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Appunti di lettura | 25.

In Libri con le orecchie... on febbraio 3, 2017 at 11:20 pm

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Direttamente collegato alla precedente puntata. Un pezzo che esce a proposito in questi giorni e si inserisce perfettamente dentro il filone di ricerca (interiore e non) di cui mi sento protagonista.

Alain de Botton | La solitudine è difficile, ma ci rende persone migliori | Internazionale
“Forse ci sarebbe voluta solo più fortuna”, per non sentirsi così soli. “La solitudine è una tassa che dobbiamo pagare per la nostra complessità.” 

CITTA’ (E NON SOLO)

Daniela Monti | Paolo Cognetti: l’idea di famiglia, casa e carriera è in crisi, vivere in città è lo specchio di quel fallimento | Corriere della Sera
«Ama e fa’ ciò che vuoi». Un motto apparentemente banale che però sembra raccogliere perfettamente l’incrocio tra il desiderio di bellezza e il senso di distacco che Paolo Cognetti vuole comunicare. E’ uno degli scrittori italiani del momento, il suo “Le otto montagne” è recensito meravigliosamente da chiunque lo legga e le sue discese a valle mobilitano chi vuole ascoltarne il racconto. «La mia esperienza in montagna coincide con qualcosa di epocale: l’idea che la vita sia costruirsi una famiglia, una casa, una carriera è entrata in crisi con la mia generazione. La città è lo specchio di quel sogno diventato fallimento. E allora per tanti sta diventando un’urgenza: che ci stiamo a fare in città? Il paesaggio non è forma, è sostanza: entra nelle relazioni. C’è bisogno di semplificare per essere felici, di vivere con poco per essere liberi. C’è anche un lato economico: in città stai sempre con il portafoglio in mano. Anche in montagna i soldi servono, ma non sono lo strumento delle tue giornate». Non mi sento pronto per la risalita dei crinali trentini verso le mie origini valligiane ma tengo presente quest’idea che da un po’ mi affascina…

Sara Marzullo | Il futuro è in città: conversazione con Suketu Mehta | The Towner
In piena contraddizione con Cognetti, ma questo blog é figlio della mia curiosità, non delle mie certezze. Un pezzo bellissimo e profondo, a partire da un libro che sarà certamente una mia prossima lettura. “Quello che penso è che una grande città non può e non potrà mai includere tutti, come non si può invitare tutti allo stesso party, ma è importante che in qualche parte della città ci sia un party a cui puoi andare, non importa chi tu sia o da dove vieni. Una grande città non è quella in cui tutti sono amici o ognuno ha le stesse opportunità, vive nello stesso tipo di casa e va a mangiare nello stesso posto, perché questo non è possibile. In una grande città, però, c’è un posto per tutti, non importa quanto povero, nero, donna, svantaggiato uno sia.”

Giuseppe Caccia | BERLINO: “UNA DIVERSA QUALITÀ SOCIALE DELLA VITA URBANA È POSSIBILE” | Il Manifesto
Interessante intervista a Andrej Holm, attivista e ricercatore berlinese. Nuove politiche per il diritto all’abitare, relazione tra movimenti e forme organizzate della politiche, rapporti di forza tra sociale e politico in ambito urbano, coalizione tra città europee che tentano di modificare i paradigmi economici di riferimento.

Davide Agazzi | Nuove economie urbane. Come (e per chi) sta cambiando Milano? | Gli Stati Generali
Cristina Tajani | Generare lavoro per tutti: perché é ancora possibile partire dalle città | Gli Stati Generali
Due spunti da Milano. Il trend dice che è la città più innovativa d’Italia, ma è bene andare oltre la facciata modaiola del fenomeno (che pure c’è) e cercare di capire il fenomeno. Cosa sono e come si aiutano “nuove economie urbane a vocazione inclusiva”? “I filoni di cui si compongono queste nuove economie urbane sono almeno tre: quello delle imprese ad alto impatto sociale, prevalentemente impegnate a fornire servizi di nuova generazione nell’ambito del welfare, della cura della persona, della cultura e della creatività cui si possono ascrivere anche le numerose piattaforme di economia collaborativa destinate e scambiare beni e servizi invece che promuoverne il possesso esclusivo; quello delle imprese attive nell’ambito del green, dell’agricoltura periurbana e del crescente settore del food (trasformazione e distribuzione); quello delle nuove manifatture urbane legate all’artigianato tradizionale ad alto valore aggiunto o a quello digitale.” Mi sembra giusto riportare quello che mi sembra – senza farne apologia – un buon esperimento.

