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Aree interne, aree ferite, aree vive.

In Ponti di vista, Uncategorized on maggio 21, 2017 at 8:27 pm

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Negli ultimi mesi un interessante dibattito riguardo la condizione della montagna e delle comunità che la abitano si è sviluppato sulle pagine de Il Manifesto. Qui (in formato .pdf) riporto gli interventi già pubblicati, tutti di autori che hanno saputo far emergere una o più questioni di assoluta rilevanza. Queste mie pagine – elaborazioni di un precedente articolo già condiviso in questo blog – intendono coniugare un ragionamento più generale sul presente e il futuro delle terre alte con la discussione attiva in Trentino (scarna e non troppo centrata, a mio avviso) attorno alla riforma dello Statuto di Autonomia. Servono inoltre come traccia per un’ipotesi di itinerario alpino (dentro il “Viaggio nella solitudine della politica”, www.zerosifr.eu) da realizzare nelle giornate tra il 2 e il 5 giugno prossimi.

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“Nè lo Stato né l’individuo possono da soli realizzare il mondo che nasce. Sia accettato e spiritualmente inteso un nuovo fondamento atto a ricomporre l’unità dell’uomo: la Comunità concreta.”
*Adriano Olivetti, “L’ordine politico delle Comunità”*

Questo contributo al dibattito arriva dal Trentino Alto-Adige, alle prese con la riforma del suo Statuto di Autonomia. La carta costituente di un territorio che ha (aveva?) nell’autogoverno il suo tratto distintivo, il tratto distintivo della sua (potenziale e decisiva) unicità. Per capire l’importanza di questa fase bisogna condividere un dato di partenza. L’immaginario e le pratiche del governo del territorio non possono accompagnarsi al conformismo. “L’ordinario ha una sua “forza” intrinseca e magneticamente ci attrae e riporta a sé.” Così Ugo Morelli scrive della propensione all’omologazione, della perdita di complessità in nome di una più comoda, e apparentemente sicura, ordinarietà. Un rischio, quello dell’omologazione, che Aldo Bonomi, Marco Revelli e Alberto Magnaghi hanno saputo cogliere nei loro interventi, rivendicando – ognuno a modo proprio – la necessità di descrivere e praticare paradigmi (economici, sociali e culturali) altri da quello esclusivamente economicista che fin qui ci ha condotti, modello che “forse non richiede solo di essere aggiornato, ma sostituito perché, appunto, “falsificato” (ossia, rivelato fallace alla prova dello sguardo)”. Ecco che qui dalla solitudine, dalle macerie, dalla marginalità emerge forte la sensazione che si fa quasi certezza di avere a disposizione – seppur in potenza – un capitale, applicabile al conflitto a cui fa cenno Revelli, tutt’altro che trascurabile. Le aree interne sono allo stesso tempo quindi aree difficili, certamente ferite, ma assolutamente vitali e addirittura attraenti, spazi di nuovo abitabili da quei “ritornanti” che Magnaghi descrive in modo perfetto: “montanari per scelta, da giovani neocontadini e allevatori, da neoartigiani: un popolo colto, connesso in rete, cosmopolita, attrezzato con tecnologie appropriate, un occhio a terra e uno al cielo; soggetti per cui l’emancipazione concreta oscilla a spirale fra la coppia erranza/attraversamento e neoradicamento/comunità; ai quali dunque è connaturato proiettarsi in un mondo di comunità solidali federate, piantate a terra su economie sociali, solidali, fondamentali, circolari, ecologiche.”

