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Appunti di lettura | 24.

In Libri con le orecchie... on gennaio 26, 2017 at 9:32 pm

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Sono giorni che fatico a scrivere. Sento il peso fisico e mentale di una certa solitudine. Mi limito a condividere la lista delle cose lette in queste settimane. Spero siano interessanti.

*DOVE VA LA POLITICA (LA CONFUSIONE REGNA, E VA BENE/MALE COSI’)

Domenico Starnone | Per sapere dove andare | Internazionale
“Forse è che il mondo com’è si riesce sempre meno a dirigerlo. Anche perché per dirigere bisogna sapere dove andare e per sapere dove andare bisogna avere non etichette di comodo che lasciano fuori ciò che davvero conta, ma un pensiero. Altrimenti, come è successo con i giovani rottamatori, si affonda anche quando si giura che, come diceva un vecchio grande film funerario, avanti o indietro che sia, la nave va.”

Giuseppe Civati | That’s not radical. It’s democracy | ciwati
“Tutti preoccupati di non essere radicali, o di non esserlo troppo, in questi anni. Di essere «compatibili». Prima con qualcosa, poi a poco a poco con qualsiasi cosa.” Questo è un tema ben posto, e richiama alla necessità di prendere in considerazione il conflitto come meccanismo di trasformazione dell’esistente.

Christian Raimo | Un impegno politico per l’anno che verrà | Internazionale
Spunti per il 2017, partendo dai sintomi del problema. “L’idea della politica come gestione del potere per il potere non è più la degenerazione della morale pubblica o l’effetto della crisi delle ideologie, ma è l’esito di un’educazione civica dove, dice Deneault, la formazione non è rivolta a un orizzonte inesplorato, allo sviluppo sociale, quanto a imparare a “giocare il gioco”, plasmarsi a una serie di abitudine informali.” Poi anche il tentativo di offrire una soluzione. “Forse abbiamo almeno intuito allora come comprendere la crisi della politica abbia a che fare con un’indagine sulla formazione delle classi dirigenti. E che occorre rivolgere il nostro atto d’accusa non alla mera fenomenologia degli scandali, della corruzione, delle incompetenze e delle inadeguatezza dei politici, ma alle cause profonde di questa fragilità.”

Luca De Biase | Classe dirigente sfiduciata | blog.debiase.com
Tra il non più e il non ancora, è bene interrogarsi sul cosa fare. “Per adesso, in questa fase di transizione, le popolazioni credono a piattaforme che funzionano apparentemente in modo controllato dagli utenti. Ma se queste piattaforme non sviluppano un sistema per generare informazione di qualità, critica e documentata, non semplicemente gratificante per le echo-chamber, rischiano di perdere efficacia rapidamente. La chance non è certo quella di abbarbicarsi alle “autorità” del passato (tre quarti della popolazione non ci crede più). Ma probabilmente è necessario costruire sistemi di discernimento adatti alla contemporaneità. E a questo vale la pena di dedicarsi.”

*PENSIERI INNOVATIVI (NE ABBIAMO BISOGNO…)

Flaviano Zandonai | Una second life per le istituzioni | Vita.it
Un’idea, scherzosa ma non troppo, che nasce dentro l’eccessiva infrastrutturazione istituzionale del Trentino. Una sfida affascinante, che risponde al bisogno di trasformazione dei paradigmi a cui in pochi cercano di dare risposta. Più che un parco (nostalgico), meglio una second life per le istituzioni. Perché già oggi, in fondo, è così. I meetup aggregano opinione pubblica (e non solo del M5S), le social street ridisegnano i servizi pubblici locali, le piattaforme di crowfunding (civico) allargano l’ammontare delle risorse e la platea dei finanziatori, le banche del tempo amplificano le opzioni di impegno volontario, le piattaforme di coproduzione distribuiscono meglio i servizi di welfare contribuendo a renderli più efficaci e sostenibili. Certo è tutto molto ibrido, ma non per il gusto di baloccarsi con nuove forme giudiche e modelli organizzativi, ma per le caratteristiche di questo nuovo campo istituente, dove a farla da padrone è una modalità di azione più diretta, a misura di obiettivo e dunque d’impatto.”

