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Occhiali giusti per nuovi scenari politici

In Ponti di vista, Uncategorized on luglio 7, 2017 at 10:43 am

elezioni_10511_mainOrmai più di due settimane fa provavo a mettere in fila qualche idea attorno al primo turno della elezioni amministrative. Questo il risultato di quella scrittura. Il tentativo era di viaggiare parallelamente al dibattito mainstream (in molte parti inservibile, per certi versi dannoso) e comporre un quadro utile a definire le caratteristiche di una possibile traccia di lavoro politico, condividendone poi il risultato con alcuni amici. A distanza di quindici giorni l’urgenza che percepivo allora si è fatta più pressante e con essa ha conquistato spazio la voglia di dare corpo a una riflessione collettiva che non assecondi lo status quo dell’analisi politica che va per la maggiore – prevalentemente dentro giornali, talk show e social network – ma tenti di farla deragliare dal binario morto sopra il quale sembra muoversi.

Si tratta di una ribellione dolce a un copione assai scontato e ripetitivo. Un esercizio oggi doveroso. A meno che, ho mille e più motivi per dubitarne, non appassionino i tre filoni prevalenti – tra cronaca e storytelling – di questi giorni. Uno. La ritrovata competitività del centro-destra – più o meno – a trazione leghista. Un remake di cui non si sentiva l’esigenza. Due. “La crescita lenta e inesorabile del M5s”, così come l’ha descritta Beppe Grillo e successivamente hanno religiosamente ripetuto tutti i di lui seguaci. Tre. La litigiosità dentro, e tutto attorno, il perimetro di quello che viene definito centro-sinistra. Un coacervo di egocentrismi – quello di Matteo Renzi e di chi lo circonda – e classi dirigenti (?!?) spiccatamente autoreferenziali accompagnato da un’attenzione mediatica ridondante e morbosa, che ha nella caccia al retroscena il proprio fine ultimo.

Mettete tutto insieme – tenendo sullo sfondo la generalizzata, preoccupante, inadeguatezza nel porsi di fronte alle enormi sfide della contemporaneità (dal clima ai migranti passando per le diseguaglianze sociali) con la dovuta responsabilità e lungimiranza – e ne ricaverete un pastone indigeribile anche per gli apparati digerenti più forti. Serve starne alla larga, esercitando un sano diritto alla fuga. Un movimento di sottrazione, di allontanamento. Non per porre tra sé e la politica un barriera. Non per negarne la centralità, ma per riaffermarne il ruolo laddove invece quotidianamente ne viene delegittima l’utilità, maltrattato il senso e svilito l’impegno.

C’è un caso che, all’interno della tornata elettorale appena passata, sembra offrire più di altri uno schema alternativo di lettura possibile, suggerendoci di inforcare occhiali diversi per guardare a scenari politici (oltre che sociali) al centro di una metamorfosi epocale. E’ il caso di Padova, alla luce dell’elezione a sindaco di Sergio Giordani. Questa porta con sé non solo la sconfitta di Massimo Bitonci (e tutto quello che lui ha rappresentato) ma soprattutto l’affermazione di un’idea altra nell’approccio alla politica e alla sua declinazione territoriale. Non ovunque si troverà un nemico impresentabile e pericoloso quanto è stato Bitonci – caso studio esemplare del leghismo veneto, tutto rinserramento e politiche securitarie – ma è un dato che oggi il compito primario di chi si vuole impegnare politicamente sia quello di costruire un argine e sviluppare anticorpi al montare di sentimenti collettivi sempre più orientati al rancore e allo spaesamento. Nello scenario padovano questa sfida è stata raccolta in maniera efficace dall’esperienza di Coalizione Civica, capace di diventare fattore numericamente determinante per la vittoria al ballottaggio e – ancor più importante – promotore di uno scarto di paradigma nel dibattito cittadino in avvicinamento alla scadenza elettorale. Cosa ne sarà di questo valore aggiunto intercettato, accumulato e messo al servizio della città ce lo diranno le prime mosse amministrative (anche alcune fortemente simboliche, come ad esempio la cancellazione dell’ordinanza anti-kebab promossa dal precedente Sindaco) e soprattutto l’attivazione e l’accompagnamento di processi di lungo periodo che sappiano generare da un lato discontinuità con il passato e dall’altro la definizione di uno spartito nuovo nell’organizzazione della governance cittadina, dei modelli di democrazia urbana.

