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Una libreria che chiude sotto casa, un quartiere che lentamente si spegne

In Ponti di vista on marzo 3, 2017 at 9:59 pm
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– miniature calendar, super –

Ricordate il mio post su Instagram di qualche giorno fa? Quello che raccontava il cambio di rotta commerciale della libreria sotto casa. A distanza di un fine settimana della libreria (la storica Disertori) non rimane nulla. Tutti i libri (tutti, non solo quelli con in copertina seni procaci, big penis, chiappe abbondanti) messi in scatoloni e caricati in auto per finire, probabilmente, in un polveroso magazzino. Gli scaffali smontati, le luci spente. Lo spazio completamente vuoto. Soffro quando uno “spaccio” di libri chiude i battenti. Soffro di più quando tutto attorno un intero quartiere vede la propria vitalità ridursi, le proprie attività (non solo commerciali, ma soprattutto culturali e sociali) poco per volta svanire, ammutolirsi. Succede nel mio quartiere e – a essere sincero – me ne sento un poco responsabile anch’io. Un paio di anni fa ci siamo rimboccati le maniche, con le attività del festival Tutta mia la città, ma dopo le belle giornate di attività previste nei vari spazi (pubblici e privati) della via non c’è stato un vero cambio di approccio nell’animazione di questa parte di città. Non è cambiato lo sguardo dell’Amministrazione pubblica, che non si è impegnata a sufficienza nella fondamentale azione di chiusura al traffico e alla sosta di autovetture. Non è bastata la passione e l’energia di qualche commerciante (in numero inferiore alle dita di una mano, of course) per proporre attività utili a rendere meno grigio il contesto della via. Non c’è stata da parte dei residenti – sempre meno numerosi in verità – nessuna reazione rispetto al lento svuotamento dello spazio urbano circostante, sempre più anonimo e impoverito. Un tale allineamento di condizioni negative non poteva che produrre effetti gravi per l’intera zona. Basta infatti passeggiare partendo da Largo Nazario Sauro, risalendo fino alle scuole Sanzio e poi attraversata la strada proseguire fino ad incrociare Via Manci, per incontrare una serie preoccupante di negozi sfitti, palazzi completamente abbandonati, vetrine e corti tappezzate da cartelli “Affittasi”. Alzando gli occhi dai piani terra la situazione non appare migliore, lì dove di sera il numero delle finestre buie è di gran lunga maggiore rispetto a quelle illuminate.

Il mondo del commercio (soprattutto al dettaglio e nei centri storici) non gode di buona salute, messo sotto pressione da store online, grandi catene e marchi in franchising, benché anche questi ultimi sembrino essere oggi investimenti meno sicuri di un tempo. I dati presentati da Confcommercio nei giorni scorsi (contenuti nel documento “Demografia d’impresa nei centri storici italiani”) certificano una crisi profonda del settore, ponendo Trento in una condizione leggermente migliore rispetto alle altre 39 città prese in considerazione. I dati però – come dimostra la situazione specifica di Via del Suffragio, quartiere San Martino, Piazza della Mostra e dintorni – non dicono tutto e, se si è curiosi di capirci qualcosa in più, bisogna provare a posare lo sguardo sulle tre categorie che in precedenza ho rapidamente elencato come “complici” con le loro azioni nell’allargarsi del problema: istituzioni, imprenditori, cittadini.

In estrema sintesi. Le istituzioni sono chiamate a mettere in moto processi capaci di far dialogare più facilmente pubblico e privato, di valorizzare spazi precedentemente inutilizzati o sottoutilizzati, di generare opportunità per imprenditoria e lavoro di qualità,  di prendere in considerazione – come bene scrive Davide Agazzi su Gli Stati Generali – la possibilità di stimolare e accompagnare lo sviluppo di “nuove economie urbane a vocazione inclusiva” . Tanta roba insomma, dentro una vera e propria rivoluzione della governance cittadina, frutto di competenze diffuse all’interno di tutta la macchina amministrativa, spesso molto restia ai cambiamenti.