Annibale D’Elia e Paolo Venturi | Fa’ il lavoro giusto | CheFare
Sguardi trasformativi dentro la crisi del lavoro, non solo in termini quantitativi ma soprattutto di qualificazione del suo valore. “Il lavoro giusto non è solamente quello che assicura una remunerazione equa a chi lo ha svolto, ma anche quello che corrisponde al bisogno di autorealizzazione della persona e, perciò, che è in grado di dare pieno sviluppo alle sue capacità e ai sui desideri. “In quanto attività basicamente trasformativa, il lavoro interviene sia sulla persona sia sulla società; cioè sia sul soggetto sia sul suo oggetto. Questi due esiti, che scaturiscono in modo congiunto dall’attività lavorativa, definiscono la cifra morale del lavoro” (S. Zamagni).” Anche in questo caso, capito il problema di partenza, verso dove dovremmo muoverci? “Il lavoro ha bisogno d’imprese inclusive, naturalmente tecnologiche e intenzionalmente sociali; imprese che non separano dissennatamente dimensione soggettiva e dimensione oggettiva del lavoro, luoghi capaci di costruire occasioni concrete di libertà, la quale – mai lo si dimentichi – non può essere prodotta, né può essere scambiata al modo delle merci.”

Laura Traldi | Pensiero positivo | DDonna
In questo periodo si sente parlare spesso di utopie, e la cosa mi appassiona tanto. Perché dalle secche della politica (e dell’imbarbarimento sociale) si esce solo alzando il tiro, offrendo visioni, scardinando lo status quo. E Rutger Bregman mi sta davvero simpatico.
“Se riuscissimo a sradicare la povertà, avremmo un’esplosione di creatività e di voglia di fare. Oggi invece diciamo: no, devono uscirne loro, diamogli gli strumenti. E li costringiamo a studiare, a seguire programmi governativi. Ma non funziona. Il perché me l’ha spiegato con una metafora Eldar Shafir (professore di Psicologia a Princeton e co-autore di Scarsity, perché avere poco significa tanto, ed. Il Saggiatore, 2014): fornire strumenti a chi è indigente è come insegnargli a stare a galla in una piscina riscaldata, e poi gettarlo nell’oceano: annegherà. Meglio toglierlo dal mare in tempesta e poi dargli la possibilità di imparare a nuotare. Il salario di cittadinanza è questo: togliere le persone dall’oceano, sradicare la povertà. Che è una mancanza di denaro, non di carattere».”

Paolo Gubitta | E’ il tempo dei lavori ibridi | La nuvola del lavoro
I lavori del futuro, necessariamente ibridi. Non necessariamente un problema, sempre che non corrispondano a un ulteriore surplus di flessibilità, precarietà, fragilità. “In pratica, per accedere ai «lavori ibridi» si deve anticipatamente mettere in conto la «fatica di imparare».Ma solo in un momento successivo si verificherà se tale fatica sarà ripagata da una vera «maggiore impiegabilità», cioè nel minore rischio di restare disoccupato per lungo tempo o per sempre dopo aver perso un lavoro o di doversi adattare a qualsiasi attività pur di avere uno stipendio. I «lavori ibridi» che il 2016 lascia in eredità al 2017 e agli anni seguenti hanno bisogno di politiche pubbliche ad hoc.”

 

*ALTRI WELFARE

Stefano Bruni e Valentino Santoni | La condizione socio-economica dell’Italia letta con le lenti del BES | http://www.secondowelfare.it
Indicatori (oltre il Pil) per capire i contorni e il corpo della dimensione sociale ed economica italiana. Diseguaglianze che non trovano soluzioni, difficoltà nella gestione dei figli, rapporto con il lavoro contraddittorio, sistema delle relazioni sufficiente ma non autosufficiente.