L’URGENZA DI UNA POLITICA ALTRA

Parto da un recente post FB di Alessandro Gilioli, che trovo uno degli opinionisti politici più brillanti e meno paludati presenti in Italia. Leggetevi questo editoriale di Aldo Cazzullo – il mio non è un rifiuto di tipo ideologico, ma basato sulla richiesta di una minima onestà intellettuale – per capire perché apprezzo la franchezza di Gilioli nell’affrontare l’attualità politica.

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Bernard Guetta | La sinistra globale è in crisi | Internazionale
Parole sante, per comprendere la questione. Per darle una risposta, passare un’altra volta. “L’unità europea è la condizione sine qua non della rinascita della sinistra. Ovunque la sinistra deve ritrovare la fiamma dell’indignazione contro l’ingiustizia e un senso politico adeguato per creare un’alleanza tra i lavoratori dipendenti, i precari, gli agricoltori, gli imprenditori minacciati dal dumping fiscale e sociale e tutti quelli che temono che la ricerca del profitto a tutti i costi possa distruggere il nostro pianeta. La sinistra non è morta, ma deve reinventarsi. Non si farà in un giorno, ma a ben vedere questo lento processo è già partito, in Francia e altrove.”

Stefano Montefiori | Francia, il vincitore Hamon: «Basta con l’Europa dei contabili» | Corriere della Sera
Il solo nominare aggregazioni progressiste produce una quantità di “sfiga” che non ha ancora trovato strumenti di misurazione adatti. Tenere insieme gli “Hells Angels per l’Europa” di Yannis Varoufakis con la rigidità alla ispettore Derrick di Martin Schultz assomiglia a un’impresa paragonabile solo al tentare una sintesi dei 754 rivoli (all’ora di pranzo di oggi, ma certamente in aumento) in cui si divide il non proprio impetuoso fiume della sinistra italiana. A me però Hamon sta simpatico e qualcosa – su scala almeno europea, rifiutando la nazionalizzazione della partita politica – va fatto.

Alessandro Gilioli | Addio lib-lab | L’Espresso
Chi se ne va, forse definitivamente. Chi prova ad arrivare, non senza difficoltà. “Intanto, tuttavia, c’è da prendere atto che sta finendo una cosa durata trent’anni. La sinistra che nelle “real issues” fa cose di destra. E che, se volete, per semplicità possiamo chiamare blairismo. In fondo è stato Blair a inaugurarla. Così com’è stato Renzi a perpetuarla fuori tempo massimo e a darne anche una rappresentazione mediatica, nell’esibizione in camicia bianca con Sánchez e Valls: il primo dimessosi dopo la sconfitta a ottobre, il secondo uscito di scena ieri. Credo che sia una sconfitta irreversibile, non contingente. E credo che sia l’unica certezza con cui fare i conti, quali che siano le forme, i nomi e le proposte con cui possono costruire quelli che, invece, pensano che ci sia un’urgenza di redistribuzione, di welfare, di avanzamento degli ultimi, di tutela per tutti quelli che stanno diventando ultimi.”

Massimo Mantellini | L’elettore del Pd che sarei io | Manteblog
Intendiamoci. Quell’elettore del Pd che sarei io non sono proprio io. Soprattutto negli ultimi anni mi sono tenuto alla larga – non credo a torto – dal Partito Democratico, non trovando tra l’altro fuori da esso qualcosa che mi attirasse davvero, non solo come elettore ma anche come attivista/militante, o come si chiamano oggi quelli che vorrebbero pure partecipare alla vita politica della propria comunità. Certo però Mantellini, di cui adoro gran parte delle comunicazioni social, centra il punto perché fa capire come – pur rimanendo in superficie – sia piuttosto semplice piantare i paletti dentro il quale dare forma a una forza politica che intenda offrire una sintesi al pensiero e all’azione social-democratica, senza buttare a mare grammatiche e categorie che seppur datate possiedono ancora oggi un proprio significato e un proprio utilizzo.

