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Appunti di lettura | 26.

In Libri con le orecchie... on marzo 12, 2017 at 9:31 pm
Charlie_Davoli

di Charlie Davoli, da Photographize

Zuckerberg & co., potenzialità e rischi.
Quando scendono in campo protagonisti di tale portata vale la pena dare un’occhiata ai loro pensieri.

Mark Zuckerberg | Building global community | Facebook
Il testo, il discorso, il manifesto.

Diletta ParlangeliMark Zuckerberg e il mondo secondo Facebook: in un post i nuovi obiettivi | Wired
“Negli ultimi dieci anni, Facebook si è focalizzato nel mettere in contatto amici e familiari. Il nostro prossimo obiettivo sarà quello di sviluppare l’infrastruttura sociale per la nostra comunità – per sostenerci, per tenerci al sicuro, per informarci, per l’impegno civico e per l’inclusione”

Sandro ModeoIo, che ho letto tutti e 23 i libri della lista di Zuckerberg, vi spiego come funziona la testa di mister Facebook | Corriere della Sera
“È come se da quel sottotesto – e più in generale dalla visione che Zuckerberg condivide con tanti colleghi o politici – fossero state espunte tutte quelle parole («solitudine», «emarginazione», «disagio», «disperazione», fino all’impronunciabile «suicidio», che pure riguarda tanti imprenditori o giovani precari) da stipare nei libri tristi di certa sociologia, se non da tenere ben nascoste, come i degenti di un manicomio. E l’altra faccia di questa rimozione è il diffondersi di una versione rinnovata dell’illusione dell’«opportunità per tutti»: vedi lo «Stay hungry, stay foolish» di Jobs, tanto più derisorio in un Occidente (America inclusa) in cui la mobilità sociale è sempre più ridotta, e l’«uno» che ce la fa ha come contrappunto fuoriscena milioni di esclusi.

Technoculture.it | Capitalismo delle piattaforme e governo della società. La ‘global community’ di Facebook
“In sintesi, il documento di Zuckerberg rende ancora più chiaro come Silicon Valley stia formulando quella che Foucault descriverebbe come una nuova ‘razionalità politica’, che assume l’eredità del liberalismo e nel neoliberalismo nell’identificare il problema principale il governo delle ‘popolazioni’ (i milardi di utenti), la massimizzazione della loro vita sociale, politica e culturale, e la protezione dai ‘rischi’ e ‘errori’ della circolazione dell’informazione (dalle notizie false, sensazionalismo, polarizzazione, divisioni al terrorismo, il cambiamento climatico e le pandemie) all’interno di una economia di mercato globale che non mette però mai in discussione i rapporti di proprietà o l’accumulazione di valore economico. Insieme al movimento della Silicon Valley per la smart city (aspramente criticato tra gli altri per esempio da Evgeny Morozov ), il capitalismo delle piattaforme intensifica la sua vocazione a farsi governo della società. Quali forme di tecnopolitica e non solo possono rispondere a questa nuova configurazione?”

Fabio Chiusi | Silicon Valley, la nuova Atene | L’Espresso
“Nel deserto della post-ideologia – in cui destra e sinistra si equivalgono, la politica si riduce ad amministrazione 
e le politiche a tweet – è Silicon Valley la nuova Atene. È nella patria dei colossi tecnologici che dominano la nostra era iperconnessa, siamo costretti a dire, che l’Occidente tenta un ultimo colpo 
di coda contro la barbarie arrembante, 
i nazionalismi che – da Trump a Brexit a Le Pen – sembrano imporre quella che Antonio Gramsci avrebbe chiamato una “egemonia culturale”, e oggi potremmo definire “egemonia incolta”. Lì che il mondo prova a immaginarsi in decenni, non istanti. Lì che si producono pensiero e visione. Mentre tra i partiti tradizionali la parola “programmi” 
fa sorridere, sostituita dal primato assoluto della comunicazione, sono 
i miliardari che comandano Microsoft, Tesla, Facebook a parlare di idee, quando non a incarnare vere e proprie ideologie.”

Suggerimenti per la navigazione, per nuove rotte possibili.
Spunti, riflessioni, sguardi lungi per situazioni complesse.

Roberto Esposito | I due corpi del popolo | La Repubblica
“È su queste contraddizioni, e su queste fratture interne, che lavorano i populismi. Non sanandole, ma allargandole ai propri fini. Per contrastarlo non bastano gli anatemi, se si ignora tutto questo. Colpisce, con le dovute eccezioni, l’impressionante deficit storico-giuridico della nostra classe politica. L’unica strada capace di fronteggiare il populismo non è quella di unificarne le diverse espressioni, mettendole tutte sullo stesso piano. Ma, al contrario, quella di dividerle, incorporandone alcune esigenze. Soprattutto in ordine alle emergenze sociali. Soltanto se si riuscirà a ridurre la divisione originaria dei due corpi del popolo — il corpo politico e il corpo sociale — sarà possibile rilanciare la politica nella stagione del suo apparente tramonto. Ma, per farlo, la politica deve rompere lo specchio autoreferenziale in cui da tempo si guarda, aprendo il proprio recinto alle richieste, sempre più pressanti e inascoltate, che vengono dai diversi popoli che formano ogni popolo.”

