trento|italia|europa|mediterraneo|mondo

Quello che le amministrative ci hanno detto, anche se forse lo sapevamo già…

In Ponti di vista on giugno 14, 2017 at 1:08 pm

urban-city-1245777_1920

Si può rimanere folgorati (legittimamente, per dimensioni e capacità di penetrazione del fenomeno, politico e comunicativo, Macron) dall’ampia vittoria che En Marche! ha ottenuto al primo turno delle legislative francesi. Tanto oltre le attese da far temere addirittura per la dialettica parlamentare, a rischio di essere schiacciata dal “partito unico” macronista. Si può addirittura credere che quell’esperienza – o per altri quella di Corbyn, o Senders, o Podemos – possa essere il modello sul quale scommettere per ridare corpo (e anima) alla sinistra italiana. L’esperimento non mi convince e di conseguenza mi fermo qui, tentando di muovermi dentro un registro altro, sia geografico che tematico. O Macron è davvero “la” Rivoluzione così come da molti è descritto (temo non lo sia, almeno non nel verso che dovremmo augurarci, interessante a questo riguardo è l’intervista al ministro dell’Economia del suo Governo realizzata da Francesco Maselli per Pagina99) oppure valgono anche per lui le perplessità legate alla difficoltà di riconnettere – al di là dello storytelling della novità contrapposta al vecchio e alle fluttuazioni sempre meno prevedibili dei flussi elettorali  – politica e cittadini. Non si è ancora trovato il filo rosso in grado di tenere insieme territori (spaesati), Stato (ingombrante e fragile) e globalizzazione (fuori controllo, non da oggi).

In questo periodo mi è capitato di citare più volte un editoriale che Giuseppe De Rita scrisse nel 2004 e che oggi merita – tale è la sua attualità e capacità immaginifica – una rilettura completa e profonda. Lo trovate qui. Descriveva un contesto bolso – senza vento e onde lunghe da poter cavalcare – non molto diverso da quello attuale:

“La dinamica sociopolitica italiana di questi mesi richiama un verso dannunziano sulle vele stanche. Stanche perché non raccolgono vento, non si gonfiano, non producono spinta in avanti; anzi si sfilacciano, producendo ulteriore afflosciamento.
E non è un caso che torni di moda l’idea che continuiamo a galleggiare, senza alcun movimento di onde lunghe. E’ stanca la vela dell’ ideologia, che di vento ne raccoglieva tanto, ma con esiti più di tempesta che di progresso. E’ stanca la vela degli interessi da rappresentare politicamente, perché la natura intimamente corporativa del Paese inclina al lobbismo furbastro. E’ stanca la vela del blocco sociale di riferimento, forse anche perché è difficile da issare.”

A fronte di una tale generalizzata crisi dei soggetti e degli strumenti dell’azione politica, lil suggerimento di De Rita è quello di un esodo verso ambiti meno contaminati e più sostenibili, anche solo da un punto di vista relazionale:

“Se le vele sono stanche non si può che galleggiare, sembra aver capito chi ha riscoperto le scaltre virtù di precedenti periodi politici. Per chi non ha capito o non ne ha voglia è consigliabile però non intestardirsi ad affannarsi sulle vele dell’ ideologia, delle coalizioni, dei programmi, delle leadership, ma piuttosto cambiare giuoco e trasferire la dialettica politica in terra ferma, sui temi del territorio, delle autonomie locali, delle autonomie funzionali, dei distretti industriali, dello sviluppo a macchia di leopardo del Sud.  E’ sul territorio che oggi si formano interessi e identità collettivi; è sul territorio che si esplica la voglia di viver bene su cui si radica oggi buona parte del consenso sociale; è sul territorio che si può richiamare la responsabilità di tutti (imprese, enti locali e singoli) a rilanciare lo sviluppo e a razionalizzare spese e interventi; è sul territorio che si verificano spostamenti di voti, […] . E’ sul territorio in sintesi che si fa sempre politica e si può operare il suo cambiamento.

Sembra scritto oggi. Fa bene anche ricordare a tal proposito un famoso pensiero di Massimo Cacciari, che nell’ultimo numero de L’Espresso (in edicola l’11 giugno 2017, “Qualcosa di sinistro”) mette sotto stress le categorie della sinistra:

“Non sei solo in questo destino – bisogna dire. Cos’è fare politica, se non dire al tuo prossimo che non è solo?”

