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Appunti di lettura | 35.

In Ponti di vista on agosto 2, 2017 at 3:42 pm

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Leggere come strumento di comprensione dell’esistente e condizione necessaria per poterlo migliorare. In questa raccolta di articoli si parla molto di città, mescolando linguaggi e approcci, argomenti ed esperienze. Poi la tecnologia e le sue ricadute sulle nostre esistenze. Tema che dovrebbe far parte – seriamente – di un’agenda politica per il futuro, che troverete abbozzata negli Appunti di lettura numero 36. Buona lettura.

*La città, o meglio le città…

Yona Friedman | La città continente | Quodlibet
Nel 1974 qualcuno aveva già intuito i possibili sviluppi (anche positivi) delle trasformazioni urbane. L’emersione di città che si fanno – collegate tra loro – continente potrebbe essere un’evoluzione interessante per l’Europa. Friedman lo disse, in tempi non sospetti. “L’Europa, e più precisamente l’Unione Europea, sta assumendo l’aspetto della prima città-continente: una città che ricopre un intero continente senza invadere le zone agricole. I terreni agricoli fanno parte della città, ne occupano gli interstizi; l’agricoltura diventa urbana.

 La nascente città-continente rallenta il formarsi di nuove megalopoli: attualmente in Europa non sembra si stiano formando altre megalopoli, oltre a quelle che esistevano già prima della Seconda Guerra mondiale. Quelle che prima erano città medie, diventano grandi città; nient’altro. Questo sviluppo è radicalmente diverso da quello delle città delle due Americhe e del Terzo Mondo, in cui la formazione di nuove megalopoli è vertiginosa.”

Vittorio Gregotti |“L’architettura non interessa più a nessuno” | La Repubblica
Si chiude l’esperienza lavorativa di un grande architetto. Abbandonato lo studio non viene meno la sua curiosità nei confronti del progettare le città. E guardando ai colleghi più giovani dice: “Mi preoccupa il loro disorientamento. Vengono spinti a coltivare una pura professionalità, a saper corrispondere alle esigenze del committente, oppure ad avere una formazione figurativa stravagante e capace di essere attraente. È pericoloso l’abbandono del disegno a mano. Con il computer si è precisi, è vero, ma non si arriva all’essenza delle cose. I materiali dell’architettura non sono solo il cemento o il vetro. Sono anche i bisogni, le speranze e la conoscenza storica.”

Lorenzo Marsili | Saranno le città a salvare il mondo | Linkiesta
L’autore – animatore di Diem25 – mi sembra uno degli attivisti politici più attenti e puntuali. Del tema ho già abbondantemente parlato in questo blog. Le città come contesto privilegiato – in rete, oltre i confini nazionali – per fare fronte alle sfide del presente e del futuro. “Perché l’Europa ha bisogna di maggiore integrazione e il nuovo mondo che si apre davanti ai nostri occhi ha bisogno di un esempio di governo multipolare e cooperativo. È reale il rischio di un ritorno a un mondo anarchico dove “la vita dell’uomo è solitaria, povera e breve”. Ma la crisi della governance globale ed europea ci offre anche l’opportunità di andare oltre un modello che, in realtà, non ha mai veramente funzionato. Le città e l’Europa sono al centro di questa sfida. Ce la giochiamo in questi anni.”

Paola Bocci | Il futuro sta nelle periferie, anzi nelle poliferie | ArcipelagoMilano
Un approccio culturale alla riqualificazione urbano, lì dove quello esclusivamente tecnico non ottiene risultati adeguati (vedi precedente intervista a Gregotti). C’entra sempre Maurizio Carta. “Un mondo nuovo ha bisogno di parole nuove. Occorre sostituire il termine periferie, parola stretta, limitante e inadeguata per raccontare alcuni luoghi strategici del nostro territorio. Maurizio Carta dell’Università degli Studi di Palermo conia un neologismo efficace e denso di significato: poliferie, che richiama la capacità di questi luoghi di essere insieme generatori di molteciplità e di costruire città, urbanità e comunità (creato a partire dalla parole greche pólis ‘città’ e polýs ‘molto’ + phéro ‘portare’).” Dedicato soprattutto – nel merito e nel metodo – ad amministratori locali alle prese con spazi urbani da recuperare.

