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La centralità della piazza per evitare l’estinzione.

In Ponti di vista on marzo 9, 2017 at 5:31 pm

square-984205_1920IN ALTALENA NEL PRESENTE. Abito da dieci anni a Trento, da sei vivo al fianco di Beatrice. A noi da quattro anni e mezzo e un anno e mezzo si sono aggiunte Petra e Adele, due bimbe piuttosto vispe e curiose. Lavoro presso Impact Hub, uno spazio di co-working “vicino di casa” del Muse, avendo la propria sede sull’altro lato del quartiere delle Albere, proprio oltre una piazza, quella intitolata alle Donne Lavoratrici. Provo a fare delle mie passioni un lavoro, prestando attenzione ai cambiamenti sociali, studiando i fenomeni economici e culturali, aiutando nell’interpretazione dei contesti in mutamento singoli o gruppi con cui collaboro. A volte ci riesco, spesso vengo vinto dal mal di testa che riescono a “regalare” questi tempi frenetici. Credo nella politica e nella capacità delle comunità di esserne protagoniste. Mi interesso di pratiche di riqualificazione urbana attraverso processi partecipativi. Adoro qualunque cosa si possa leggere, e in occasione di questa chiacchierata “in piazza” ho portato con me alcuni dei titoli che negli ultimi mesi hanno attirato la mia attenzione.

Il 2016 è stato per me un anno caratterizzato da un costante lavoro di ricerca, tanto in ambito personale quanto in quello collettivo. Un periodo che mi ha posto di fronte a una serie di questioni importanti, di incontri entusiasmanti, di argomenti da scoprire e che si sono dimostrati sfidanti. E’ stato un anno faticoso e istruttivo, che ha avuto al centro i temi della condivisione, sia nella moderna (e ancora piuttosto contraddittoria) dimensione dello sharing che nella sua più tradizionale – e spesso sottovalutata – declinazione comunitaria, nel ritorno a quella che Giacomo Becattini definisce mirabilmente “coscienza di luogo”. Il 2017 è ripartito con le stesse sollecitazioni, solo probabilmente con maggiore urgenza.

IMG_20170309_073216LA PAROLA E LA PIAZZA. Ho subito pensato a come poter collegare la mia esperienza personale con lo spazio che il Muse ha deciso di mettere a disposizione, grazie all’idea e all’affascinante scenografia offerta dalle opere di Matteo Boato. La parola e la piazza (il luogo dove la parola può esprimere tutta la propria potenza) sono apparentemente due tra i grandi malati del nostro tempo e quindi non potevo fare a meno di sfruttare l’occasione per provare a porle al centro dell’attenzione e metterle in contatto. Citando Gabriel Garcia Marquez in “Cent’anni di solitudine”: “Venne un giorno a Macondo in cui venne meno il significato delle parole”. Come non trovare delle assonanze con il senso di confusione e la confusione di senso che stiamo vivendo in questa fase sociale, politica e culturale? Il mio intervento naviga dentro quella confusione (che è anche mia), aprendosi al confronto con la “piazza” stessa. Non solo nei libri, ma anche nella musica si trovano spunti utili per capire ciò che ci sta capitando e negli ultimi tempi una serie di nuovi cantautori italiani – tutti un po’ hipster, ma senza dubbio interessanti – provano a interpretare la società e la sua complessità. Ecco la versione di Nicolò Fabi.