Michele Ballerin | Arriva l’Europa dei giovani | L’Espresso
“Le élites che fino ad oggi hanno messo mano alla costruzione europea se ne facciano una ragione: è venuto il momento di aprire i cancelli del cantiere, stendere su un tavolo il progetto e spiegarne al pubblico le ragioni, gli obiettivi, il senso, magari chiedendogli anche cosa ne pensa. Si dice che insegnare sia il modo migliore di imparare. Allora forse gli ingegneri del cantiere ne approfitteranno per rammentarsi, nel caso l’avessero scordato, che il loro compito non è solo di verificare la correttezza di questo o quel calcolo millimetrico ma è di costruire, su fondamenta federali, la democrazia europea, la casa comune che milioni di cuori sono impazienti di abitare. È quello che gli architetti di Ventotene avevano in mente: ed è l’unica opzione valida, oggi come ieri…”

Giuseppe De Rita | La retorica dell’uomo forte e gli errori da non ripetere | Corriere della Sera
Un uomo del Novecento che sa mettere al servizio degli altri la sua esperienza e la sua capacità d’interpretazione dei contesti. “Il tema dell’uomo forte è vecchio e senza sbocco. Non sono riuscito a capire perché nei giorni scorsi sia riesplosa sui giornali la segnalazione di una diffusa domanda di una intensa decisionalità politica, fino a riproporre l’ipotesi dell’esigenza di un «uomo forte». […] È un tema certo di moda, ma mi spingo a dire che è vecchio e senza sbocco. Non soltanto perché siamo usciti di recente da una non felice governance personalizzata e verticalizzata (resta comunque la fila per riprovarci); ma specialmente per due ragioni più profonde: vedo infatti usato da un lato un ragionamento politico di quasi quaranta anni fa; e dall’altro una concezione dell’Italia di oggi che non ritrovo nella realtà.”

Arnaldo Testi | “populist” e “Populist”, un gioco di parole | ytali.com
Interessante giochino che riflette sul significato del termine populista/Populista, laddove oggi la si usa spesso a sproposito…per commentare – non in ordine di importanza – una sentenza (quella relativa all’incidente ferroviario di Viareggio), le lamentele sul cachet di Carlo Conti a Sanremo, qualsiasi proposta di reddito universale slegato dal lavoro.

Hamilton Santià | Brutti, sporchi e cattivi | CheFare
“«Che cosa stavi facendo il giorno dell’elezione di Donald Trump?». Erano le quattro del mattino. Stavo tornando a casa. Probabilmente stavo pensando a come l’epoca con il più grande accesso all’informazione e alla cultura, con la più alta connettività e infinite possibilità di discussione e dialogo e contatto tra le persone abbia prodotto una risposta minima, aggressiva e riottosa. Una risposta che rappresenta un vero stress-test per la democrazia. Pensavo a come tutte le utopie con cui ci siamo affacciati pieni di ottimismo nel ventunesimo secolo – la rivoluzione di Internet, la ricerca della sostenibilità, l’abbattimento dei confini, la messa in discussione del capitalismo come sistema di disuguaglianza, la fine del potere – siano state spazzate via da una vorace e spaventosa fame di realtà. E questa realtà stava arrivando da un’altra parte, senza che noi avessimo ascoltato fino in fondo i segnali che stavano arrivando. Una realtà in cui la crisi dei corpi intermedi che ci ha proiettati in un nuovo capitolo, in questo nuovo mondo che non abbiamo ancora mappato, abbia portato ancora più in là le previsioni di Margaret Thatcher. La società è già morta da un pezzo. Le comunità non esistono. E trasformandosi in pura funzionalità – elettore consumatore, perso nella massa senza necessaria consapevolezza critica, incapace di distinguere il vero dal falso – non esiste più nemmeno l’individuo.”

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