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Appunti di lettura | 28.

In Libri con le orecchie..., Ponti di vista on aprile 5, 2017 at 1:22 pm

road-166543_1920.jpgSguardi lunghi, necessari.

Pierre Dardot, Christian Laval | Non c’è un mondo comune | Tysm
Da dove prendere le mosse? “L’essenziale è comprendere che il comune non è dato, né nella forma di una comunità d’appartenenza né in quella di un mondo comune. Il comune è da costruire contro l’evidenza di uno stesso mondo condiviso, precisamente inventando nuove forme dell’agire capaci di produrre nuove forme del sentire e dell’interpretazione; in breve, inventando nuove forme di vita.” Per arrivare dove? “P
er citare Aristotele, « vivere insieme » (suzên) implica un agire comune » (sunergein), un co-operare.”

Amor Fernandez Sàvater | Dall’autonomia al comune: su Cornelius Castoriadis. Intervista con Pierre Dardot e Christian Laval | Tysm
“Come si può evitare il duplice scoglio del populismo demagogico e del dominio degli esperti, detentori esclusivi del sapere? Da un lato, il populismo demagogico si riassume nella formula: «il popolo non ha bisogno di scienziati perché ne sa già abbastanza per conto proprio»; d’altro canto, la relazione di dominio espertocratica si esprime nella formula: «lo scienziato ne sa sempre più del popolo, ed è questo che lo abilita a insegnare al popolo». Inventare luoghi e metodi di co-costruzione dei  saperi critici, in occasione delle mobilitazioni sociali, appoggiandosi su esperienze già fatte o ancora in vigore, determinerà in larga parte il futuro del movimento sociale. Per portare a buon fine questo compito bisogna dunque rompere con l’idea di un sapere bello e pronto, già dato in un determinato luogo sociale.”

Catherine Calvet e Cécile Daumas Georges Didi-Huberman: «La potenza politica delle lacrime» |tysm
“Come ha osservato Frédéric Thomas, la domanda che sta al cuore del libro – una domanda che l’autore pone interrogando con insistenza le immagini e i fotogrammi de La corazzata Potëmkin di Eisenstein – è la seguente: «attraverso che tipo di dialettica, l’emozione (émotion) può rovesciarsi in moto di rivolta (émeute), e dei popoli in lacrime (peuples en larmes) possono trasformarsi in popoli in armi (peuples en armes)»[3]? Ovvero, come può l’emozione essere intimamente condivisa? Com’è possibile passare dai singhiozzi all’azione? Che cosa spinge il pianto a farsi sovversione?” Non domande di poco conto in un’epoca che non riesce a trasformare le proprie frustrazioni in processi cooperativi e mutualistici, le proprie debolezze in meccanismi di riconnessione. Per capirci Didi-Huberman è quello delle lucciole da trovare e far incontrare che cito sempre.

Punture di spillo. Come rimettere in moto la politica.

Paola Stringa | Felicità pubblica e disintermediazione | CheFare
“La sopravvivenza della democrazia rappresentativa rigenerata dal fattore tecnologico richiede non solo l’intangibilità della funzione parlamentare quale regolata da tutte le costituzioni dei paesi occidentali, ma anche il recupero del perduto ruolo di mediazione dei partiti. Questi […] dovrebbero modernizzarsi ed assumere struttura e funzioni diverse. Dovrebbero cioè accettare di diventare porosi e permeabili, rafforzati nella loro capacità di elaborazione politica dal contributo di associazioni, centri studi e fondazioni di origine non correntizia, aventi esclusivo fine di ricerca […]. In questo contesto, i partiti sarebbero non più gli esclusivi protagonisti della scena politica, ma soggetti che utilizzano essi stessi la Rete e concorrono con essa alla formazione dell’opinione pubblica e della cosiddetta cittadinanza digitale, senza essere sovrastati o sostituiti dal web. Così la democrazia rappresentativa parlamentare può trovare linfa ed essere integrata e migliorata, ma non soppiantata dalla democrazia digitale.” [Franco Gallo, 2013]

Adam Arvidsson | La presunta fine del capitalismo | CheFare
Tra il non più e il non ancora una delle migliori analisi di ciò che manca per trovare un’alternativa credibile (e collettiva) al capitalismo. “L’argomento principale e spesso dimenticato di Marx è che le rivoluzioni non nascono dal risentimento o da un senso d’ingiustizia; piuttosto, nascono dalla convinzione collettiva che si può fare di meglio, che si può immaginare e creare un sistema più razionale ed evoluto del precedente. Da questo punto di vista, l’attuale crisi del capitalismo sembra innanzitutto una crisi immaginativa. Il problema è che non possiamo immaginare un ordinamento sociale radicalmente diverso dal capitalismo attualmente in declino. L’avanguardia del capitalismo contemporaneo si sta dimostrando straordinariamente incapace di organizzare le forze produttive liberate dalle tecnologie informatiche. L’uso migliore che abbiamo saputo trovare per l’intelligenza artificiale e l’analisi dei big data è la pubblicità mirata su Facebook per uno shampoo o del cibo per cani, o tutt’al più un app per ordinare la pizza senza dover alzare il telefono.”

