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Présidentielle2017 – In attesa del secondo turno parliamo della startup Macron…

In Ponti di vista on aprile 24, 2017 at 11:14 pm

francia_votoArticolo scritto per punti secchi, che non vuole essere una riflessione organica sul voto francese che non mi sentirei di riassumere in una paginetta. I miei sono spunti di riflessione che nascono da quella che da tempo descrivo come una personale solitudine di fronte alla politica, una solitudine che – solo per il momento, spero – mi rende difficile sentirmi partecipe alle esperienze esistenti in campo, in Italia come in Europa. Non per questo smetto di guardare con interesse a ciò che accade, tentando di interpretare al meglio la realtà che mi circonda. Ecco i miei cinque sassi, lanciati nello stagno.

1) E se (viva le provocazioni) la situazione non fosse poi così diversa rispetto al 2002? Lasciamo stare – almeno per un attimo – il disfacimento dei partiti tradizionali (verissimo!) per concentrarci su come sta reagendo la Francia al ritorno al secondo turno delle presidenziali di un membro della famiglia Le Pen. Tutti – da Fillon a Hamon, per rimanere nel campo degli sconfitti eccellenti, da destra a sinistra – a difesa della Republique dal pericolo (reale, si capisce, ma pure fortemente strumentalizzato) Front National? Una difesa di principio – con la probabile sola eccezione di Melénchon – che non mi sembra prenda del tutto in considerazione la profondità della crisi politica e di visione che l’Occidente intero sta attraversando. E’ importante, ne sono pienamente consapevole, presidiare i confini del campo democratico e del sistema politico così come lo abbiamo conosciuto fino a oggi ma temo che alla lunga questo esercizio di manutenzione e di ordinaria amministrazione non ci metta al riparo da spiacevoli sorprese. Siamo in tempi straordinari (non solo per le difficoltà che ci si presentano quotidianamente ma anche per le trasformazioni epocali di cui siamo testimoni in ogni campo) e come tali dovremmo essere in grado di affrontarli…

2) Emmanuel Macron ha fatto un miracolo politico (almeno per quanto riguarda il consenso secco) in meno di un anno. O meglio, ne ha fatto metà per il momento. Per vedere se la sua vittoria sarà completa bisognerà attendere il secondo turno. Chi voterà chi? Nonostante le dichiarazioni di voto espresse ad esempio da Fillon e Hamon lo sfarinamento dei partiti tradizionali mette a rischio anche la loro capacità di indirizzare i voti raccolti. Dando per scontato (anche se non lo è) che anche il secondo scoglio venga superato sarà poi necessario guardare alla tornata elettorale che comporrà – a metà giugno –  l’Assemblea Nazionale. Esercizio per nulla banale, che rischia da una lato di riproporre l’esperienza di ingovernabilità sperimentata in Spagna o di indirizzare la legislatura (magari abbreviata) sul binario di una grande coalizione di governo, dai socialisti ai repubblicani. Tutti attorno alla figura ricompositiva – al centro – del leader di En Marche!

3) L’eventualità di dover mettere insieme diversi (troppo diversi) non faciliterà certo lo svilupparsi di una dialettica politica che – ne avremmo bisogno – si assuma la responsabilità di polarizzare pensieri, immaginari, persino utopie, utili non solo alla Francia ma all’Europa e al mondo intero. La visione d(e)i Le Pen la conosciamo ed è facile descriverne i tratti di pericolosità, persino di spudorata violenza. Meno chiara é l’ipotesi che mette in campo Emmanuel Macron, centrista “negazionista” delle differenze culturali e politiche (né di destra, né di sinistra) e “costretto” legittimamente a usare un setaccio a maglie larghe ai confini del proprio movimento per dare a esso dimensioni sufficienti al superamento del primo turno. Il quadro già ora é il frutto di un compromesso (tutto elettorale, per molti versi personalistico, in funzione di un leader che sembra funzionare) che non mette davvero sul tavolo una proposta di trasformazione del contesto, né a livello nazionale (quello più tenuto in considerazione, inutile nasconderselo, da tutti i candidati) né a livello europeo, quello che maggiormente avrebbe bisogno di posizioni concretamente radicali pronte a sfidarsi, anche a rischio di mettere in dubbio la prosecuzione su una strada – quella dello status quo comunitario che stiamo attraversando – che sembra dirigerci lentamente su un binario morto. La bandiera europea tenuta alle spalle durante i comizi, a vantaggio di telecamera, rimane un pregiato quanto inutile oggetto di arredamento se non ci si assumerà la responsabilità non di tesserne le lodi (non sempre meritate) guardando al passato ma definendone la traiettoria futura, necessariamente sacrificando pezzi di sovranità nazionale in nome di una reale e più profonda integrazione e cooperazione.

4) Mia figlia, quasi cinque anni, da qualche settimana – colpa del nonno – ha cominciato a cantare ripetutamente l’Inno di Mameli. Lo fa in autobus (in centro a Napoli come nella campagna veneta, mannaggia), al supermercato, camminando per strada, con totale disinvoltura. Sarà, ma non mi suona bene sentire canticchiare “Dov’è la Vittoria? Le porga la chioma, che schiava di Roma Iddio la creo” oppure “stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte…l’Italia chiamò”. Anche per questo piccolo aneddoto personale – nulla di troppo grave, ovviamente – non mi sento a mio agio quando noto un uso eccessivo dei termini patrioti (sia Macron che Le Pen), nazionalisti (sicuramente Le Pen) e sovranisti (un variegato universo). Mi piacerebbe andare oltre, dando coordinate più ibride, universali e globali alla definizione di popolo/i, comunità (al singolare come al plurale) e cittadinanza. Credo potremmo vivere altrettanto bene senza bandiere da sventolare e inni da intonare, trovando simboli diversi, altrettanto – o più – potenti nei quali riconoscerci e sui quali costruire un rinnovato patto sociale sovranazionale.

5) Riccardo Luna ha definito Emmanuel Macron (se lo sapesse, in attesa del 7 maggio, una toccatina sarebbe d’obbligo) “il primo presidente delle startup”. Stando al gioco potremmo dire che sarà anche il primo presidente che ha impostato la sua partita politica come il fondatore di una startup. Ci provò a suo tempo Matteo Renzi (senza spin off dalla casa madre Partito Democratico) e sappiamo come è andata a finire. Ci vorrebbe riprovare ora – probabilmente in ritardo, sempre rimanendo ancorato al “mercato” tradizionale dei partiti – ma la sensazione è che il suo periodo di startup non abbia saputo individuare un modello di business sostenibile e replicabile. Attendiamo – non troppo fiduciosi – le sue prossime mosse che, non stupisce, cercano di inseguire la marcia di Macron. Proprio quel Macron che l’altro ieri ha invece visto confermato il primo corposo seed di finanziamento da parte del popolo francese (23% abbondante di consensi, per un prodotto che per il momento ha visto il rilascio esclusivamente di un prototipo, la cui efficacia ed efficienza è tutta da verificare) e si propone di chiudere tra quindici giorni un accordo ancora più ampio, capace di garantirgli cinque anni di autonomia progettuale. Sembrerebbe proprio un unicorno, una di quelle pochissime startup destinate a cambiare le sorti del mercato e spesso della società. Vedremo. Fin d’ora è però legittimo chiedersi se la politica debba muoversi dentro gli stessi paradigmi e schemi (organizzativi e di attitudine) delle imprese ad alto e altissimo contenuto d’innovazione. Leggere. Capaci di mettere a valore tecnologia e comunicazione/marketing. Pronte a interpretare i desideri del mercato e virare il proprio percorso di conseguenza. Realtà dall’enorme potenziale certo, ma che devono fare i conti anche con un’elevatissimo tasso di mortalità. Emmanuel Macron ha dimostrato di avere lo spunto vincente sul breve periodo – utile ad attribuirgli il ruolo di difensore dell’integrità della Republique – ma la sua sfida è quella di non fare la fine dei suoi predecessori “in camicia bianca” (Valls, Sanchez e ancora Renzi) che hanno visto perdere quota velocemente i rispettivi progetti politici nazionali. Con En Marche! Macron ha subito marcato una distanza dai fragili confini della famiglia socialdemocratica, ma questa operazione non lo mette al sicuro dalla volatilità dell’elettorato in questa fase storica che tutti sembrano aver accettato come liquida e a tratti addirittura gassosa, nelle urne come nella composizione sociale, culturale e politica. In attesa di capire se anche Mark Zuckerberg, certamente esperto di startup e di business vincenti, deciderà di mettersi alla prova come candidato negli Stati Uniti.

*foto di Sergey Dryutskyi

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