“Oggi le Alpi sono un impasto di innovazione e tradizione,” – afferma Enrico Camanni nell’introduzione a “Alpi ribelli” – “globale e locale, modernismo e nostalgia nel cuore della vecchia Europa”. Questo approccio non pacificato è un invito all’utopia, un rifiuto all’indifferenza, un richiamo allo spirito critico, alla curiosità e alla fantasia. Perché l’ambizione dei territori di autogovernarsi è questione certo di responsabilità ma è anche e soprattutto conferma di non automatico adeguamento all’esistente e di sana e consapevole rivendicazione di alterità. “Anche se si ferma alla disobbedienza e all’utopia senza costruire veri modelli di società, la voce arrabbiata della montagna filtra come goccia nella crepa del sistema, logorandolo con la spavalderia di chi vede il mondo dall’alto in giù e ha il privilegio di cogliere il pericolo per primo e urlarlo in legittima difesa, perché tutte le acque scendono dalla montagna. Nessuna sale alla sorgente.” Un contributo radicale e ruvido, che non sfugge al conflitto tra basso e alto, tra pianura e montagna, che da il là alle riflessioni necessarie oggi alla validazione dell’idea che dentro un mondo sempre più complesso e interconnesso abbia ancora un valore inestimabile – dal punto di vista culturale e sociale, così come economico – il riconoscimento della “coscienza dei luoghi”, intesa come “il percorso che da individuale a collettivo connota l’elemento caratterizzante la ricostruzione di elementi di comunità, in forme aperte, relazionali, solidali.” [Becattini, 2015]

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Il predominio dei flussi sovranazionali (più economici e finanziari che, in verità, politici) è evidente anche a un’osservazione superficiale della realtà contemporanea. Che dire della potenza e della pervasività degli algoritmi.”Le nuove tecniche di apprendimento che si sviluppano a gran velocità nel mondo dei Big Data  – spiega Dominique Cardon –   calcolano gli individui in funzione dei loro comportamenti passati rinviandoli in permanenza alla responsabilità delle loro scelte. Se gli individui hanno comportamenti monotoni, se tutti i loro amici condividono le stesse idee e gli stessi gusti, se seguono sempre lo stesso percorso, i calcolatori li confineranno nella loro regolarità. Se, al contrario, essi mostrano comportamenti più diversificati, seguono strade inattese, hanno reti sociali eterogenee, allora gli algoritmi proporranno loro un ventaglio più ampio di opzioni e qualche volta faranno perfino scoprire loro orizzonti nuovi. Operando i loro calcoli sulla base delle tracce che lasciamo dietro di noi, gli algoritmi riproducono in realtà le ineguaglianze nella distribuzione delle risorse tra gli individui.” [Cardon, 2016]
Velleitario pensare di poter contrapporre a tale strapotere ostacoli che richiamino a una possibile chiusura verso l’interno, in nome di un’autarchia e di un isolamento fuori dal tempo da un lato e spaventosa nella sua concreta attualità dall’altro. Limiti e potenzialità della relazione con i flussi globali e rapporto tra eterodirezione (il rischio) e l’autogoverno (l’ambizione, l’utopia) sono i temi su cui porre l’attenzione. Sempre Beccatini e Magnaghi ci propongono una possibile – seppur non automatica – via d’uscita: “Soltanto la crescita di una nuova cittadinanza in grado con i propri saperi di produrre e riprodurre attivamente il proprio ambiente di vita biologico, sociale e culturale, allontanando i poteri sovradeterminati dell’economia globalizzata, può realizzare questa utopia. Un movimento dunque non finalizzato alla presa del potere, ma di progressiva vanificazione della “presa” dei poteri esogeni.” L’autogoverno come massima rappresentazione della coscienza di luogo e della capacità di un territorio di occuparsi di sé e del proprio futuro.

L’ipotesi di modifica (o revisione, o aggiornamento) dello Statuto di Autonomia della Regione Trentino-Alto Adige – al netto della dimensione strettamente tecnico/giuridica, fino a oggi prevalente – sarà utile solo se saprà essere sfidante nella ridefinizione di un consapevolezza diffusa che, date le condizioni del “grande disordine” globale, sappia farsi carico partendo dal contesto di massima prossimità – il territorio – dell’attivazione di un processo comunitario che descriva e applichi “diversi modelli di sviluppo che comportano diversi processi di appropriazione e uso delle risorse da parte degli abitanti-produttori, diversi rapporti sociali di produzione fondati su nuovi statuti del lavoro e del consumo, diverse forme pattizie di democrazia diretta, diversi settori strategici dell’economia.” Con uno sguardo tutt’altro che campanilistico questo sarebbe il primo passo fondamentale, in attesa “di allargare la coscienza stessa verso il mondo, verso un’umanità che condivida come luogo il mondo.” [Becattini, 2015]