Idone Cassone, Viola | L’arte del coinvolgimento | CheFare
La grande sfida che ci attende (ma non ci attenderà per molto) è quella di rivoluzionare gli schemi della partecipazione e della democrazia. “Gli elementi fondamentali della partecipazione che abbiamo descritto sono confermati dalle affermazioni della psicologia positiva e, nello specifico, dalla self-determination theory: secondo Deci e Ryan, noi esseri umani proviamo il bisogno di esercitare le nostre capacità e competenze (competence), migliorando e realizzando i nostri obiettivi, sentendoci padroni della situazione e capaci di gestire le sfide e le difficoltà che ci vengono proposte. Al tempo stesso, desideriamo agire senza limiti restrittivi alla nostra libertà personale: vogliamo che le nostre azioni siano in buona parte il risultato dei nostri desideri (autonomy). Infine, proviamo il bisogno di relazionalità (relatedness), di sentirci parte di un gruppo o di una comunità, di sentire il respiro dei rapporti sociali attorno a noi (siamo, insomma, “animali sociali”, come diceva Aristotele).”


Curiosità, di cui cibarsi a ogni ora.

Domenico Starnone | Il ritorno degli dei | Internazionale
“Insomma va crescendo un bisogno di elevatezza quotidiana. Da parecchio atei e materialisti spirituali maneggiano lingue e testi sacri intuendo che, anche qui da noi, il mondo secolarizzato sta per tornare nelle mani degli dei. Ma ora si avverte in giro qualcosa in più: una nostalgia, un bisogno crescente di sentirsi dentro progetti di ampio respiro foss’anche religiosi. È un’urgenza di ragioni alte che se la tribuna politica non sa più offrire, be’, il pulpito sta lì apposta.”

Renato Balduzzi | Un futuro senza paure. De Rita e le sfide di un consolato guelfo in Italia | Avvenire
“Quell’instancabile lettore della società, italiana e non, che è Giuseppe De Rita ha recentemente “regalato” agli amici del Censis una «riflessione sul futuro dopo cinquant’anni di lavoro sul presente», dall’intrigante titolo “Il consolato guelfo” (il testo è ora scaricabile liberamente dalla Rete).
Egli scorge nella storia contemporanea una crescente voglia di radicalità, alimentata da due sentimenti, individuali e insieme collettivi: una domanda, forte e diffusa, di sicurezza di base (nell’abitare, nello spostarsi, nell’ambiente e nelle cure sanitarie); un bisogno non gridato, ma crescente, di certezze (rispetto agli sviluppi della scienza e della tecnologia, al rapporto uomo-natura, alla coesione tra etnie).”

Qui il testo completo del libro.

Giuseppe De Rita | Basta con la retorica del super stato
Servono nuovi obiettivi comuni | Corriere della Sera
La memoria che sa generare visione di futuro. “Noi italiani dovremmo essere i primi a cambiare il nostro contributo di cultura politica alla costruzione europea: smettiamola con la retorica del super Stato, ancorché giustificato da citazioni spinelliane; battiamoci invece per una logica di articolazione istituzionale: non accettando di ragionare solo e soltanto di «doppia velocità», ma dando impulso ad una logica di scopo; con definizione di scopi adatti ad un nuovo ciclo della dinamica europea; con la impostazione di politiche di scopo e di interventi di scopo; con la progressiva ideazione e sperimentazione di medie e grandi istituzioni di scopo. A questa filosofia si ispirava la citata «pattuglia dell’inizio»; e riproporla oggi può dar sostanza alla vecchia convinzione (molto italiana) che il futuro ha un cuore antico.”

Tiziano Bonini | Gli algoritmi come prigioni di vetro | CheFare
Nell’epoca degli open data la ricchezza fluisce verso coloro che le informazioni sono in grado di raccoglierle ed elaborarle. Un nuova stagione del capitalismo, più tecnologica ma non meno invadente e aggressiva delle precedenti. Interrogarsi sulle vie di fuga è non solo importante, ma necessario. “Allora, forse, ciò che vorrei che tornasse indietro dal paradiso perduto dell’età moderna, non è un mondo privo di tecnologie digitali o di algoritmi, ma un mondo dove possano coesistere ancora spazi e sfere di vita non sottoposte a misurazione né a transazioni monetarie; un mondo popolato di tecnologie conviviali, costruite dagli uomini per essere condivise, manipolate e adattate ai propri bisogni.”

Un capitolo a parte: Roger Federer

Fabio Severo | La dorata mezza età | Ultimo Uomo 
Non si parla spesso di sport in questa rubrica, ma Roger Federer è molto più che un tennista. E’ “il” tennista. E’ un’esperienza religiosa, come lo definiva Foster Wallace. Come tale si è espresso negli ultimi tre mesi, tra Australian Open, Indian Wells e Miami, insegnandoci – partendo dalla sua capacità di adattamento al gioco e al saper mutare atteggiamento al variare delle condizioni – cosa significhi davvero la parola resilienza. Roger Federer come esperienza politica.

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