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Ripartire dai resti… [spunti da una mattinata con Giuseppe De Rita]

In Ponti di vista on maggio 5, 2017 at 9:55 pm

farmland-801817_1920L’Aula Kessler presso la Facoltà di Sociologia è quasi vuota, complice anche l’orario mattutino che esclude una fetta consistente di pubblico potenziale. Ci sono un po’ di (vecchia o vecchissima) classe dirigente e moltissimi capelli bianchi, a comporre una platea che molto ha a che fare con quelle che chiamiamo elitè, a cavallo della linea di faglia tra giudizio positivo e negativo del termine. Mancano quelli – ed è un peccato – che potrebbero trovare nelle parole di Giuseppe De Rita, ancora oggi uno degli osservatori più curiosi e acuti della (o delle) società contemporanee, spunti interessanti per avere maggiore consapevolezza rispetto alle condizioni del presente e tentare di riconoscere le destinazioni desiderabili da raggiungere nel futuro.

I resti generativi. Alla domanda “come va?” la risposta più ricorrente prevede una litania di cose che non vanno come dovrebbero, un elenco che contiene pezzi di vita incerta e precaria. Se comune è l’inizio spesso lo è anche la fine. “Per il resto tutto bene…” ci si sente ripetere, come a voler dar conto – chissà con quanta convinzione – di un’indefinita area di attività e relazioni che nel loro ripetersi quotidiano costituiscono le basi su cui costruire l’intera infrastruttura delle nostre esistenze. Una dimensione solo apparentemente marginale, fatta di piccole cose – i resti appunto, a comporre l’essenziale – che, oggi più che mai, dobbiamo intendere come generativa. Dobbiamo imparare a ripartire dai resti. Da quello che troppo spesso valutiamo come irrilevante, come privo di valore, e che invece rappresenta la nostra prima garanzia per l’avvenire.

Società in forma di coriandoli. Giuseppe De Rita è lucidissimo nella sua analisi di una società che ha immaginato di potersi fondare sui diritti individuali dimenticandosi di quelli collettivi (“l’io che prende il sopravvento sul noi”), sul dominio dell’amministrazione e dei servizi alla persona, vedendo sciogliersi lentamente il proprio senso di comunità, il vincolo e la speranza di appartenere a qualcosa di più grande, di plurale. Ne sono esempio – anche in Trentino – le polemiche attorno alla chiusura dei presidi sanitari sul territorio, che confondono spesso il bisogno (collettivo) di cura con la richiesta (legittima, ma tutta individuale) di guarigione. E’ la società “in forma di coriandoli” che De Rita ha osservato e raccontato: “Marcuse illustrava questa nostra età, del cosiddetto tardo capitalismo: moltiplica l’offerta e distrugge il desiderio. Ecco, questa è una società senza desiderio, senza rabbia organizzata né un’idea condivisa di futuro. Siamo soli ma senza solitudini; soli e senza desideri.” Coriandoli, appunto.

Lo scheletro contadino. Già nel 2011 – e poi negli anni successivi con ancora maggior dettaglio – il Censis offriva la fotografia di una frantumazione sociale profonda e costante, nei confronti della quale serve recuperare quello scheletro contadino in grado di mettere al centro “l’economia reale, la lunga durata, la coesione interna, nuovi format relazionali e il primato della rappresentanza”. Rimettere in ordine i fondamentali, quindi, prima di spingersi oltre. La montagna – da questo punto di vista – possiede un repertorio di anticorpi che deve provare a mettere a valore non scimmiottando la città, non inseguendo un modello – quello urbano – che fatica, che segna il passo. L’autogoverno, la prossimità, la sobrietà, la responsabilità diffusa, la relazionalità mutualistica sono elementi fondativi delle comunità operose e di cura, in potenza significativi punti di rottura con quella “società della connessione e dell’edonismo” che appare stanca e in cerca di alternative credibili.

Rancore borghese (o imborghesito) e ricerca di un nuovo scopo. A margine dell’incontro Don Celestino – sempre presente – prende la parola. Tra ringraziamenti e versi figli degli appunti raccolti sentenzia: “Siamo diventati tutti borghesi”. De Rita annuisce, raccoglie la provocazione e rispondendo puntualizza: “Abbiamo pensato di poter essere tutti borghesi. Pasolini lo chiamava piccolo imborghesimento.” “Il fatto é che” – prosegue – “in Italia a una cetomedizzazione diffusa (piccoli artigiani, dipendenti pubblici e persino contadini usciti dalla povertà) non é corrisposto un ulteriore, successivo, salto di qualità. Non si sono condivisi sogni ulteriori, capaci di mettere nuovamente in moto la società e l’ascensore sociale.” Chi é rimasto nel mezzo oggi patisce “il lutto per ciò che non è stato…” e a prevalere sono il rancore e – come spiega nel pamphlet “Il consolato guelfo” – la spasmodica ricerca di sicurezza. Ma di nuovo, questa comprensibile voglia di sentirsi al sicuro, di sfuggire allo spaesamento che ci attanaglia non trova una declinazione collettiva ma totalmente ripiegata sull’individuo, sulla singolarità più stretta. Eccoci quindi a discutere – e a ritenere una coerente ed efficace risposta all’incertezza del presente e alle inquietudini che ci riserva – dell’ampliamento dei confini della legittima difesa, che ci consente o consiglia di armarci (da soli) piuttosto che impegnarci per essere parte di una comunità alla ricerca – complessa – di nuovi scopi comuni, di nuovi immaginari condivisi. Sempre più coriandoli, “linguette di carta che volano ciascuna per suo conto e si disperdono senza mai ritrovarsi”. Persi.

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