CITTA’ CHE PERDE, CITTA’ CHE VINCE. Mi sento spesso solo, un po’ spaesato, ma il mio non vuole essere un intervento triste o rassegnato. Non é un grido di frustrazione. Lo spirito non è dimesso ma inquieto. É – questo é certo – un richiamo a una maggiore consapevolezza. Ilda Curti – in un recente e come sempre prezioso contributo – scrive che “il suono che ci accompagna nello spazio pubblico è suono di guerra. Non si può non avere paura”. Lo fa parlando di viaggi e viaggiatori, ma il tema di fondo sono le nostre vite, i luoghi e gli schemi dentro i quali esse si esprimono. Paolo Cognetti, autore del fortunatissimo “Le otto montagne” descrive la sua vita a 2000 metri di quota come una sorta di crisi (non dolorosa, ma ben chiara all’autore) di rigetto rispetto alla sua passione per per le grandi città, New York in primis. Dice: “Le città sono la rappresentazione della crisi – non certo definitiva e immediata – del modello capitalista” e La mia esperienza in montagna coincide con qualcosa di epocale: l’idea che la vita sia costruirsi una famiglia, una casa, una carriera è entrata in crisi con la mia generazione. La città è lo specchio di quel sogno diventato fallimento. E allora per tanti sta diventando un’urgenza: che ci stiamo a fare in città?”. Eppure – a testimonianza di un tempo altamente contraddittorio, privo di una verità che possa ritenersi definitiva – Suketu Mehta in “Le vite segrete delle città” si propone come sostenitore delle città come luogo della massima accessibilità (ad ogni livello, dai poverissimi ai multimilionari) e capacità di riconoscimento di sé: “Quello che penso è che una grande città non può e non potrà mai includere tutti, come non si può invitare tutti allo stesso party, ma è importante che in qualche parte della città ci sia un party a cui puoi andare, non importa chi tu sia o da dove vieni. Una grande città non è quella in cui tutti sono amici o ognuno ha le stesse opportunità, vive nello stesso tipo di casa e va a mangiare nello stesso posto, perché questo non è possibile. In una grande città, però, c’è un posto per tutti, non importa quanto povero, nero, donna, svantaggiato uno sia.” Capite bene che stare in equilibrio tra questi due approcci è esercizio da acrobati esperti, soprattutto per un montanaro come me che ha fatto il percorso contrario di Cognetti, da monte a valle, e che sente oggi i primi richiami per un ritorno in quota, rimanendo comunque affascinato dal vivere urbano, quello che negli ultimi anni ho fatto mio e ho – a mio modo – osservato ed elaborato.

TEMPO E SPAZIO. “La città é la relazione tra lo spazio e il tempo”. La dimensione tempo – partendo dai concetti esplorati da Hartmut Rosa in un piccolo e prezioso volume che si intitola “Velocità e alienazione” – è la prima da prendere in considerazione perché è quella che determina la nostra relazione (qualitativa e quantitativa) con ciò che sta fuori da noi. Ci garantisce quella velocità un giusto rapporto con ciò che ci sta attorno? Ci garantisce la giusta attenzione all’ascolto, la necessaria propensione all’interlocuzione? Il problema non sta nel deserto delle relazioni – che spesso denunciamo – ma nella loro saturazione, situazione che rende sempre più difficile l’entrare in risonanza con l’altro da noi rispetto ai sentimenti che proviamo, alle tesi che esponiamo, alle esperienze che proviamo .

La dimensione spaziale è invece strettamente collegata alla certezza che sia oggi necessario ritornare al riconoscimento della piazza e del suo valore, allo sviluppo di comunità vitali. Si parla di shared city (e ne accennerà domani anche Giulio Ruggirello nel suo intervento in questa piazza), di città in forma di piattaforma, di mappatura del genoma urbano a partire dai suoi geni culturali (Maurizio Carta, nella Palermo fresca Capitale italiana della Cultura).“I nuovi spazi pubblici non somigliano alle piazze della città monumentale o di quella razionalista, ma sono sempre più aperti, fluidi, interstiziali, riciclati e temporanei, invogliano ad usi promiscui e temporalmente differenziati ed agevolano molteplici forme di accessibilità. Sono luoghi che ci permettono di rileggere e reinterpretare la città, animandola di una nuova presenza vitale, rivelandone le forme che la configurano ma soprattutto esponendo le molteplici, multiculturali e multietniche vite che la connotano. Le nuove piazze non sono algide agorà, ma diventano luoghi per una vita comunitaria del reticolo sempre più fitto dei soggetti che ne compongono il tessuto sociale (anziani e bambini, studenti e migranti, turisti e residenti).” E’ la ri-scoperta della piazza come luogo della trasformazione costante dell’esistente, in una nuova declinazione di quello che è sempre stato il suo valore più “rivoluzionario”, l’essere contesto aggregante e della messa in comune, spazio della necessaria espressione del conflitto. L’architetto Stefano Boeri ci ricorda – e fa bene – che lo spazio pubblico è “condizione dell’imprevedibile” e la sociologa Vincenza Pellegrino in un recente intervento, parlando di giovani, ci dice che è in crescita la richiesta di “spazi disconnessi, della lentezza, del riconoscimento reciproco”. Alla faccia di Mark Zuckenberg e della sua idea di “comunità globale”, ovviamente su piattaforma proprietaria Facebook.

