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Mens in urbe. Perché parlare di città.

In Ponti di vista on febbraio 8, 2017 at 8:53 am

crowd-1209895_1920Questo testo è la composizione – riveduta ma non del tutto corretta e curata, quindi parziale – di una serie di appunti utili al mio intervento durante la prima puntata di Mens in Urbe, format radiofonico ospitato dall’emittente Radio Trentino in Blu.
In onda ogni venerdì dalle 10.35. 
Dal sito sono scaricabili i podcast delle puntate precedenti.
Qui quella d’apertura, dello scorso 3 febbraio.

Richard Sennett è uno degli studiosi contemporanei più attenti e curiosi all’analisi dei fenomeni sociali. Il suo sguardo da anni si posa anche sulle forme mutevoli delle città, cui ha dedicato diverse ricerche e interventi pubblici. Nei prossimi mesi è prevista la pubblicazione di un volume che completerà la fortunata trilogia iniziata con “L’uomo artigiano” e proseguita con “Insieme”, con l’intento di leggere con la dovuta profondità i contesti urbani e le loro trasformazioni. L’idea di fondo che Sennett sostiene è quella della necessità di intendere le città come sistemi aperti (i muri e l’esclusione, la chiusura nei confronti dell’esterno e dell’altro sono pura illusione) e di lavorare sui bordi (intesi come membrane permeabili e non come barriere impenetrabili) “tra le varie comunità, in modo da creare, per così dire, dei confini porosi e permeabili. Forma incompleta. La forma incompleta incarna un credo creativo. Nelle arti plastiche, si manifesta nelle sculture lasciate di proposito incomplete; in poesia, per usare una frase di Wallace Steven, si parla della “creazione del frammento”. Di conseguenza la costruzione della città e delle comunità che la compongono va intesa come un romanzo, da scrivere e leggere un capitolo dopo l’altro. Se uno scrittore annunciasse nelle prima pagine del suo romanzo, ecco che cosa succederà, che cosa capiterà ai personaggi, e che cosa significa questa storia, il lettore non ci penserebbe due volte a chiudere il libro. La narrativa migliore parte alla scoperta e punta a esplorare l’ignoto, l’imprevisto. L’arte dello scrittore sta nel plasmare, nel dare forma a quel processo esplorativo. Così pure è l’arte dell’urbanista.” Lo stesso esperimento narrativo è quello che  – molto umilmente – si propone Mens in Urbe, un piccolo e certamente non esaustivo viaggio dentro le complessità della città.

Ma qual è il tempo necessario per guardare allo spazio urbano? Quale l’incedere del passo più adatto per comprenderne le sfumature e non accettarne l’omologazione. Il ritmo del reale, dell’interazione con il contesto e con le varie forme dell’abitare lo spazio (ne ho già parlato su questo blog, raccontando la visione del documentario Ogni opera di confessione, riuscito prodotto realizzato per narrare il tentativo di riqualificazione delle Ex Officine Reggiane) è la scelta più radicale anche se apparentemente meno alla moda, meno spendibili di fronte al pubblico, per opporci alla richiesta costante di accelerazione che subiamo nell’osservazione, nell’elaborazione, nell’azione.

Se oggi guardiamo alle città – rivendicando un sufficiente grado di profondità – ne riconosciamo un ruolo di assoluta centralità per una molteplicità di motivi. Centralità data dalla capacità (in parte teorizzata, a volte sperimentata) di opporsi al riemergere dei nazionalismi, sapendo interpretare un ruolo di rottura rispetto ad una geografia che – provando a decretare, fuori tempo massimo, la sconfitta della globalizzazione – vorrebbe restituire ai confini il compito di codificare i contorni di una nuovo dimensione sociale e politica. Chiusa, rancorosa, impaurita. L’esatto contrario della descrizione di Sennett che ho utilizzato all’inizio di questo articolo.

Ecco che allora, sforzandosi di scavare un po’ più a fondo nelle pieghe del vivere urbano, si scoprono esperienze di città che vogliono essere accoglienti (la Barcellona che si definisce “rifugio” o le “città santuario” che negli Stati Uniti sperimentano pratiche di opposizione ai primi atti rispetto alle politiche sull’immigrazione della presidenza Trump), che sperimentato e mettono a sistema atteggiamenti e progettazioni resilienti perché interpretano in maniera più avanzata e strutturata la risposta necessaria ai cambiamenti climatici e più in generale ai fenomeni globali e complessi che le investono. E ancora ecosistemi della cultura e dell’innovazione, laddove l’abilitazione dei cittadini e delle cittadine a processi artistici e creativi garantisce una distribuzione diffusa e capillare delle competenze e degli esiti (vedasi le “Capitali” Matera e Palermo) e una migliore prontezza nel raccogliere le opportunità emergenti.
Siamo di fronte quindi – nei grandi, nei medi e nei piccoli centri – a costituenti esperienze di rinnovato municipalismo, dove modelli di governance territoriali che sfidano le spinte centraliste richiamano al diritto alla città di cui tanto e bene ha scritto Henri Lefebvre, intendendo una profonda revisione, se non addirittura una rivoluzione, della relazione con la città. “Il diritto alla città – dice  – si presenta come forma superiore dei diritti, come diritto alla libertà, all’individualizzazione nella socializzazione, all’habitat e all’abitare. Il diritto all’opera (all’attività partecipante) e il diritto alla fruizione (ben diverso dal diritto alla proprietà) sono impliciti nel diritto alla città”. Con il mondo che sembra scivolare su un pericoloso piano inclinato verso le barbarie, le città – almeno alcune, non poche – si muovono in un’altra direzione, descrivendo un’ipotesi fatta di autonomia, di responsabilità condivisa, di attivazione di comunità.

Citando, senza nessuna fantasia, Italo Calvino “Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone”. Partiamo dall’opporci al deserto che monta per dare forma alle nostre città.

f.

 

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