Locale e globale in dialogo. “Marce ridotte” per risalire i crinali impervi e rapporti più lunghi per sapere tener testa a fenomeni sovranazionali. Periferia e centro rimessi in relazione, dove è il margine il contesto che, nella sua geografica e materiale fragilità, può maggiormente sperimentare buone pratiche di resilienza, di innovazione, persino di richiamo per “ritornanti” o nuovi abitanti. E dove il centro – inteso come la dimensione urbana/metropolitana o come rappresentazione dell’accumulazione del potere – è, nella migliore delle ipotesi, in difficoltà economica (con gli scricchiolii e le contraddizioni del modello capitalista), confusione culturale (con la folle idea di un’uniformazione difensiva ai “valori” occidentali, come fattore ritenuto necessario per l’integrazione forzata delle differenze) e frammentazione sociale (lì dove paura, rancore e solitudine la fanno ancora da padroni). Il margine è qui da intendersi non  come confine escludente ma come “una frontiera riconosciuta, miglior vaccino possibile contro l’epidemia dei muri.” [Debry, 2012]  Non strumento per segnare la separatezza ma spazio della sperimentazione dentro un contesto più flessibile e generativo. “Ciascun nuovo pezzetto di sapere nasce dai margini del precedente, attraverso la regolazione delle lenti su quelle frange che esso ha lasciato nel vago, nell’indefinito”. [Debry, 2012]  Ecco perché avventurarsi al margine, e abitarlo, è non solo un’opportunità ma una necessità dalla quale non possiamo sottrarci.

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L’Autonomia trentina, e con essa anche quella sudtirolese, non possono quindi essere intese come modelli da tutelare – sempre che ci siano ancora le condizioni di una sola azione conservativa nei loro confronti – come si farebbe con una specie in via d’estinzione. La loro affermazione va intesa come preludio al dispiegarsi di altre mille Autonomie per altrettanti margini, per altrettante differenze emergenti in una dimensione europea da immaginarsi davvero federale, “liberata” dal peso degli egoismi e delle frammentazioni nazionali. E’ in questo contesto che il concetto di margine assume connotazioni più sfumate, diventando caratteristica allo stesso tempo di ogni luogo e di nessuno, dentro un mondo globalizzato che riesce (o immagina di riuscire) a fare a meno di qualsiasi centro, dispiegandosi in forma reticolare e sempre più immateriale.

Non è questione di negare lo spaesamento dei contesti montani o di sottovalutare le difficoltà della vita “verticale”. Non è neppure il caso di sottovalutare il processo storico che ha condotto al primo statuto di Autonomia e al suo successivo aggiornamento, ma è necessario offrire un approccio che sappia cogliere la specificità del luogo che abitiamo, sfuggendo al desiderio (conformista) di chiusura o di presunta autosufficienza e tracciare la rotta di una proposta che – a livello istituzionale, economico, sociale e culturale – riconosca il ruolo politico delle comunità nella validazione di meccanismi democratici orizzontali e popolari, oggi inceppati o peggio assenti. Nessuna nostalgia di teorie localiste ma la piena consapevolezza che, grazie anche al riemergere a livello europeo di esperienze municipaliste particolarmente interessanti, “un’apertura di possibilità storica, il desiderio – incomprimibile e più che mai attuale – che libertà e proprietà comune, autonomia e decisione politica comune, costituiscano alternativa viva alle forme di dominio e statualità moderna.” [Caccia, 2016]

“Tutto ciò che fai per me senza di me, lo fai contro di me” [proverbio africano] . Pensare e agire insieme – in un tempo in cui anche il capitalismo annusa le potenzialità della condivisione, online come offline -, nella coraggiosa e costante ricerca di nuove inattese alleanze, dovrà essere il tratto distintivo di una costituente stagione autonomista e territoriale, non solo trentina e di respiro almeno continentale.

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  1. […] ma dell’intera dimensione provinciale – agli scenari circostanti. Ne ho già scritto qui, parlando di una pericolosa tendenza al conformismo che è quanto di più nocivo possa colpire una […]

  2. […] letture: – Resilienza e mutualismo | Flaviano Zandonai e Federico Zappini – Aree interne, aree ferite, aree vive | Federico […]

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