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Non tutte le strade portano a Roma…

In Ponti di vista on marzo 30, 2017 at 10:06 pm
PIAZZA_Alleanza dei corpi

Fonte: Miniature Calender

Ci sono due aspetti, di prima mattina, che mi hanno colpito passeggiando per Roma da solo, il 25 marzo scorso, in attesa di infilarmi – dopo tanto tempo – in un corteo.

Il primo. La primavera é arrivata da qualche giorno e con lei un tepore che fa bene al corpo e alla mente. Quasi tutti gli alberi sono in fiore e la tentazione di sdraiarsi in un prato per leggere è forte. Per qualche minuto è legittimo dimenticarsi degli effetti del cambiamento climatico (tra le cause di queste temperature e del cielo terso) e di uno dei frequenti inverni “anomali” che fanno ripetere la più scontata delle affermazioni.“Non ci sono più le mezze stagioni” . La politica ha sempre pescato a piene mani dal calendario per descrivere le proprie fasi. L’autunno caldo delle lotte, la rivoluzione d’Ottobre – di cui cade quest’anno il centesimo anniversario -, l’inverno (l’era glaciale?) della partecipazione, le primavere arabe trasformatesi velocemente nella più rigida e inospitale delle stagioni. Eppure l’affermazione più banale dell’apprendista climatologo calza a pennello per una politica che sembra non conoscere – e pretendere – alternanza delle stagioni tanto è impegnata nell’inseguimento di un tempo contemporaneamente frenetico (nel costante riferimento a emergenze e crisi) e dilatato, nell’incapacità di trovare punti di rottura e di ripartenza, di scarti decisi rispetto allo status quo.

Il secondo. Lungo strade meno congestionate di traffico ma occupate da mezzi antisommossa, poliziotti, soldati, lampeggianti e fucili (apparentemente spaventati anche solo dal mio vestiario abituale – forse era meglio evitare il nero oggi? – e dal monopiede della telecamera appeso allo zaino) ciò che risalta é lo stacco tra l’immaginario utilizzato dai manifesti che presentano le varie iniziative della giornata e la composizione della comunità che intercetto lungo il mio percorso. Alle otto del mattino, mentre osservo i volti digitalmente deformati e completamenti grigi dei leader europei appesi ai muri i marciapiedi della città di Roma – così come la metropolitana, la stazione e qualunque altro luogo mi trovo ad attraversare – brulicano di differenze, di particolarità, di colori e lingue che, certamente non in modo perfetto e indolore, condividono lo stesso presente incerto, lo stesso spazio di vita confuso, le stesse difficoltà e – forse – anche qualche sogno abbozzato di futuro in comune.

La realtà – intesa come dato non stabile, non pacificato ma anzi in costante ebollizione – é molto più avanti del racconto che ne facciamo, nel bene e nel male. Offre allo stesso tempo esempi avanzatissimi in termini di convivenza e capacità diffusa di includere e coinvolgere e contesti in stato di assoluta frammentazione e disumanità. E’ la realtà, sfaccettata e figlia dell’imprevedibile, e non la rappresentazione che vorremmo darne, semplificata e lineare. Ecco che allora l’intera giornata romana (il vertice dei leader così come le manifestazioni che a esso si opponevano) ha assunto ai miei occhi i contorni di una scena girata con un’unica ottica, decisamente troppo stretta, inadeguata alla complessità del soggetto da riprendere, la realtà appunto, sfuggente per definizione. Uno sguardo insufficiente, capace di convincermi ben presto di non avere nulla da immortalare con la mia telecamera, in uno scenario eccessivamente mediatico e per molti versi caricato (da ogni punto di vista) di eccessiva attesa, di una centralità esagerata, finta e fortemente retorica.

Non ci si poteva aspettare molto dalle delegazioni nazionali presenti che – passatemi la battuta – avrebbero potuto tranquillamente lavorare a distanza, via e.mail, per la definizione di un documento che nulla ha di storico e nel quale manca, riprendendo un felice articolo di Lorenzo Ferrari, non tanto un richiamo al Manifesto di Ventotene (che pure rischia di essere addirittura vilipeso, tanto è riletto in forma parziale e per certi versi disonesta) ma la capacità non di rifarsi all’Europa immaginata sette decenni fa ma a quella che potrà e dovrà essere tra un secolo, qualora la sua dissoluzione non si verifichi prima.