Maurizio Cilli | Periferia: perché non userò più questa parola | CheFare
Non solo una questione terminologica, come potrebbe sembrare a un primo sguardo. E’ invece un’operazione di ecologia del linguaggio che si riflette materialmente sul nostro modo di approcciarci alla lettura delle trasformazioni urbane, oggi estremamente rapide e profonde. “Nella povertà dei distinguo della periferia colonizzata politicamente, sopravvive nell’utilizzo del termine, una eco visibilmente fuori luogo. Bisogna quindi cancellare una parola per ri-fare spazio, obbligarci a guardare l’altrove privi di schematismi del linguaggio, spostare lo sguardo, osservare e camminare in prossimità delle cose, conoscerle sino alla natura del loro principio, abitarle per comprenderle. Pratiche cui non a caso, sulla scia delle teorie e sperimentazioni degli esercizi di promenadologia di Lucius Burckhardt, animarono in Italia, a partire dai primi anni novanta le azioni di alcuni collettivi indipendenti (come città svelata e Stalker) che tentavano di ricondurre alla sua primitiva aurora, l’origine del rapporto dell’uomo con il territorio che lo circonda, la misura dei propri limiti, la comprensione dei caratteri del proprio ambiente di vita e di acquisire consapevolezza nello sguardo alle cose.”

Francesco Lenzini | Nuove ritualità urbane. Le tribù glocali. | CheFare
Pratiche del conflitto che si riprendono pezzi di città. “La natura fluida della realtà post-moderna presuppone l’accettazione di una pluralità di linguaggi meta-comunicativi che agiscono simultaneamente. La tensione del mondo glocalizzato produce infatti una molteplicità di discorsi, codici e pratiche. Ciò non significa necessariamente che essi non siano ugualmente riconoscibili e comprensibili. In questo senso i processi di tematizzazione sottesi alle pratiche contemporanee costituiscono un buon esempio. Essi si pongono nella città come neologismi, prodotti di un confronto sempre più vasto e complesso.”

Niccolò LucarelliIl tema delle periferie visto da New York. Nuovo piano cittadino per le aree disagiate |Artribune
Si parla ancora di periferie a New York ma in questo caso è il contenuto del piano, con al centro il tema dell’inclusione, a fare la differenza. “Così il sindaco de Blasio ha espresso la sua determinazione a portare avanti il progetto: “Questa è una città di ricchezza culturale ineguagliabile che si esprime sui marciapiedi, nei negozi, nei parchi, come nei musei e nei teatri. Se vogliamo mantenere questo clima creativo, dobbiamo usare tutti gli strumenti possibili per garantire a tutti i cittadini pari opportunità di accesso alle opportunità culturali. CreateNYC è lo strumento giusto per farlo“.”

InfoAut | L’effetto contagio dei movimenti urbani. Intervista a David Harvey
“Al contempo non è che voglio romanticizzare, parlando troppo delle reti di città liberate o cose simili… Ma comunque su questo non bisogna sminuire. Voglio dire: l’insorgenza brasiliana è iniziata una settimana dopo quella di Gezi, e quello che mi ha colpito quando ho parlato con alcuni attivisti coinvolti in quella protesta è mi hanno detto: “Certo, stavamo guardando ciò che stava accadendo a Gezi!”. Insomma, l’“effetto contagio” può davvero essere molto forte e veloce.
Ora, la domanda difficile è: quale politica è possibile costruire su tutto ciò? Quale politica sta dietro a questi movimenti di sinistra? […] Ma il punto è che, per me, in questo momento c’è un’enorme alienazione della popolazione urbana, a causa di una sempre minor democrazia, sempre minor potere, il declino della qualità della vita, l’austerità e il taglio dei servizi sociali, un mercato immobiliare divenuto totalmente pazzo, fuori dal controllo e totalmente speculativo, coi prezzi che sono schizzati a livelli ridicoli… Abbiamo tutti questi temi ai quali vanno aggiunti il declino degli investimenti nell’educazione e tanti altri fattori… E i partiti non rispondono a questi temi, i governi sono guidati dai developer e dalla finanza… Ecco, credo davvero ci sia la possibilità che accada qualcosa di molto rapido per una trasformazione urbana.”

