a una comune spinta universalistica, che pure l’essere oggi come mai prima interconnessi dovrebbe essere intesa come il vero traguardo da raggiungere e non un pericolo da tenere fuori dall’uscio. Fa impressione che oggi i no-global – mi si permetta la bestemmia – siano diventati Donald Trump, Matteo Salvini, Marine Le Pen, Nigel Farage e i loro sodali sparsi nell’Europa dell’Est. Oltre ovviamente a un corposa fetta di cittadini che al loro messaggio da credito, identificando in essi – o spesso solo nella loro retorica – i paladini designati per le proprie battaglie di veri (o presunti) sconfitti della globalizzazione.
Allo stesso modo le difficoltà dell’economia occidentale – unite anche queste al rigetto dell’ipotesi globalizzatrice del mercato capace di garantire tassi di crescita infinita – non ha determinato una presa di coscienza sufficientemente profonda rispetto ai rischi ambientali, sociali e politici che ci aspettano, ma al contrario ha rafforzato la certezza (a ogni latitudine del globo) di non voler/dover negoziare il proprio modello di sviluppo e stile di vita, con conseguenze tragiche per il pianeta e per la specie. Come si spiegherebbe altrimenti la totale irrilevanza dal punto di vista politico del messaggio proposto quotidianamente da Papa Francesco – lui stesso definito da molti populista – sui temi dell’ecologia, dell’uguaglianza, della solidarietà e della cooperazione. Dentro questa ingarbugliata matassa fatta di crisi che si sovrappongono una all’altra senza chiare vie d’uscita la dimensione istituzionale della politica conferma la propria fragilità (chi è troppo grande soffre di lentezza e farraginosità, chi è piccolo ha peso nullo sul piano globale) mentre quella popolare (dove sono i movimenti di opinione? dove le ipotesi utopiche, oggi così necessarie? dove le moltitudini?) fatica a orientarsi e aggregarsi in uno scenario sempre più frammentato e alienante ma allo stesso tempo interconnesso e reticolare, sia nella sua dimensione online – assolutamente rilevante – che offline.

Istituzioni (da ri-legittimare su altre basi o addirittura da re-inventare da zero) e comunità (a me suona meglio di popolo, ma non ne faccio una questione di principio) sono i due punti, oggi slegati, da riconnettere ed è necessario che questo avvenga – se si vuole imboccare davvero un percorso tanto radicale quanto ambizioso – grazie all’attivazione della seconda per dar corpo, fiato e idee alla prima, verificando e sperimentando il percorso delle comunità che invadono la politica e ne diventano protagoniste, che ne determinano istituzione riconosciute e aperte, stimolano pratiche dell’autogoverno, che non si accontentano delle gabbie della rappresentanza, immaginano e provano a definire nuove forme di organizzazione politica e di democrazia.

Va dato merito agli estensori del manifesto di Senso Comune di avere avuto il coraggio di rompere uno schema che voleva la sinistra (colpevolemente) autocompiacersi dell’essere altro e meglio del populismo, incapace di provare a leggere con maggior attenzione i segnali emersi dai risultati elettorali da un lato ma soprattutto da una trasformazione profonda della composizione sociale e delle condizioni materiali del contesto storico che stiamo attraversando. La loro ipotesi – che io non condivido al 100%, ma sarebbe preoccupante il contrario – equivale alla mossa della mano che scoperchia il vaso di Pandora e, senza paura, assumendosi il rischio di non richiudere il coperchio immediatamente, accetta la sfida di gettarsi nelle contraddizioni della contemporaneità – e di un futuro tutto da decifrare – e di abitarle senza la presunzione di saperne interpretare in anticipo pregi e difetti, opportunità e complessità, confini e orizzonti.
Non si tratta solo di un’esercizio del politicamente scorretto o di una dissertazione terminologica ma di uno stimolo, rivolto a chi lo vorrà cogliere, alla sperimentazione politica, alla contaminazione socio/culturale, alla rottura degli schemi dentro i quali (per abitudine, conformismo e comodità) la sinistra, e non solo, ha deciso di rimanere, senza né la curiosità né l’urgenza di capire cosa stava succedendo fuori da sé, a guardar bene neppure troppo lontano.
Ora è il momento delle scelte radicali. Può sembrare una frase fatte, forse neppure troppo innovativa ma per aiutarmi nell’affrontare questa questione mi è  venuto in soccorso Alessandro Fusacchia, una felice scoperta di lettura negli ultimi mesi. Non so quanto apprezzerebbe che le sue parole vengano accostate a un’iniziativa che vuole interrogarsi sui contorni dei fenomeni populisti immaginandone una possibile piega democratica, ma lo faccio comunque.