E’ impossibile – in questo vocabolario minimo della piazza – non fare i conti con la radicalità necessaria per azioni che intendano davvero rivolgersi al futuro, con in testa non tanto l’idea di veder ricomporsi magicamente la comunità “che fu” ma di contribuire alla definizione di quella “che sarà”. Radicale ha assunto oggi un significato quasi esclusivamente negativo (basti pensare all’uso che ne facciamo in relazione ai fenomeni terroristici), perdendo la capacità invece di rappresentare – laddove lo si associ a grandi sogni, a visioni utopiche, a immaginari alti – lo strumento principe per la trasformazione dell’esistente. “Dal bar degli utopisti – scrive Lucilio Santoni nella postfazione a “Utopia della vita quotidiana” di Luigi Zoja –  ognuno può guardare il cielo, la patria fatta di nuvole che si disperdono e ricompongono, cancellano le forme eppure rimandano all’azzurro. Chi in quel bar decide di passare un minuto o una vita per costruire un bel sogno, decide di impegnarsi nelle cose di ogni giorno, fra gli amici e gli stranieri, per andare verso il futuro, quel futuro per il quale prova nostalgia.” 

Abbiamo bisogno di utopisti. Sullo sfondo infatti – per tornare al Muse e al titolo di questo mio intervento – rimane la preziosa mostra “Estinzioni. Storie di catastrofi e altre opportunità” che ci richiama a svolte radicali rispetto ai nostri stili di vita, al nostro modello di sviluppo, al superamento dell’antropocentrismo che rischiano, in un mix letale, di farci scivolare verso le distopie che oggi in molti (soprattutto dentro i sempre più sterminati cataloghi dei serial TV) prefigurano e raccontano. Distopie ambientali, guerresche o tecnologiche certo, ma anche condizioni degradate dei rapporti sociali, della capacità di tenere coese comunità sempre più rancorose e incapaci di comunicare e di organizzarsi per descrivere un destino comune, un orizzonte collettivo desiderabile, una convivenza rispettosa e generativa. In un lento decalage verso l’estinzione.

Sharry Tarkle nel suo recente “La conversazione necessaria” processa la tecnologia (da scienziata) e la sua capacità pervasiva, mette in risalto le nostre “vulnerabilità emotive”e ci indica anche una possibile exit strategy: “Questo è il nostro momento di metterci in riga, per riconoscere le conseguenze non volute di tecnologie a cui siamo vulnerabili, per utilizzare appieno la capacità di recupero che ci è sempre appartenuta. Abbiamo tempo per apportare correzioni e ricordare chi siamo veramente: creature con una storia, con una psicologia complessa e rapporti complicati – creature portate a sostenere con candore anche conversazioni rischiose, guardando dritto negli occhi il nostro interlocutore.” Uno sguardo che possiamo incrociare solo condividendo uno spazio, riconoscendoci a vicenda, ipotizzando una nuova dimensione collettiva in divenire. Ci serve la piazza e una sua rinnovata centralità nella vita pubblica.

Il Muse ci ha dato la possibilità di “provare” lo stare in piazza, in un contesto protetto e filtrato rispetto alle possibili interferenze dell’esterno. Qui dentro siamo “al sicuro” ma il rischio – non risolto dalla diretta streaming che ci permette di raggiungere ogni angolo del pianeta – è che questo luogo non sia davvero aperto e includente, ma anzi piuttosto esclusivo e naif, quasi a riproporre la divisione netta fra un’elité culturale che qui si incontra e un mondo fuori che altri contesti riconosce come propri. La sfida quindi è quella di riempire di nuovo le piazze e sperimentarne la vitalità e le ruvidezze. Perché allora non  riproporre questo evento – magari durante il prossimo Festival dell’Economia – negli spazi pubblici della città? Io mi candiderei nuovamente con gioia per un altro intervento.

Facciamolo ancora. Facciamolo in luoghi “pericolosi”.

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