Nessun modello, sia chiaro, ma diversi spunti di riflessione che si aprono. Chiunque provi – spesso da lontano, spesso da punti di vista molto diversi tra loro – a intestarsi il know how per la trasferibilità del caso Padova altrove non si discosta da vecchi cliché, oggi inutilizzabili. Bisogna lasciarsi stupire dalle specificità, dalla ricchezza e dalle criticità che stanno tra le pieghe del proprio contesto di riferimento. Bisogna essere protagonisti di un’azione concreta e quotidiana di messa alla prova del capitale sociale presente in ogni città, dentro ogni comunità che faccia riferimento a un territorio e che trovi nella prossimità – ne parlavo nell’articolo prima citato – la dimensione ideale nella quale mettersi in gioco. Nel rapporto privilegiato della vicinanza, nella possibilità di conoscersi e riconoscersi sta la specificità degli esperimenti di nuovo municipalismo che oggi in molti osservano con rinnovata curiosità. Esperimenti praticati con sfumature diverse in grandi metropoli (Barcellona, Napoli, Milano), in città di Provincia di medie dimensioni o addirittura nel panorama frastagliato e multiforme delle aree interne e delle piccole comunità delle terre alte.

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Per punti – con titoli rubacchiati qua e la tra le cose più interessanti che vedo succedere intorno a me – ecco quelle che sono a mio avviso le principali piste di lavoro possibile.

NON SOLO VOTI. IL BISOGNO DI TENERE INSIEME. Condivido in pieno due riflessioni che richiamano l’attenzione sulla crescente astensione dal voto (Marco Revelli) e sull’emoragia di consensi a sinistra (Michele Nardelli), ma sono convinto che le difficoltà della politica non si misurano solamente nell’urna ma nella completa perdita di rappresentatività.

È così che si isteriliscono le democrazie contemporanee, transitando senza quasi soluzione di continuità nella categoria-limbo della “post-democrazia” (messa a fuoco già una quindicina di anni or sono da Colin Crouch) e poi, a poco a poco, nella democrazia del leader (Ilvo Diamanti) e nell’oligarchia esecutoria, che sono, tutte, varianti di quella “democrazia senza popolo” di cui ha parlato, di recente, Carlo Galli: una forma ossimorica, auto-contraddittoria, che sintetizza bene la crisi di senso, oltre che di legittimazione e di autorevolezza, della funzione di governo in società che hanno fatto della “governabilità” il proprio mito e dogma.

C’é qualcosa che non funziona se Papa Francesco e Vasco Rossi vengono percepiti come gli unici soggetti capaci di sfiorare i sentimenti di segmenti di società sufficientemente ampi e di farsene – a loro modo, nelle parole espresse dal pulpito o dal palco – interpreti. Se mancano grandi narrazioni collettive (un tempo si chiamavano ideologie e utopie) é anche perché i tempi del vivere e di conseguenza del partecipare sono frammentati e velocizzati e gli spazi (fisici e, sempre più spesso, virtuali) appaiono – sembrerà un paradosso – allo stesso tempo incredibilmente vuoti e irrimediabilmente saturi. Non è più sufficiente presidiare le oscillazioni del consenso – sempre più estreme e difficili da leggere oltre che contraddittorie e pericolose da inseguire – ma serve fare un passo (o più) all’indietro, nell’atteggiamento di prendere la rincorsa utile a un salto in avanti. Bisogna ripartire dal tenere insieme le persone e le comunità, condividendo con loro luoghi accoglienti del confronto e tracce stimolanti di ragionamento, capaci di essere generative di pensieri e azioni percepite come comuni. Un lavoro che trae la propria efficacia non dall’ansia da risultato percentuale ma dalla passione per il processo di cui si è parte. Bisogna prendersi cura delle “linee di crescenza”, come ama ripetere Ilda Curti, non solo in termini di manutenzione dell’esistente ma come abilitazione diffusa di cittadini e cittadine alla presa di parola e di posizione all’interno del proprio ambito di vita o di lavoro, premessa indispensabile per una positiva interlocuzione politica e costante pratica dei diritti di cittadinanza. Da qui si parte per mettere una dopo l’altra le prime sillabe di un nuovo racconto che sappia parlare al plurale, sfuggendo alla solitudine dell’io che tanto ci impoverisce e marginalizza.

