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Appunti di lettura | 27.

In Libri con le orecchie..., Ponti di vista on marzo 21, 2017 at 10:04 am

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Innovazione, Welfare e progetti belli.
Lo sguardo che insiste verso il futuro, diventa pratica e – a volte – prassi. Note di fine lavoro di scrittura del bando Welfare Km0.

Ilaria Giuliani | WeMake: un ecosistema produttivo | CheFare
Il progetto presentato in sinergia con altri soggetti del territorio cittadino vorrebbe avere – tra le altre cose – una sua dimensione laboratoriale, che in parte (almeno nella mia fantasia) assomiglia a questo FabLab.

Altro pezzo significativo del progetto [incrociare le dita è d’obbligo…] consiste nella collaborazione con FBK – Create Net nel progetto che sviluppa e anima la piattaforma Commonfare.net, appena rilasciata nella sua prima, e già interessantissima, versione.

Aree interne (e le città sullo sfondo)
Una mia ossessione. Un tema politica non secondario rispetto alle onnipresenti smart city e alle attraenti metropoli.

Claudia GrisentiLe Alpi rischiano di restare senza neve entro la fine del secolo | Internazionale
Alla fine di un inverno secco e con il superamento del limite simbolico dei 3000m per l’innevamento programmato ecco uno studio che affronta i rischi ambientali ed economici di un modello turistico senza garanzie di una sostenibilità futura.

Flaviano Zandonai | Le economie del distributore | uidu.org
Io per Culturability un distributore lo avrei individuato. Mi piace l’odore di benzina. “Il bene comune è quindi una infrastruttura governata da una comunità intraprendente che non si esaurisce in sé, ma introduce un nuovo modello di economia coesiva, dove le risorse sociali e ambientali sono componenti primarie di catene di produzione del valore agite da una pluralità di attori, non solo nonprofit e cooperativi. Un passaggio di stato che segna il superamento dei modelli fin qui dominanti: la redistribuzione di quote marginali e discontinue di risorse economiche attraverso azioni di responsabilità sociale d’impresa e la gestione pubblica attraverso autorizzazioni e accreditamenti che, nel migliore dei casi, appiattisce qualsiasi velleità di innovazione sociale. Ma non solo, supera anche una concezione residuale dei beni comuni visti come una specie di scialuppa di salvataggio per raccogliere i relitti dei fallimenti dello Stato e del mercato, senza generare un impatto significativo sui modelli di regolazione e sui paradigmi di sviluppo. Davvero non male per un distributore…”

Flavio Pintarelli | Diario di uno scavo sotto la perfezione dell’Alto Adige | Internazionale
La Regione Trentino-Alto Adige è – di fatto – un concentrato di aree interne (se si escludono i pochi contesti urbani significativi) che con l’Autonomia potrebbero essere luoghi costantemente attraversati da processi interessanti per nuovi modelli di sviluppo e governance. Invece…

Maurizio Dematteis | Via dalla città, per un resilienza montana | Che Fare 
La storia di un libro che racconta il fenomeno crescente – un po’ hipster, un po’ davvero popolare – di abbandono della città per un ritorno alle terre alte. “Crescente insofferenza. Quel mondo idilliaco di crescita costante, in cui siamo cresciuti noi figli negli anni Settanta e Ottanta, che vedevamo la condizione dei nostri genitori come «minimo sindacale», ma che sicuramente, ne eravamo convinti, saremmo diventati «qualcosa di più», si era sgonfiato come un sufflé levato dal forno all’inizio degli anni Novanta. […] Allo stesso tempo in montagna, dove fino a poco tempo fa si pensava che la marginalità fosse l’unica cosa certa, qualcosa sta cambiando. Alcuni pionieri della «generazione perduta» cominciano a dare vita a un processo di vera e propria «fuga dalla città». Nascono progetti di vita innovativi, basati su modelli alternativi di sviluppo nel campo della green economy, con maggiore attenzione alla valorizzazione delle risorse naturali locali. […]”

Hamilton Santià | Il corpo della città tra conflitto e resilienza | CheFare
Per non perdere la vista sullo spazio urbano che – nel bene o nel male – determina ancora molto di ciò che accade. “Per questo, ascoltandone la vita segreta, la comunità che si oppone alle storture, alle disuguaglianze, all’orrore diventato atto normativo, può generare un progetto di “azione politica” che rimetta al centro la complessità, la ricchezza e la contraddizione. La città vive quando non si nega, non si forza, non si piega a dei voleri anti-storici. Meccanismo resiliente per definizione, la città può essere (senza escludere ed entrando in relazione dialettica con quello che c’è fuori, la non-città, i sobborghi, le campagne) il punto di ri-partenza. Basta ascoltarla e aggirare i muri che lasciano fuori. Del resto, «in una città grande non riesci a trovare il meglio, però sai che c’è, appena fuori dalla tua portata, e quindi continui a lottare».”

Flaviano Zandonai | Cercasi manager di comunità | Corriere della Sera
Nascono nuovi ruoli, nuovi lavori. E se è vero che oggi oltre alle competenze vanno valutate le passioni, ecco che i manager di comunità possono diventare figure sì professionali ma soprattutto politiche e culturali nella sfida aperta della riqualificazione urbana. “Per questo più che un bando – che presuppone l’esistenza di un profilo da mansionario – ai community manager servirebbe una scuola. Un percorso che aiuti persone diverse – operatori sociali e volontari certo, ma anche lavoratori e imprenditori del commercio di prossimità e di altri settori del terziario sociale – a “tirar fuori” competenze soft che spesso vengono esercitate in modo informale e discontinuo.
Capacità che invece rappresentano un valore aggiunto sempre più ricercato per la produzione di una vasta gamma di beni e servizi dove a far la differenza è il coinvolgimento attraverso un’informalità non lasciata a se stessa ma coltivata, la gestione di strutture multi servizio con un’economia di luogo al centro, la capacità di navigare nei meandri di organizzazioni che dietro organigrammi e norme di comportamento sempre più codificate sono estremamente fluide nella gestione e contingenti negli obiettivi.”