Franco Palazzi | Vite di scarto. Per una genealogia critica del rogo di Grenfell Tower | Effimera
A un mese di distanza ci siamo già dimenticati dell’incendio della Grenfell Tower? Eppure in quel disastro ci sono molti segnali delle criticità connesse alle diseguaglianze che restano rilevanti all’interno delle città trasformate in metropoli sempre più ingovernabili. Il pezzo che qui condivido ha il pregio di tenere insieme un racconto estremamente puntuale dei fatti (è da quella fotografia che si capisce quanto sia aguzzo il problema), un’analisi altrettanto precisa del contesto dentro il quale agiscono i fenomeni della gentrificazione e dell’esclusione sociale e una riflessione sul come le politiche pubbliche – presenti o assenti – impattino sulle comunità e sui loro sentimenti nei confronti della governance. “Al netto di quelle che saranno le conclusioni dell’inchiesta sui fatti di Grenfell e le responsabilità individuali da accertare, quanto avvenuto il 14 giugno affonda le radici nell’idea che ci siano delle vite di scarto, che la metropoli sia una giungla dove, come in una sorta di western distopico, soltanto alcuni possono star certi di sopravvivere. È questa la giuntura ideologica sulla quale focalizzare la rabbia, il postulato da mettere incessantemente in discussione per ripensare le implicazioni politiche della dimensione urbana. Tornano alla mente le parole di Henri Lefebvre: «‘Cambiamo la vita!’ ‘Cambiamo la società!’ Questi precetti non significano niente senza la produzione di uno spazio appropriato…nuove relazioni sociali richiedono un nuovo spazio, e viceversa».”

Collaboriamo.org | I nuovi luoghi del futuro: i city service hubs
La città di Milano sta lavorando intensamente sulla definizione di un modello (pratico più che teorico) di negozi di prossimità che sappiano anche essere punto di riferimento – oltre il commercio – dei quartieri e delle comunità. Qui uno spaccato (in attesa di Sharitaly 2017) su dove sono e come possono funzionare. “In particolare, stanno emergendo sperimentazioni, in cui rientrano alcuni degli esempi citati, di luoghi pensati per permettere contemporaneamente l’aggregazione di comunità di interessi e di pratica e la progettazione partecipata, in un’ottica di rigenerazione urbana e divulgazione di pratiche. Luoghi che nascono per iniziativa “ibrida” pubblico/privata e che intendono produrre valore pubblico (quindi per tutta la collettività) e favorire la conoscenza e l’adozione di pratiche sostenibili e di interesse condiviso. Luoghi che non solo solo fisici ma anche virtuali, perché nascono da o si corredano di piattaforme digitali.” Forse bisognerebbe pure trovare un nome in italiano per questi nuovi importanti protagonisti della vita urbana.

Giacomo Russo Spena e Steven Forti | La città come bene comune. Così Barcellona contrasta il regno di Airbnb | Micromega
Città, tecnologia, innovazione, economia. Il tutto miscelato dentro il frullatore di AirBnB e delle altre potenze della sharing economy. E poi il caso Barcellona che – da qualunque lato lo si guardi – è un caso interessantissimo di governo della città. La chiusa dell’articolo è molto netta, e meriterebbe un approfondimento per capire fino in fondo il caleidoscopio degli impatti (positivi e negativi) generati da AirBnB. “Quando parliamo di ridefinizione di città, non parliamo solo di urbanistica ma contrasto alle diseguaglianze sociali, di ambiente, di eco-architettura, di modelli di cogestione in antitesi a logiche di profitto di speculatori e establishment, parliamo di tutto questo. La città come bene comune. E se da un lato Airbnb è un servizio agevole, dall’altro va capito che è emblema di una politica urbana sbagliata e escludente. E se imparassimo da Ada Colau?”

Salvatore SettisLa piazza che diventa location è morta| Il Fatto Quotidiano
Sul comodino c’è anche il suo ultimo libro “Architettura e democrazia” (Einaudi, 2017). In questo editoriali il tema di fondo – di preoccupazione – è quello dell’utilizzo della piazza come palcoscenico della cultura e dell’intrattenimento (dei mille festival) piuttosto che come luogo della vita e della quotidianità. Trento ne sa qualcosa. “Il principio che governa questo degrado, in una cacofonia di rumori che appesta quartieri interi, è l’etica della location. Ma una piazza storica che venga intesa solo come location è già morta. L’idea stessa di location implica che la piazza di per sé non è nulla, non ha una funzione sua propria, a meno che non la si riempia di qualcos’altro, non importa se tornei sportivi, concerti rock, dibattiti culturali o cantanti d’opera. A pagamento, spesso, così la piazza “rende”; mentre la piazza storica, i nostri antenati non l’avevano capito, era uno sbaglio, uno spazio vuoto che di per sé non rende nulla.”

*L’ambiguità della tecnologia

Tiziano Bonini | Possono esistere delle nuove tecnologie conviviali?| Doppiozero
Nel 2017, in piena crisi da eccesso di comunicazione e tecnologia tornano utili le parole di Ivan Illich sugli strumenti conviviali: “Le persone hanno bisogno non solo di ottenere delle cose, ma anche della libertà di costruirsi le cose di cui hanno bisogno per vivere, di dargli forma a seconda dei propri gusti (…) Ho scelto il termine conviviale per designare l’opposto della produzione industriale. Intendo con questo tutte quelle relazioni creative e autonome che intercorrono tra gli individui e tra gli individui e il loro ambiente. Considero la convivialità come quella libertà individuale che si realizza nell’interdipendenza tra persone”. 

Frans Timmermans | Per un’internet dei valori | Sole24Ore
Quale strada dobbiamo scegliere per le tecnologie che sono entrate nelle nostre vite? Come dobbiamo orientare l’innovazione per renderla desiderabile e non distopica. “Io credo che sapranno muoversi verso il futuro con grandi speranze, abbracciando i fenomeni di “disruption” ma tenendo presente anche le parole di una delle più grandi menti del nostro tempo, Albert Einstein, che osservò: “La preoccupazione per l’uomo e il suo destino deve sempre essere il principale interesse di ogni sforzo tecnico. Non dimenticare mai questo in mezzo ai tuoi diagrammi e alle tue equazioni.”

Derrick De Kerckhove | Soffriamo di “amnesia digitale” da uso eccessivo di Google e smartphone | La Stampa
Se la domanda che Tiziano Bonini si poneva era relativa alla possibilità di immaginare tecnologie “conviviali” Derrick De Kerckhove rinnova la sua visione, pessimista ma necessaria. Un punto di partenza – non certo tranquillizzante – da cui muoversi, online come offline. “Platone non aveva capito che il mettere in comune tanti ricordi individuali, fossero essi conoscenze, storie, miti o altre finzioni, avrebbe fatto crescere molto più velocemente il patrimonio scientifico, politico, economico e sociale di tutti. Così è successo, per arrivare fino a noi, al digitale, quando la tendenza a esportare il contenuto della nostra mente ha raggiunto la rete e le banche dati. Portando lì la nostra memoria a lungo termine, spostando testi, letture, immagini, video, percorsi, sul telefonino e fuori della testa, ancora una volta liberiamo le nostre menti, per innovare in nuove direzioni grazie all’accesso a tutta la conoscenza del mondo. Bene o male, non possiamo tornare indietro. Meglio sapere come andare avanti. 

*Un argomento a parte: Roger Federer

Emanuele Atturo | Il tennis impossibile di Federer | L’Ultimo Uomo
“Il modo in cui è girato attorno al proprio decadimento fisico, giocando un tennis sempre più mentale, ha qualcosa di misterioso. In un’epoca in cui siamo abituati a sportivi che hanno costruito il proprio dominio su un’atletismo fuori scala, che ha la banalità delle cose troppo evidenti, le vittorie di Federer hanno un’aura ancora più spirituale.Quando ci si riferisce a lui si usano termini che hanno a che fare con le emanazioni di un potere divino – “Il Re”, “Il Maestro” – ed è forse l’unico sportivo a cui si è stati costretti a dedicare una categoria filosofica per descriverne il talento.”

*immagine di Evren Kemer (via Photographize)

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