CIVICI, MA NON SOLO CIVICI. Pochi minuti dopo la conferma dei risultati a lui favorevoli Sergio Giordani si è presentato davanti ai microfoni e con fare quasi giustificatorio ha scandito: “Ricordatevi che io e Lorenzoni siamo due civici”. Nelle ore e nei giorni successivi questa sottolineatura si è fatta ridondante, marcando un solco tra civico e politico che certamente può funzionare per smarcarsi dalle forme tradizionali (e non certo in salute) della politica, ma che – pur espressa in buona fede – rischia di portarci fuori strada. Sembrerebbe orientarci verso l’autosufficienza del buon senso, la possibilità del “fare” senza “pensare”, l’intercambiabilità delle persone in nome di una prudente e mai troppo ambiziosa gestione delle azioni di governo, intesa come pratica neutre e senza colore. Serve riflettere attentamente sull’esigenza di non far giocare in due campionati diversi politica e forze civiche. La prima è in realtà la più alta e preziosa delle virtù civiche, laddove ci si assume la responsabilità di farsi carico in prima persona di un pezzo della cosa pubblica. Le seconde sono – lì dove i corpi intermedi sappiano riappropriarsi del loro ruolo originale e più prezioso – gli strumenti per tenere a bada le mire di verticalizzazione della politica, pronta a prendere il sopravvento rispetto alla necessità di orizzontalità e relazionalità alla base della definizione del bene comune e della sua cura. Unito al “tenere insieme” a cui ho fatto cenno l’intreccio tra civismo e forme organizzate della politica può essere la base su cui re-istituzionalizzare (dal basso) contesti sociali e politici che hanno perso via via struttura, organizzazione e credibilità.

GOVERNARE IL CAOS. Letto il titolo della prossima Summer School di Rena (25-30 agosto, a Matera) lo sguardo mi si è illuminato. Chi ha perso (o non ha vinto, of course) le recenti amministrative si è affrettato a segnalare come quello non fosse poi un appuntamento così importante, perché collegato “solo” al governo dei territori e dei centri urbani, lontano quindi dal centro del potere, riconosciuto ancora quasi esclusivamente nella dimensione statuale. Rena nella sua proposta formativa si rivolge ad amministratori e policy maker con l’obiettivo di offrire loro e di costruire con loro modelli (e processi) che sappiano mixare strumenti di buon governo e pratiche di cittadinanza responsabile, il tutto all’interno di una più diffusa e profonda capacità di far fronte alla complessità emergente. Questo perché é proprio nei luoghi in cui il caos impatta con la realtà di tutti i giorni che servono presìdi capaci di assumere la guida delle operazioni, coniugando al meglio pragmatismo e utopia. E’ – di nuovo – nelle città e nei contesti di prossimità che oggi è più evidente l’interconnessione tra il qui e l’altrove. Da lì – anche grazie a generazioni che, come mai prima, possiedono competenze diversificate e multidisciplinare pronte all’uso – si può tentare di combinare in modo virtuoso l’attenzione territoriale con quella nazionale, europea e globale. Una filiera questa che dovrà essere stressata (non solo governando, ma generando anche un certo quantitativo di caos, di conflitto) per affrontare gli argomenti che oggi l’agenda politica non riesce a mettere totalmente a fuoco: crisi delle forme della democrazia, migrazioni e convivenza nella diversità, cambiamenti climatici e crisi ambientali, tecnologia e sue applicazione alle nostre esistenze, lavoro, revisione del modello di sviluppo e netta riduzione delle diseguaglianze sociali. Un carnet di questioni da far tremare i polsi, ma che deve essere ben chiaro in testa a chi si vuole cimentare oggi con la politica, anche nella sua forma apparentemente più basilare, quella dell’amministrazione locale.

DOV’ERA, COME SARA’. Questo è il titolo del seminario estivo che quest’anno Fondazione Symbola organizza a Macerata, all’interno del Festival Soft Economy “Il senso dell’Italia per il futuro”. Appena l’ho letto mi è tornata alla mente una conversazione avuta con Aldo Bonomi riguardo alla ricostruzione che dovrà avvenire nei territori terremotati del centro Italia. Usò quelle stesse parole, spiegando che a fare la differenza non sarà tanto il tentativo (complicato, forse sbagliato) di ricostruire le casa (e le seconde case), la chiesa, il municipio, la scuola lì dove stavano prima del sisma ma la capacità di immaginare la posizione e la forma migliori per il futuro dei centri abitati e dei loro abitanti. Lo stesso a ben vedere vale per ognuno dei segmenti della nostra società (dal più piccolo fino ad arrivare alla sua dimensione planetaria), chiamati oggi non ad aspettare che la sedimentazione del caos che stiamo attraversando possa semplicemente riportarci alla condizione precedente alla crisi. Serve interrogarsi sul ciò che sarà più che rimpiangere ciò che era. Serve impegnarsi per far sì che si realizzi ciò che si crede il futuro debba proporci. Lo sguardo rivolto al passato genera in questo momento un senso di nostalgia rancorosa: “Si stava meglio prima, qualcuno ci sta portando via ciò che avevamo!”. Quello al futuro ansia perché la visuale è incompleta, non del tutto in luce. Cambiato radicalmente il sistema mondo rispetto a come lo abbiamo conosciuto fino a pochi anni fa non abbiamo scelta. Vanno cambiati altrettanto radicalmente i paradigmi che ci guidano nella riflessione attorno ai futuri desiderabili nell’incrocio tra democrazia locale e globale. Anche in questo senso il ruolo di sindaci e amministratori locali può trovare una nuova, feconda, centralità. Innovatori insieme per necessità (non esiste una possibilità diversa all’esserlo, o almeno provarci) e per vocazione (è una nuova classe dirigente quella che si sta proponendo, almeno in alcune espressioni).