Cristina MoriniCrisi del welfare state e welfare del comune: il progetto di ricerca PIE News | Effimera.org
Per lavoro ho incrociato la strada con il progetto PIE News, e di conseguenza con qualche vecchio amico che ha continuato a interrogarsi su nuove forme di welfare. “La frantumazione di molte presunte “certezze” (crescita economica, progresso, occupazione), nella dinamica messa a nudo dalla crisi finanziaria globale, spinge a ripensare le modalità di organizzazione della vita e dei suoi bisogni, politicizzando il problema a partire dalle strutture di base (la famiglia, la coppia, il “privato”) e perfino a partire dalle attitudini sentimentali che sono implicate in essa (la cura, la sollecitudine, l’amore, la dedizione).” Da modelli classici di welfare – quelli che abbiamo conosciuto nel recente passato – all’ipotesi del commonfare: “Come è cambiata, nel tempo, la soggettività precaria, tra infelicità e potenza, tra fragilità e autonomia, tra libertà e autosfruttamento? Come si è trasformata, sotto i colpi della crisi, ma anche attraverso il ruolo delle tecnologie? Come recepisce, e immagina di sovvertire, le difficoltà dei movimenti e della politica? Questo processo di individuazione può fornire nuovi attrezzi alle politiche pubbliche, promuovendo il  “commonfare” o “welfare del comune”, ovvero l’idea di una condivisione dei “beni comuni” attraverso una gestione più equa e più in linea con i bisogni (e possibilmente i desideri) delle persone, nella contemporaneità.”

*POPULISMI (DA COMPRENDERE)

Slavoj Žižek | Cosa deve fare la sinistra per sopravvivere a Trump | Corriere della Sera
La versione di Žižek, dal pensiero non proprio lineare in questi “tempi interessanti”. “Proprio poiché la recente esplosione del populismo di destra è il sintomo dei fallimenti della sinistra liberale odierna, il nostro compito non può limitarsi a combattere Trump e Le Pen. Se lo facessimo, perseguiremmo quella che in medicina si chiama «remissione sintomatica»: sei ammalato, l’effetto è che provi dolore, prendi gli antidolorifici ma la malattia è sempre lì. Le critiche a Trump non sono che cure sintomatiche: il vero compito è analizzare che cosa non ha funzionato nella sinistra moderata e liberale.”

Thomas Piketty | Viva il populismo! | La Repubblica
Titolo spacca-web, ma analisi acuta. Sulle condizioni di partenza certo, con ancora molta confusione (non solo sua) rispetto a cosa si dovrebbe fare. “Il populismo non è nient’altro che una risposta, confusa ma legittima, al sentimento di abbandono delle classi popolari dei Paesi sviluppati di fronte alla globalizzazione e all’ascesa della disuguaglianza.”

Alessandro Giglioli | O democrazia radicale o finisce male | L’Espresso
Condizione di partenza: “Resta la questione principale: se si vuole l’uomo forte è perché si ha la sensazione – tutt’altro che infondata – che le democrazie non decidano più. Che possiamo eleggere chicchessia – anche il meglio fico del bigoncio – ma poi quello non potrà fare quasi nulla. A meno che non sia abbastanza muscolare e assertivo da vincere a braccio di ferro con tutto il resto: mercati, investitori, demografia eccetera eccetera.” L’antidoto, che condivido in pieno: “C’è da chiedersi quindi se ci sia modo di costruire un’alternativa che proceda alla rovescia, rispetto a quel modello intuitivo, facile, immediato, istintuale, insomma trumpiano. Un’alternativa fatta di democrazia radicale, capillare, partecipata – e sovrana. Un modello verso cui tendere in cui le persone sono non escluse dalle decisioni (la ragione per cui poi chiedono l’uomo forte) ma al contrario coinvolte e ascoltate. In cui contano, insomma. Dal locale al globale. Dalla circoscrizione all’Europa – e oltre. E non solo il giorno in cui mettiamo la croce sulla scheda. Anche in quel giorno (è importante, certo) ma non solo.

Judith Butler | Un populismo di sinistra per la democrazia radicale | Libération
Leggo sempre volentieri Judith Butler, anche in questo caso quando si spinge a immaginare un possibile populismo di sinistra. “Molti di noi vivono già una vita “screditata”, e troviamo un’indignazione legittima e incoraggiante in tutti gli “screditati”. Si tratta di tradurre l’indignazione, nella sfera politica, in un vasto appello per una democrazia inclusiva ed egualitaria. Nel momento in cui non c’è una visione democratica da parte degli screditati, la violenza e la vendetta appaiono come la soluzione. A mio avviso, non possiamo vivere una vita vivibile se non cominciamo a stabilire condizioni comuni di vivibilità. Per me un impegno democratico di base dovrebbe porsi questo obiettivo.”

 

 

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  1. Grazie Federico … comprendo la solitudine, ma quanto scrivi e suggerisci è molto interessante … ciao, Erica

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