Il ruolo del commerciante (dell’imprenditore) oggi non si può ridurre all’alzare la serranda in attesa dell’arrivo del primo cliente della giornata. Pesa oggi nello stare sul mercato e nel trovare sostenibilità (non solo economica) per la propria iniziativa la capacità di interrogarsi e agire dentro schemi imprenditoriali nuovi, che sempre Davide Agazzi dal suo osservatorio milanese riesce a descrivere con grande precisione. Serve “un pizzico di innovazione ed imprenditoria sociale (tipo le Società Benefit), un pizzico di nuovo artigianato (come direbbe Stefano Micelli), una forte attenzione al territorio, alle relazioni, alle persone, (Paolo Venturi e Flaviano Zandonai le chiamano imprese ibride o imprese coesive), un pizzico di design, capacità di raccontare la propria storia e gestire con attenzione i propri clienti, anche attraverso i social media, e, per finire, come se non bastasse, la promessa di un lavoro denso di senso, perché capace di trasformare (in meglio) la vita in città.”

In tanti, nelle vie delle nostre città, chiudono certo per gli affitti troppo alti, per una riduzione generale – non temporanea – dei consumi, per una concorrenza sempre più agguerrita, ma è altrettanto evidente l’incapacità di mettere in campo unicità e innovazione, di dare corpo e di curare comunità attorno al proprio punto vendita, di essere punto di riferimento – non solo commerciale – per la popolazione di un territorio, così come avveniva un tempo con i piccoli negozi di prossimità nei paesi di montagna.

I cittadini, in ultima analisi, devono tornare a interrogarsi sul valore dello spazio pubblico e sul loro ruolo nella creazione di comunità relazionali. Gli strumenti della sussidiarietà orizzontale (il Regolamento proposto da Labsus, i patti di collaborazione che da esso derivano) possono essere utili per muovere i primi passi, così come sarebbe fondamentale riscoprire il piacere di progettare e realizzare insieme azioni dedicate al proprio quartiere. I buoni esempi esistono e vengono costantemente raccontati, ciò che sembra mancare è la prassi, la continuità, la naturalezza per entrare a pieno titolo nel patrimonio di un’intera comunità. Giacomo Becattini nel suo “La coscienza dei luoghi” si spinge a parlare di una trasformazione così netta da necessitare “la ricerca di diversi modelli di sviluppo che comportano diversi processi di appropriazione e uso delle risorse da parte degli abitanti/produttori, diversi rapporti sociali di produzione fondati su nuovi statuti del lavoro e del consumo, diverse forme “pattizie” di democrazia diretta, diversi settori strategici dell’economia”.

Da dove ripartire? Senza voler descrivere quelli che potrebbero essere i protagonisti di un modo diverso di intendere il quartiere (è un dato da osservare con attenzione che chi rimane e “funziona” siano un negozio di prodotti di design, uno di riuso per vestiario e oggetti per bambini, qualche bar che ha trovato una propria unicità e una propria comunità di riferimento, un prossimo spazio – mignon – di co-working…più in là una rivendita di libri usati, una libreria per bambini, una minuscola galleria d’arte e una delle poche sale concerti della città) è abbastanza evidente che in questo pezzo di città ci sarebbero tutte le condizioni per sperimentare quel modello che tanto “va di moda” in questo periodo negli ambienti dell’innovazione sociale e culturale e che prende il nome di community hub. Claudio Calvaresi ne traccia in questa maniera i confini più larghi: “si tratta di spazi che sono abbandonati o sottoutilizzati in cui si svolgono funzioni ibride che hanno un esito di natura collettiva nell’ambito della cultura, del lavoro, del welfare, dell’inclusione sociale e che hanno una forte relazione con la comunità locale di riferimento”. Certo gli spazi non mancano, così come la necessità di una presa in carico collettiva della situazione.

f.

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