TRENTO DOMANI, PRATICAMENTE OGGI. Diversi amici padovani (qui Andrea Segre) hanno parlato e scritto di una sorta di “liberazione”, dello scacco dato alla politica della paura che aveva governato per anni la città. Analisi assolutamente condivisibile. Userei toni eccessivamente enfatici se dicessi che Trento attende un’azione liberatrice di equivalente portata. Non è così. Non credo di esagerare però dicendo che oggi la città in cui vivo da più di dieci anni vede le proprie energie più vitali bloccate o peggio escluse dai circuiti della produzione di valore sociale. Unita a questo elemento di difficoltà nel riconoscimento e nella valorizzazione delle forze più generative del tessuto sociale cittadino non si può non essere preoccupati di fronte a una sorta di lenta e costante omologazione del territorio trentino – non solo urbano, ma dell’intera dimensione provinciale – agli scenari circostanti. Ne ho già scritto qui, parlando di una pericolosa tendenza al conformismo che è quanto di più nocivo possa colpire una terra (e di conseguenza una città e le sue comunità) che dovrebbe legittimare la propria specialità sull’autogoverno e sulla capacità di coinvolgere i cittadini nell’azione responsabile di governance. Oggi, è una mia sensazione che trova conferma in una serie di conversazione avute negli ultimi mesi, il capitale sociale accumulato negli ultimi trent’anni in Trentino rischia di essere via via disperso perché non trova più luoghi all’interno dei quali sentirsi accolto, riconosciuto e messo a valore. Questo discorso vale per moltissimi settori. L’università e la ricerca, i giovani e la cultura, l’urbanistica e le professioni, il paesaggio e l’agricoltura, l’innovazione e il lavoro, la politica stessa. Un bel problema, non c’è che dire.
La città di Trento da questo punto di vista soffre in modo particolare, lì dove sembra essersi esaurita l’ultima spinta di una filiera politica (da Lorenzo Dellai a Alessandro Andreatta, passando per Alberto Pacher) che da metà anni ’90 ad oggi ha perseguito un disegno lineare di riqualificazione della città e di suo sviluppo. Molti lavori pubblici – che ne hanno cambiato il volto -, diverse scelte lungimiranti, qualche battuta a vuoto che ha lasciato sul terreno brutte cicatrici. E’ pero innegabile che oggi, con particolare riferimento alla legislatura in corso (una valutazione che si può tranquillamente estendere al Governo provinciale), si combinino due aspetti problematici per qualsiasi comunità. Da un lato, come accennavo poco fa, un generale sfarinamento del capitale sociale a ogni livello e dall’altro la mancata presenza di una classe dirigente adeguata a guidare e accompagnare la cittadinanza dentro la complessità del tempo che stiamo vivendo. Una composizione sociale stanca che produce una composizione politica stremata. Basso e alto, popolo ed elitè, accumunati dalla fatica con cui sembrano approcciare una fase storica che richiede invece freschezza, coraggio e curiosità, competenze specifiche e tensione all’innovazione, capacità di ascolto e di gestione dei conflitti emergenti, senso della mediazione possibile e ambizione alla radicalità necessaria. Tutte caratteristiche – e lo dico accompagnato da un certo grado di frustrazione – che non ritrovo facilmente guardandomi attorno e che mi fanno dire che da qui al 2019 (elezioni provinciali) e al 2020 (elezioni comunali) è auspicabile che avvenga qualcosa che – non solo in ottica elettorale, ma più profonda come spero di aver spiegato – non solo aggiusti o riformi l’offerta politica esistente ma la sfidi e provi a superarla, così come è avvenuto felicemente a Padova, e non solo.

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