In un pezzo che trovate per intero qui, riferendosi alla necessità di sfuggire alle zone di confort che ci siamo costruiti nel tempo: “[…] bisogna accettare di fare la scelta più difficile. Quella altamente sconsigliata, all’apparenza più incoerente, per certi versi contro natura: la scelta di dire «no» a qualcosa che ci piace. All’ulteriore, irripetibile opportunità che ci è appena capitata. Dire «no» alla prossima scelta ancora al riparo, che non comporta rischi eccessivi; a quella scelta che — direbbe di Paolo [nel libro, uscito per Einaudi, “Tempo senza scelte”] — ancora una volta consente un margine ampio di rientro.”

E ancora, interrogandosi su cosa ci impedisce di abbandonare la dittatura del presente per essere promotori di nuovi paradigmi economici, politici, sociali e culturali si esprime così: “È come se avessimo rinunciato da ormai talmente tanto tempo ad ogni ambiziosa decisione collettiva e ci fossimo ridotti, inevitabilmente, ad una “società del minimo”: una società in cui al massimo lottiamo per avere un salario minimo, una pensione minima, un minimo di connessione a internet, un minimo di assistenza sanitaria garantita. Ma un minimo che rischia di diventare sempre più piccolo a piacere, se non torniamo a ragionare in fretta del nostro massimo comune denominatore. Se molte cose impossibili sono state realizzate nel passato, come mai molte cose possibili rischiano oggi di non essere nemmeno pensate? Dobbiamo smettere al più presto di confondere il calare della notte con la nostra galoppante cecità. O non è più detto che, comunque vada, domattina il sole sorgerà.”

Per Barack Obama la vittoria di Donald Trump non sarebbe stata sufficiente per impedire alla nostra stella di riferimento di alzarsi in cielo. Lo ha confermato – indirizzando un appello accorato a cittadini e cittadine – nel suo ultimo discorso da Presidente. Rimane però il dubbio che più che la capacità di penetrazione dei messaggi populisti (dei populisti cattivi s’intende) sia invece la nostra incapacità di costruire futuri desiderabili il vero problema?

Ci sono una serie di coppie di termini che mi piacerebbe affrontare nella conversazione con Senso Comune:
*Radicalità vs Moderazione
*Variabilità vs Stabilità
*Cooperazione vs Concorrenza
*Utopia vs Realismo

Ci sono inoltre alcuni temi – che riguardano in particolare anche il territorio trentino – che credo valga la pena sottoporre all’attenzione dei nostri ospiti:
*Crisi della rappresentanza (e per il Trentino fascinazione per il fenomeno dei civici)
*Europa (e non solo per il Trentino debolezza del pensiero federalista)
*Immigrazione (e approccio a un nuovo concetto di cittadinanza, almeno europea e mediterranea)
*Lavoro, economia, limiti dello sviluppo
*Reddito universale e modelli alternativi di welfare

Qui – in allegato – il Manifesto di Senso Comune con alcune mie sottolineature e commenti. Spero che sia i primi che i secondi aumentino e aiutino la discussione.

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  1. Ottima riflessione, che chiama in causa il bisogno di trovare modalità nuove di esercizio della cittadinanza, dove il solo essere “civis” si arricchisca dell’essere anche “sapiens”, ovvero in grado di elaborare nell’interiorità la consapevolezza del contesto e la capacità di interazione con gli altri. Andando oltre stereotipi e paradigmi superati, oltre egoismi e nazionalismi, facendo assumere alla parola ” popolo” l’accezione più nobile (quella che Ivano Dionigi ricorda nel suo libro “Il presente non basta”) in modo da mettere in guardia da ogni retorica propagandistica e dalle manipolazioni . In tempo di globalizzazione e di crisi è quanto mai urgente aprirsi alla ricerca di senso del nostro agire sociale e politico.

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