Fritto misto, ma ben assortito.
Nella mia costante ricerca di appigli che sostengano il mio peso ecco una lista (lunga, ma comunque non esaustiva) di articoli utili.

Gianluca Taraborelli | Un anno di Stregoni | bastonate.com
Un racconto migrante diverso, fortunatamente e gioiosamente fuori dagli schemi.“Se c’è una cosa che ho imparato da Stregoni è la libertà di sbagliare. Ho provato (senza riuscirci sempre) a sfidare i miei limiti, a guardare agli altri e me stesso per quello che sono, libero di non capire, libero di arrabbiarmi e di porre interrogativi in uno sforzo continuo nella tensione verso gli altri. La forma che abbiamo scelto non solo per i live ma per tutto quello che produciamo rispecchia esattamente questo tipo di ricerca. Come nella vita vera, come in ogni relazione, serve un tempo per conoscersi, studiarsi, annusarsi e se serve, sbagliare tutto e ricominciare.” 

Claudio Giunta | Saper scrivere è così importante? | Il Sole 24 Ore
“Questo non vuol dire che saper scrivere bene non possa restare, per alcuni, un traguardo da raggiungere, e un requisito da parte di datori di lavoro particolarmente esigenti; ma, parlando sempre di medie e non di picchi, di scriventi e non di scrittori, sono del parere che in futuro diventerà qualcosa di simile a una bella virtù privata, come saper dipingere o cantare bene. Ma perché parlare di futuro? Per molti versi, come mostrano gli esempi che ho citato, è già così. E il sole non ha smesso di sorgere, direbbero gli ottimisti: senza avere tutti i torti.”

Antonio Negri | Hamon e il reddito di cittadinanza | Euronomade
Chissà come la vede Toni oggi, con la proposta di Hamon un po’ ammorbidita e smussata. Certo è che la sua riflessione sul tema “reddito di cittadinanza” colpisce nel segno. “Che cosa c’è di nuovo dunque, che rompe e innova il dibattito nel programma di Benoît Hamon? C’è il fatto che se, in primo luogo, il reddito di cittadinanza è proposto come una misura difensiva (dalla rarità crescente del lavoro), nello stesso momento egli opera due ulteriori passaggi, che trasformano l’atteggiamento difensivo in offensivo – in qualcosa di probabilmente capace di bloccare le politiche neoliberali e di aprire un nuovo ciclo produttivo e di lotte contro il lavoro. Al chiarimento del carattere difensivo della proposta del reddito segue infatti l’indicazione del nuovo carattere assunto dallo sfruttamento: una qualità estrattiva, un’attività di estrazione del valore dall’insieme della società (e/o della cittadinanza). Il tema welfarista del pieno impiego non è dunque più centrale, perché – impiegati o no – in questa società, dentro i réseaux di cooperazione che oggi chiudono le forze produttive nei rapporti di produzione, ognuno è comunque implicato nel processo produttivo. È la messa in luce di questa evidenza che ha suscitato scandalo. Era veramente comico sentire alla televisione vecchi lupi delle grandi banche o cattolici caritatevoli o sindacalisti arrabbiati dichiarare che il problema è il rispetto della dignità del lavoro, del suo carattere personale e sacro – vogliono tutti ritornare a un Locke originario e ideale laddove è il lavoro che crea la libertà. Indignandosi, nascondono in realtà le paure più diverse, ma concomitanti, nell’opporsi al reddito di cittadinanza: la paura che il reddito di cittadinanza permetta di costituire un terreno unitario di lotta che rompa quella frammentazione di classe e/o quella dissipazione della moltitudine che oggi determinano le operazioni estrattive dello comando capitalistico.”

Davide Agazzi |Reddito di base: andare oltre la polemica politica costa “solo” 100 milioni | Gli Stati Generali
Il cosiddetto “reddito di cittadinanza” (ecco il riferimento ai primi articoli di questa rassegna) è tema caldo e terribilmente confuso, buttato nella mischia della politica e delle sue battaglie di cortissimo respiro. Davide Agazzi – partendo da Milano – offre un’ipotesi di sperimentazione concreta, decisamente utile per capirci qualcosa in più

Alessandro Gilioli | Quale sicurezza è di sinistra | L’Espresso
In giorni di Decreto Minniti e di dibattiti – censurabili – sulla legittima possibilità di spararsi addosso, un chiarimento utile di fronte all’apparente difficoltà di riconoscere le priorità per il nostro futuro. “La sicurezza è “di sinistra”, certo. O meglio, la sicurezza è un fondamentale valore per tutti. Ma se è sicurezza sociale. Sicurezza di una rete attorno a sé, sicurezza di un lavoro o di un reddito, sicurezza di una casa e di un quartiere, sicurezza di scuola e sanità pubblica, sicurezza di pensioni decenti quando si sarà vecchi. Se si continua da andare nella direzione opposta rispetto a questi obiettivi, ci si allontana sempre di più anche dall’altra sicurezza, l’unica che intendono Minnitti e Salvini, inseguendosi in demagogia bugiarda per acchiappare un po’ di consensi di pancia.”

 

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