Neppure nelle piazze – che ho attraversato tutte, inizialmente curioso – ho trovato lo slancio sufficiente a far cambiar rotta all’Europa, lanciata sul binario morto del “business as usual”, scelta stupida di una politica (o non diversamente dei popoli europei) a corto di visione e abituata all’accontentarsi, al farsi bastare la manutenzione dell’esistente. Non ho trovato spunti di rilievo nella partecipazione – non massiccia e piuttosto confusionaria, da Mario Monti ai centri sociali – o nella capacità di tracciare una rotta capace di spingersi oltre una lista, neppure troppo originale, di slogan, di striscioni e invocazione. La lealtà, citando Hirschman, per il proprio ruolo o per il potere e la ritualità hanno funzionato ancora una volta da collante più del coraggioso, e ancora assente, tentativo di verificare l’esistenza di una possibilità diversa di – per citare Judith Butler – “alleanza e patto dei corpi”. 

“Tutte le strade portano a Roma”. Così ha cominciato, sorridendo, in serata il suo intervento Janis Varoufakis dal palco del Teatro Italia. L’ex ministro greco nel suo libro “Il terzo spazio” – insieme a Lorenzo Marsili – conferma di essere uno dei più lucidi osservatori della crisi europea capace di mettere in fila una serie di proposte sul breve e medio/lungo termine. Dal Green New Deal alla “disobbedienza costruttiva”, dal municipalismo alla definizione di un soggetto politico sovranazionale capace di sottrarsi al ritorno dentro i confini dello Stato, arrivando a descrivere anche una dettagliata road map per la trasformazione degli strumenti di governance dell’Unione Europea. Ipotesi utili a coniugare buon senso e radicalità, fuggendo alla contrapposizione tra sovranisti e establishment europeo che tanto va di moda in questi mesi e di aprire appunto un terzo spazio.

Tutte le strade portano a Roma? Correggendosi poco dopo Varoufakis ha segnalato che solo il Papa aveva scelto una strada alternativa per la giornata – per una sorta di simbolico e significativo esodo – muovendosi verso Milano. Lasciare il centro per “abbracciare i confini” ha poi spiegato durante uno dei suo interventi. Potrebbe esser questa la spiegazione sintetica del sottrarsi dal luogo maggiormente illuminato dai riflettori, per abitare i margini. Ma non è solo il gesto a dare valore alla “fuga” di Francesco. Se nel testo dei ventisette leader europei a farla da padrone é il lavoro di lima volto al tenere insieme ciò che in questo momento insieme non sta (leggere per capire l’esercizio stilistico che viene prima di qualsiasi contenuto), nell’omelia di Francesco si ritrova il tono del manifesto politico – religioso e laico -, del discorso utopico e visionario, della tensione verso la “possibilità dell’impossibile”. Ecco allora che alle stoccate rivolte alla “speculazione su lavoro, famiglia, poveri, migranti e giovani” segue l’invito a “non attendere che la pioggia smetta” ma a essere protagonisti subito, in prima persona. E’ allora fondamentale – continua – non rimanere prigionieri di discorsi che seminano fratture e divisioni come unico modo di risolvere i conflitti” e recuperare il tempo per la famiglia, per la comunità, per l’amicizia, per la solidarietà e per la memoria”, interrogandosi sui tempi delle nostre vite, lì dove il ritmo vertiginoso a cui siamo sottoposti sembrerebbe rubarci la speranza e la gioia. Le pressioni e l’impotenza di fronte a tante situazioni sembrerebbero inaridirci l’anima e renderci insensibili di fronte alle innumerevoli sfide. E paradossalmente quando tutto si accelera per costruire – in teoria – una società migliore, alla fine non si ha tempo per niente e per nessuno”. Darsi il tempo, per riattivare una società fragile, spaventata e insicura. “Come si potrà governare una società così complessa e sfuggente” – si chiede Giuseppe De Rita nel pamphlet “Il consolato guelfo” – “e destinata a rotolare – o ruotare – su se stessa, senza orientamento di direzione?” Come dargli torto.

Nella giornata milanese di Bergoglio c’è (quasi) tutto quello che un tempo si sarebbe potuto trovare in un programma “di sinistra”, e che oggi – sta qui la forza di quelle parole, oltre i contorni angusti della fede e della religiosità – trova cittadinanza in campi che un tempo si sarebbero percepiti come avversari, o almeno distanti, altri. Campi che bisogna cominciare a riconoscere e mettere in comunicazione, come margini generativi di nuovo pensiero e nuova pratica politica, capace di dare risposta a un’urgenza che – sempre De Rita – descrive così: “[…] c’è un dannato bisogno di futuro – di un futuro energico e vitale, più internazionale, più tecnologico, più civico, più morale, più solidale. Tanti bisogni diversi, avvertiti dalle diverse componenti della società: dai giovani come dagli anziani non autosufficienti, dalle città come dai piccoli paesi in via di spopolamento, dalla cultura collettiva quotidiana come dalle elitè di governo. Ma tutti bisogni che fanno intravedere una realtà più complessa e profonda, cioè un mondo che ha bisogno di futuro, onde evitare un triste appiattimento su un presente che non ci piace”.

Non tutte le strade portano a Roma.

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