Donato SperoniNon c’è rimedio all’impoverimento delle classi medie, ma nessuno ha il coraggio di dirlo | Numerus
Un articolo che aiuta a costruire consapevolezza. “Non tutto va male, scienza e tecnologia progrediscono a ritmi mai visti finora e ci daranno molte risposte oggi impensabili. Ma prima che i loro effetti si possano dispiegare con pieno vantaggio per i nostri figli e nipoti, continueranno gli anni di crisi in cui avremo bisogno di una diversa  narrazione per far accettare alle classi medie dei Paesi occidentali  un futuro più povero ma sostenibile, forse con minori disponibilità di beni e servizi, ma basato anche su un diverso senso di collettività.”

Alessandro Gilioli | Non è una spilla, non è un vestito | L’Espresso
“La questione sociale è strutturale e immanente. E la questione sociale è conflitto. Conflitto tra interessi diversi, tra ceti e classi diverse. Ed è la linea che attraversa questo conflitto a definire sinistra e destra, molto oltre le etichette che si danno i partiti. È il punto in cui si fissa l’asticella, in cui si decide l’equilibrio tra interessi, ceti, classi. Oggi sbilanciato tutto da una parte, quello dei few rich. Benissimo dunque, che finalmente si interessino del sociale dopo essersi interessati così a lungo di tutt’altro. Ma che stiano molto attenti, perché se poi si scopre che è un altro bluff, non basteranno gli appelli alla ragione per ricondurre al confronto civile la democrazia a cui tutti teniamo.”

George MonbiotThis is how people can truly take back control: from the bottom up | The Guardian
“Participatory culture stimulates participatory politics. In fact, it is participatory politics. It creates social solidarity while proposing and implementing a vision of a better world. It generates hope where hope seemed absent. It allows people to take back control. Most importantly, it can appeal to anyone, whatever their prior affiliations might be. It begins to generate a kinder public life, built on intrinsic values. By rebuilding society from the bottom up, it will eventually force parties and governments to fall into line with what people want. We can do this. And we don’t need anyone’s permission to begin.”

Saturazione e come uscirne.
Letture che provano a costruire pensiero laterale, pensieri non allineati.

Ugo Morelli | Saturazione | Doppiozero
“Noi tutti siamo saturi di informazioni che non riescono a farci avere un’idea di un problema o di un fenomeno e, confusi, ci dimeniamo nelle selve del presente. Si dimena pure il linguaggio della politica che, forse, è uno dei luoghi della massima saturazione. Lo svuotamento di significati del gergo pare una parabola inarrestabile e ogni tentativo di proporre una controtendenza è riassorbito e sepolto nella palude del già visto o del non senso. Le parole non fanno attrito e le azioni non riescono a essere discontinue. Persino quando si parla di valori come quelli occidentali per disporsi poi a imporli, o di rispetto delle culture diverse indipendentemente dai loro orrori, ci ritroviamo intrappolati in due lati della stessa satura mistificazione. La saturazione assume così il suo volto atono e sordo di crisi del senso del possibile.”

Luigi Curini e Luca Solari | Non capiamo cosa accade? Siamo alle soglie di una «Singolarità» | Corriere della Sera
“Abbiamo coltivato un meme (allora si diceva aforisma…) di Winston Churchill che sosteneva che la democrazia fosse la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora, viviamo l’assillo di chi la vuole sostituire con la democrazia diretta del sondaggio online, ma forse non ci siamo accorti che la Singolarità sociale che stiamo (forse) vivendo non è nelle forme della democrazia, ma in un salto attraverso un buco nero che costringerà tutte le scienze sociali a rifondarsi. In fondo, non è difficile coglierne le avvisaglie in una molteplicità di campi, al di là della politica, e dei vari post connessi (da quello sulla verità, a quello sulla stessa democrazia): i modelli organizzativi tradizionali collassano al confronto con start-up piccole e veloci; i modelli di consumo e acquisto prevedono sempre più una fruizione anche gratuita (o onerosa ma senza esclusione di altri dal consumo di ciò per cui abbiamo pagato); alcuni problemi sono più facilmente risolti sfruttando forme di crowdsourcing. Eppure i nostri modelli osservano questi fenomeni come se fossero delle eccezioni rispetto ad una norma… Insomma, parafrasando Lord Stark, sembrerebbe proprio che l’inverno stia arrivando nella nostra cittadella intellettuale fatta di certezze e coltivata gelosamente con cura nei decenni. E non abbiamo neanche un cappotto per coprirci.”

Alessandro Gilioli | Ladri di politica | L’Espresso
“Sono rimaste sole perché c’è un dentro – i partiti, le loro surreali lotte intestine, i loro esponenti che si insultano sui media – e c’è un fuori, dove si parla d’altro e si teme altro, e si guarda a quei partiti come se fossero tutti alieni, pazzi, o tutt’al più appunto teatranti, intrattenitori. Che litigando ci fanno distrarre dalla nostra vita vera, dai nostri problemi veri, dal nulla in cui siamo stati cacciati.
Dentro, ci sono i pochi tifosi di questo o di quello: con la giugulare gonfia e l’insulto rapido, con le proprie ragioni di setta e i propri amori tribali, con il proprio capo di riferimento che rappresenta da solo il bene e il giusto. Fuori, ci sono tutti gli altri: spaesati, stanchi, disillusi, distaccati, indifferenti, malfidenti, distratti. Alcuni – pochi – incazzati, come me: e timorosi che appena l’orchestrina finisce il concerto, lì sul Titanic, ci sarà da ammazzarsi per salire sulle scialuppe.”

Giuseppe De Rita | La mediazione necessaria nella società molecolare | Corriere della Sera
“Il fatto che una riforma così orientata, sia stata arrestata il 4 dicembre non risolve il vuoto intermedio che sta dentro la nostra società, anzi ne aggiunge altri, perché da una parte torneranno comunque a galla istanze di governance accentrate (al limite sovraniste), dall’altra parte la semplice sopravvivenza dei corpi intermedi non li risana dalle loro debolezze di fondo, che da tempo ne svuotano ruolo e incidenza. Siamo di fatto ad una sfida durissima: o i soggetti della mediazione si ricostruiscono un proprio spazio nella dialettica sociopolitica oppure restano in un limbo istituzionale.”

Franco Arminio | L’umanità come ditta di trasloco | Doppiozero
“La questione digitale diventa una questione teologica: Dio è morto ma ci ha lasciato il mouse, la tastiera, la password. L’enormità di questo trasloco che impegna per molte ore al giorno miliardi di persone ci impedisce di ragionare come facevamo un tempo: la modernità è stata liquidata velocemente da questo trasloco, le vecchie categorie di spazio e tempo sono state sgretolate. Anche la vecchia domanda sul che fare appare un ferro vecchio. Siamo davanti a un evento che in qualche modo non avviene. E così finiscono amori che non sono mai nati, formiamo associazioni che non associano niente, raccontiamo battaglie che non stiamo combattendo e mostriamo ferite che non ci fanno buttare sangue ma parole.
Siamo in un tempo penultimo e dunque il trasloco è diretto verso il tempo ultimo; non sarà un giudizio universale, ma un gigantesco bivacco in cui ogni io è iscritto a parlare a un’assemblea planetaria che non ha indetto nessuno. È l’agonia ciarliera, il diluvio universale fatto non di acqua ma di sillabe: in un giorno l’umanità dice più parole di quante ne ha detto in migliaia di anni. Una situazione del genere congeda la politica, la letteratura, la religione: tutte cose scadute o dalla scadenza brevissima, prodotti ancora in commercio, ma di dubbia utilità.”

Ilda Curti | Una storia per noi, viaggiatori erranti nello spazio pubblico impauritohttp://www.ildacurti.it
“Provate ad immaginarvi come sarebbe bello sconfiggere una guerra con un Lieder di Schubert sparato a palla dall’atmosfera. Con più libertà, con più inclusione, con più democrazia. Costringendo i Dlin-dlon a salutarci, tutti noi viaggiatori erranti. A dirci buongiorno e benvenuto. Spiazzando gli imprenditori della paura che non avevano fatto i conti con un’umanità nuova, più capace, più connessa, più globale, più innamorata della bellezza. Provate ad immaginarvi una manifestazione globale che chiede più pianoforti nelle stazioni  e meno telecamere per le strade. Provate ad immaginare che botta di premessa sarebbe per ricominciare a parlare di uguaglianza, di libertà , di fratellanza. Per ridare senso alle parole che usiamo. Affrontando i nodi veri. Quelli che stringono il corpo di questo mondo in tempesta. Chiudete gli occhi. Tappatevi le orecchie. Raccontatevi una storia. E’ gratis. Al massimo sorridete mentre ve la raccontate.”

Carlo Bordoni | La comunità perduta | Che Fare
“Alain Touraine ritiene che «la comunicazione interculturale sarà possibile solo se in precedenza il soggetto è riuscito a svincolarsi dalla comunità». In questi ultimi anni è sempre più palese che il soggetto (l’individuo o l’essere sociale, ormai distinto dalla massa) si sia liberato da ogni legame con la comunità. Non solo perché l’ambito territoriale della comunità si è dilatato a dismisura, ma perché la comunità ha perduto le sue radici nel territorio ed è divenuta esportabile.
Quindi non si può più parlare di legame col territorio: la comunità si sgancia dalla sua relazione fisica, materiale con il suolo e con la terra, si configura nell’appartenenza a un’idea di sé all’interno di una cultura, di un insieme di tradizioni, di un «modus vivendi» che è la somma di ciò che si è stati, si è e si sarà. Ognuno ha un’idea di sé in rapporto al mondo, che non si perde con il cambiamento né spostarsi altrove o attraversando le frontiere, ma è divenuta «portatile», trasferibile da un luogo all’altro, perché ovunque è in grado di riconoscersi e di essere riconosciuta nell’estrema varietà dei «multilocalismi», cioè nella convivenza tra gruppi, culture, etnie e modi diversi di esistere che formano la nuova società in perenne trasformazione.”

 

 

 

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