Bisogna ripartire dalla prossimità perché è lì che sta il valore. Serve ripartire dal vicino. Non perché vada riaffermata una tendenza al localismo, ma perchè sarà solo descrivendo percorsi comuni che ricompongano comunità (ibride per composizione e destino, capaci di contaminarsi in maniera virtuosa per attitudine) che sapremo articolare riflessioni all’altezza delle sfide dell’interdipendenza globale e capaci di sorpassare la dimensione – troppo piccola e troppo grande nello stesso tempo – degli Stati nazionali, impegnati in questa fase storica a riaffermare la propria (pericolosa) centralità. Non chiusura o esclusività, non privilegio ma diffusa pratica dell’autogoverno e valorizzazione delle specificità di ogni contesto, arricchite da continuo dialogo e confronto. Sono molti i segnali – certo carsici, non ancora risolutivi – che spingono in questa direzione. E forse, anche in vista dei prossimi tentativi di ricomposizione a sinistra (è il caso anche dell’appello di Montanari e Falcone per incontrarsi il prossimo 18 giugno), varrebbe la pena di tener presente questa linea di faglia territorialista che sembra far capolino. Emersione aiutata anche dalla scadenza amministrativa appena passata, lì dove i margini tornano (almeno per un momento, nel marasma della politica nazionale) a farsi centro, a essere protagonisti. Si potrebbe dire che non tutte le strade portano a Roma, perché le geografie della politica – faremmo bene a ricordarcelo sempre – sono tutt’altro che monolitiche e accettano, o addirittura richiedono, di essere interpretate dentro assetti caratterizzati da profonda variabilità.

Non voglio tornare ora sui limiti (ne ho scritto pochi giorni fa) del civismo inteso come rinuncia alla politica, come espressione del pragmatismo di uomini e donne di buona volontà che rivendicano la prevalenza del “fare” sul “pensare”. Non è a questo fenomeno – per nulla marginale, a destra come a sinistra – che guardo con interesse, ma al ribollire costante di pratiche, esperienze, competenze, relazioni, comunità che – più o meno coscientemente – stanno contribuendo alla creazione di un capitale condiviso di innovazione sociale ed economica, culturale e politica. All’interno di questi ecosistemi sono già presenti tutte le condizioni utili alla messa in moto di cambiamenti radicali, di vere e proprie metamorfosi cosmopolite così come le chiama nel suo libro, postumo, Ulrich Beck (“La metamorfosi del mondo”, Laterza – 2017). Laddove queste forze spurie – civiche nella forma, profondamente politiche nell’attitudine e nelle prospettive – trovano punti di sfogo i risultati sono sorprendenti.

La storia di Coalizione Civica a Padova ci dice molto a proposito. Il consenso raccolto nelle urne (più del 22% dei voti al candidato sindaco Arturo Lorenzoni) è ampio, ma va inteso – è strano dirlo – soprattutto come corollario all’approccio generativo nella costruzione di una comunità politica articolata e multiforme, consapevole, attiva e fortemente ambiziosa. Avrei dovuto investire qualche ora di tempo per andare a vedere da più vicino il montare di quello che è, sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo, l’esperimento più interessante degli ultimi tempi. Il processo di attivazione e coinvolgimento è centrale. Il risultato viene di conseguenza.

Sullo sfondo rimangono alcuni altri temi che risuonano, per motivi diversi, con la dimensione territoriale che ho cercato di desrivere e che dovranno essere interpretati con maggior attenzione rispetto a quanto si è fatto finora. Qui – in conclusione – ne propongo solo un breve elenco corredato da qualche domanda che mi ronza in testa.

*Città vs Stato Nazione – Saranno le città (metropolitane, grani, medie o piccole) la vera alternativa alla governance zoppicante degli Stati nazionali? Così la pensano in tanti.
– Francesco Grillo, Il conflitto tra città e stati per il governo del futuro [Corriere della Sera, 11 giugno 2017]
– “In tutto il mondo, i popoli e le città si stanno alzando a difendere i diritti umani, la democrazia e i beni comuni”. Qui il sito dell’interessante evento di Fearless Cities .

*Referendum Autonomia – Allontanato, per il momento, lo spettro di elezioni politiche anticipate, rimangono fissati per il prossimo 22 ottobre due referendum regionali (in Veneto e Lombardia) per la richiesta di maggiore autonomia. Così si è espresso qualche giorno fa il Governatore veneto Luca Zaia. Come saprà reagire il Trentino-Alto Adige alle prese con la zoppicante revisione del suo Statuto di Autonomia? Si arroccherà in difesa della propria specialità o si renderà protagonista di una proposta articolata capace di condividerne valori e pratiche dell’autogoverno anche fuori dal proprio territorio?

*Arcipelago Italia – Il territorio sarà protagonista anche alla prossima Biennale dell’Architettura, prevista nel 2018. Sotto la guida di Mario Cucinella un variegato team di professionisti racconterà l’Italia delle aree interne, tra difficoltà e opportunità, tra spopolamento e nuovi modelli di sviluppo. Chi risponderà alla call appena pubblicata (architetti, urbanisti, sociologi, artisti, amministratori, associazioni, ecc.) saprà mettere ulteriore lievito in un impasto già ricchissimo?

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: