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Appunti di lettura | 36.

In Libri con le orecchie..., Ponti di vista on agosto 22, 2017 at 9:11 pm

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Odio le vacanze. Da sempre soffro queste parentesi che sanciscono – nell’idea più diffusa e, a mio modo di vedere, decisamente sbagliata – il momento del relax salvifico all’interno della lineare gestione del tempo lavorativo e, più in generale, di quello della nostra esistenza. Fatico a credere nella possibilità di gestire la vita attraverso un interruttore che ha solo due posizioni: on e off. In questi giorni d’agosto – un po’ al mare e un po’ in montagna – non riesco a smettere di pensare a ciò che, una volta tornato a Trento, mi piacerebbe provare a fare nei campi che ormai da tempo attirano la mia attenzione: il (mio) lavoro, la politica, l’innovazione.
Non mancano gli spunti di interesse che meriterebbero ognuno un approfondimento specifico che per il momento non ho il tempo di affrontare. Intanto quindi procedo con la produzione di un paio di – qui sotto la prima – raccolte di articoli che condivido con i lettori di questo blog.

*Un’agenda politica possibile e necessaria

Redazione | Governare il caos | Rena
La mia Summer School preferita. Sfortunatamente la salterò, ma per governare il caos certo non sarà sufficiente stare insieme un fine settimana di agosto. Dovremo volerci più bene, stare più vicini, parlare di più e scrivere piani ambiziosi per il futuro. “Hanno mentito. Hanno mentito quando ci hanno detto che i percorsi scolastici ci avrebbero insegnato a semplificare la complessità del mondo, quando ci hanno detto di scegliere una scorciatoia semplice, di non sprecare il nostro futuro negli sport, nelle arti o nelle passioni. Quando ci hanno mostrato storie “ordinarie” di scalabilità e successo.
Hanno bluffato, consegnandoci il caos. Il mondo (là fuori, ma anche qui dentro) è pieno di problemi profondi e risolverli richiede approcci tutt’altro che superficiali. Troppo spesso, si tenta di risolvere le criticità con lo stesso pensiero che ha portato a generarle. Un modo davvero inefficace di affrontare la realtà. Un compromesso con il declino.”

Graziano Graziani | Noi non ci saremo. Divagazioni sulla fine del mondo | Minima & Moralia
Il punto uno dell’agenda non può che essere quello ambientale, non tanto per la difesa del pianeta (una condizione necessaria) ma per garantirci una possibilità di futuro, uno spazio di azione che giorno dopo giorno si sta sempre più restringendo. “Si può discutere a lungo se la prospettiva proposta da Danowski e Viveiros de Castro sia eccessiva oppure no. Di certo anche gli scienziati più accorti, dopo che gli Stati Uniti si sono ritirati dagli accordi di Parigi, si sono detti preoccupati della possibile crescita esponenziale del surriscaldamento globale che comporterebbe tale decisione, e delle conseguenze quasi sicuramente irreversibili. Per qualcuno il punto di non ritorno sarebbe già stato superato e all’umanità non resterebbero che una manciata di generazioni prima di sprofondare in quel nulla dove nessun essere senziente potrà ricordare che esse è esistita (per Stephen Hawking resterebbero appena 100 anni).  La prospettiva dell’apocalisse a questo punto sta diventando davvero un problema di visione politica, e la capacità di evitarla un tema di immaginazione economica, cioè di uno scarto immaginativo che sia in grado di spostare il percorso dell’umanità su binari diversi da quelli tracciati dal capitalismo odierno. Ammesso che si faccia ancora in tempo. E mentre noi ne dibattiamo su libri e riviste, sarebbe il caso che qualcuno avvertisse anche Donald Trump.”

Christian Raimo | La mia generazione | Minima & Moralia
Il tema del ruolo della mia generazione, e di quella precedente, nella definizione delle caratteristiche di una necessaria rivoluzione – che da troppo rimandiamo – sarà assolutamente centrale. E’ compito nostro trovare il modo di politicizzare le nostre biografie personali, garantedoci uno spazio collettivo di pensiero e azione. “Per questo mi piacerebbe che – indipendentemente da come andranno le cose sulle prime pagine dei giornali, nelle discussioni parlamentari o magari alle prossime elezioni – facessimo un piccolo esercizio di consapevolezza, riconoscendo che c’è un’emergenza molto grave qui in Italia, e che se si vuole fare politica bisognerebbe dedicarsi anima e corpo a una sorta di New Deal culturale: un progetto di alfabetizzazione culturale su larga scala. Scuole di strada, recupero dell’abbandono scolastico, volontariato, banche del tempo, militanza intellettuale… Invece di fuggire – a Berlino!, a Londra!, a Toronto! – invece di la- sciare questo paese infame in cui scuola e università sono state disintegrate, in cui la cultura del lavoro è vaporizzata, in cui c’è il più alto tasso di dipendenza dalla televisione d’Europa (89%, dati Censis), assumiamoci un compito.”

Luca De Biase |Il lavoro del futuro | blog.debiase.com
La questione lavoro, e tutto quello che ci gira intorno, resterà centrale per diverso tempo. Non potrebbe essere altrimenti, lì dove i dati sulla disoccupazione giovanile (e non solo) continuano a segnalare un problema e sembrano ancora mancare strumenti di interpretazione sufficientemente efficaci per affrontare un cambio di fase radicale, segnato dal protagonismo crescente della tecnologia e dal tentativo di affermarsi di nuovi modelli di welfare. “Insomma. Il futuro è un po’ il frutto di una narrazione sul futuro che guida le azioni presenti verso le loro conseguenze. E una visione del futuro può essere basata su pregiudizi oppure discendere da riflessioni intorno ai fatti e ai meccanismi logici che uniscono i fatti come puntini nei quali occorre riconoscere una forma. Sarebbe importante, per condurre una ricerca sul lavoro del futuro, conoscere le esperienze di chi vuole condividerle allo scopo di migliorare quella visione di cui stiamo parlando. E nei commenti a questo post ci sarebbe lo spazio per farlo. Quei commenti saranno ripresi per essere pubblicati nelle lettere al Sole 24 Ore e per servire alla ricerca sul lavoro del futuro.”

Paolo Vacchina |Valore lavoro| Benecomune.net
Qualche spunto su dove andrà il lavoro li trovate qui. Partendo da una lista – non breve – di domande su cui confrontarsi. “Quali trasformazioni stanno interessando il mondo del lavoro sulla spinta di processi come industry 4.0 e la Gig economy? Cosa distingue questi due processi? Queste trasformazioni quali conseguenze avranno sui lavoratori, anche in termini occupazionali, e sui lavori? Nasceranno nuovi lavori e nuove figure professionali? Quali settori saranno interessati da queste trasformazioni? Il terzo settore avrà nuove opportunità derivanti da queste trasformazioni? Quali opportunità si potranno generare nel nostro Paese? Le aree più in difficoltà e deindustrializzate potranno avere nuove opportunità? La qualità del lavoro aumenterà? Sarà possibile tutelare i lavoratori? Quali forme di tutela si dovranno mettere in campo? Quale ruolo sarà chiamato a svolgere il sindacato? Ed ancora: il lavoro 4.0 che questioni antropologiche sta aprendo?”

Emmanuele CurtiNuovi spazi di cittadinanza in una torrida estate | CheFare
Non cambia solo il lavoro, ma anche l’approccio alla cittadinanza. Sotto la spinta dei flussi migratori – che ci ostiniamo a trattare come emergenza e proviamo a interrompere come faremmo con la fornitura di elettricità del nostro appartamento – si modifica il rapporto tra Stato e cittadini, tra Stato e dimensione globale. Fatichiamo a fare passi in avanti. La discussione (spesso truce) arranca. “Ripensiamoci, in questa torrida estate, per dare avvio ad nuovo anno politico, per un nuovo stato dei luoghi che sappia rideclinare (e ricombinare) la relazione con il concetto di cittadinanza: in qualsiasi flusso migratorio – fisico e mentale – siamo coinvolti, capiamo, una volta per tutte, come creare e strutturare gli spazi di bene comune, di incrocio del nostro ri-essere comunità.Per immaginarci mappe da cliccare che sappiano essere circuiti attivi, e non sensi unici dentro corridoi dalle stanche pareti.”

Roberto Gelini | Montagne in movimento | Alfabeta
Se l’obiettivo finale è quello di rideclinare le forme del vivere insieme (la parola d’ordine è comunità, con tutte le ambiguità che si porta appresso) il campo di lavoro è  quello del territorio. La montagna in particolare oggi ha bisogno di visioni lunghe, di approcci al futuro che sappiano aggregare passioni, competenze, progetti di vita. “Quello che però accade da qualche lustro sulle Alpi occidentali non ha più alcunché di prettamente religioso o politico, o almeno, non solo: si tratta in effetti di qualcosa di esistenziale ed economico al contempo, di etico ed estetico, politico e poetico, religioso e sacro, che si traduce, secondo le varie declinazioni e interpretazioni, in un no secco ma sentito alla smisurata omologazione in corso (culturale ovviamente ed economico-finanziaria, ma anche ludica, agonistica, turistica, ecologica…), per un più critico confronto costruttivo – razionale e sentimentale – a misura d’uomo. Perché una delle costanti esistenziali di ciascuna delle storie qui raccolte pare la contrapposizione tra un modello “industriale” (sempre più drammaticamente multinazionale), impositivo imbonitore e incomunicante, e un modello squisitamente correlato ai luoghi precipui, alle persone con cui si ha a che fare, comunicante.”

Compagnia di San Paolo |L’innovazione sociale passa dalla cultura | Open Magazine
Pier Luigi Sacco assumerà tra pochi mesi un ruolo particolarmente importante all’interno della FBK (sarà nuovo direttore dell’IRVAPP). Trovo sempre puntuale il suo sguardo sulle politiche pubbliche, intese come punto di contatto tra le azioni che dall’alto e dal basso determinano il movimento del contesto sociale e culturale dentro il quale viviamo. La valutazione di questa politiche e la loro migliore organizzazione sarà un altro degli argomenti forti del prossimo futuro. “Fare innovazione sociale significa programmare determinati modelli di interazione che producano nuove possibilità. Questo può avvenire attraverso tante modalità diverse, tra cui la cultura. In Italia oggi molta della più interessante innovazione sociale è mediata da forme di produzione culturale. Un esempio ormai quasi proverbiale è il Farm Cultural Park di Favara, in provincia di Agrigento, dove si fa leva sulla partecipazione creativa di fasce di popolazione che in passato, su quel territorio e secondo quei modelli di interazione, non erano mai state coinvolte. La cultura funziona molto bene perché ha a che fare con la produzione di significato, che si lega in modo quasi naturale con l’idea di innovazione sociale. Ed è particolarmente efficace quando non punta a forme tradizionali – quelle che richiedono da un lato un produttore e dall’altro il pubblico – ma a situazioni in cui i ruoli si mescolano e dove la produzione di significato avviene in modo collettivo.”

– questo spazio di raccolta e condivisione rimarrà aperto, utile a definire i contorni di una proposta politica di cui percepisco l’urgenza –

*Le questioni aperte, nel tempo accelerato…

TECNOLOGIA

Fabio Chiusi | “Io, censurato da Facebook per la satira sui razzisti. Ma i veri razzisti non vengono puniti” | L’Espresso
Fabio Chiusi è certamente uno dei più appuntiti osservatori del mondo del web e tra i pochi – glielo si deve riconoscere – che riesce ad argomentare il maniera costante e approfondita le sue preoccupazioni sulla traiettoria che internet, e con esso la tecnologia applicata, sta assumendo. “La vera domanda, tuttavia, resta: per quale motivo due miliardi — due miliardi — di persone nel globo accettano ogni singolo giorno che la lingua del dicibile si riduca alla sfera del computabile dai meccanismi, opachi e tragicamente insufficienti, di moderazione di Facebook? Come è possibile che due miliardi, due, di persone si esercitino ogni singolo giorno in questa palestra di accettazione della censura? Perché di questo si tratta: Facebook non è, come vorrebbe il suo fondatore, un luogo per dare una voce a chiunque, consentire a tutti di condividere qualunque cosa desiderino, né tantomeno col fine di creare senso di comunità e scopo personale, o addirittura cambiare il mondo un “mi piace” alla volta. Facebook è l’introiezione di un comando arbitrario e incontrollabile, l’interiorizzazione dell’idea che la censura possa colpire in qualunque momento, per qualunque contenuto, e non ci sia alcun sostanziale mezzo per mettervisi al riparo — a meno che Facebook stesso scelga, per motivi altrettanto imperscrutabili, di pentirsi.”

John Thornhill |Perché Facebook dovrebbe pagarci un salario minimo | Il Sole 24 Ore
Proposta affascinante eppure incredibilmente pericolosa. Dare per scontato – come in parte già è – che i nostri dati siano completamente a disposizione di Facebook significa accettare l’attuale condizione del mondo, cercando di estrarne un pezzetto di valore economico, in forma di welfare di nuova generazione con Facebook come protagonista. Basterà? E’ davvero questa la questione principale? “L’asset di maggior valore che possiede Facebook sono le informazioni che i suoi stessi utenti, spesso inconsapevolmente, cedono gratis prima di essere letteralmente venduti ai pubblicitari. Sembra più che giusto, quindi, che Facebook dia un maggiore contributo alla società, visto che trae profitto da questa risorsa di enorme valore generata dalla collettività.
Gli azionisti di Facebook disprezzerebbero questa idea, ma fin dai primi anni della nascita della sua società Zuckerberg ha sempre affermato che il suo scopo nella vita è quello di fare la differenza, e non quello di limitarsi a fondare un’azienda. Oltre a ciò, un simile gesto filantropico potrebbe rivelarsi anche il colpo grosso del secolo per il marketing. Gli utenti di Facebook potrebbero continuare a scambiarsi foto di gattini sapendo che ogni singolo click li fa contribuire a un bene sociale superiore. Uno scambio così – informazioni contro reddito di base – è semplice e chiaro, e dovrebbe riscuotere grande successo tra chi lavora nella Silicon Valley alla ricerca di soluzioni. Molti imprenditori del mondo hi-tech nutrono diffidenza nei confronti degli interventi dello stato, ma non c’è una regola che prescriva che soltanto i governi possono adoperarsi per la ridistribuzione della ricchezza. «Dovremmo esplorare idee come il reddito universale di base per dare a tutti una sponda di sicurezza per cimentarsi in cose nuove», ha detto Zuckerberg ad Harvard nel suo discorso per la consegna dei diplomi di laurea a maggio. Hai ragione, Mark. Dai, fai tu un tentativo.”

Ilaria Caielli |Il boom delle auto elettriche sconvolgerà il mercato dei minerali rari | Wired
Elon Musk mi sta simpatico. Il modello Tesla (anche le auto che produce…) è affascinante. Ma come ogni rivoluzione tecnologica non mancano le contraddizioni. Dove troveremo le materie prime per produrre le batterie delle auto elettriche? In che maniera gestiremo quello che sarà un nuovo grande settore di interesse economico? Questioni geopolitiche ed economiche che dovranno andare di pari passo alla necessaria transizione ecologica che Tesla sembra guidare con successo e sorprendente rapidità. “Argentina, Cile e Bolivia detengono il 75% della produzione mondiale di litio la cui quotazione è aumentata dell’80% dal 2016, secondo gli analisti di Deutsche Bank, la domanda dalle 184,000 tonnellate estratte nel 2015 salirà a 534,000 nel 2025. Il 65% della graffite viene estratta in Cina, dove le condizioni di lavoro e ambientali sollevano serie questioni etiche. Il prezzo del cobalto – ingrediente chiave nelle batterie di iPhone e auto Tesla – negli ultimi mesi è aumentato stabilmente del 70%, con un picco di 61.000 dollari a tonnellata raggiunto agli inizi di luglio. Difficile da estrarre, il minerale viene prodotto per il 65% a livello globale dalla repubblica Democratica del Congo, un paese molto instabile politicamente e con il quale i rapporti commerciali sono costantemente messi a rischio da una classe dirigente altamente corrotta. Secondo un rapporto dell’Unicef pubblicato nel 2014, oltre 40.000 bambini sarebbero sfruttati nelle miniere a sud del Congo molti dei quali per l’estrazione di cobalto. Lo scorso anno, la notizia relativa a pratiche di sfruttamento del lavoro minorile nelle miniere africane diffusa dal Washington Post, ha portato Apple a sospendere i rapporti con alcuni produttori locali.”

INNOVAZIONE SOCIALE

Luca Deias | Studio Superfluo. Il design veicolo dell’innovazione sociale. | Città dell’arte Jounal
Cose belle – fatte da amici – che mi piacerebbe portare anche a Trento, magari incrociando i percorsi con Camposaz. Il design applicato, che diventa pratica del progettare e costruire insieme. “Grazie a queste esperienze  – conclude Daniele Bucci – abbiamo capito che è fondamentale riuscire a intervenire costruttivamente nel contesto e attraverso le relazioni. Tutti i progetti sono stati realizzati grazie a una rete di attori che operavano nel territorio in modo sinergico. Per concretizzare un’idea innovativa è quindi importante abbandonare l’ego del designer per muoversi verso gli ingredienti che sono realmente necessari per il contesto”.

Maurizio Busacca | Innovazione sociale: un lunghissimo ultimo miglio? | CheFare
Maurizio Busacca provoca e fa bene, descrivendo un campionario di imprese (sociali e non) con il quale avere a che fare per capire come si sta riformando il mondo del Terzo Settore. Alla fine propone – e fa di nuovo bene – una sfida cooperativa per i vari interpreti del sociale e culturale innovativo.
“Alcune pratiche locali ci suggeriscono una strategia alternativa. Poche a dir la verità, ma si ha l’impressione che siano in crescita. Medio-grandi imprese scarsamente innovative che entrano in partnership con piccole imprese socialmente innovative promuovendo forme efficaci di complementarietà tra la dotazione di capitali di varia natura, capacità innovativa e competenze ibride. Questa strategia permette di percorrere con più strumenti quell’ultimo miglio, affrontando il paradosso cruciale delle forme emergenti di economia social: la presenza di sempre più imprese che dichiarano di avere nello sharing il loro principio di regolazione e l’attuale incapacità da parte dell’impresa sociale di rintracciare nella sua origine e storia un elemento di potenziale vantaggio competitivo. La strategia adottata da questi pionieri potrebbe quindi alimentare l’evoluzione del comparto dall’innovazione sociale intesa come costrutto a una nuova imprenditorialità sociale vista come opportunità per generare processi di cambiamento all’interno delle imprese e nella società.”

Richard Florida | Tutti gli errori di Richard Florida, secondo Richard Florida | CheFare
Scusate, mi sono sbagliato. Questo sembra dire Richard Florida. Ed é un duro colpo per tutti coloro – e non sono pochi – che hanno accolto la sua idea (quella della riqualificazione urbana attraverso lo sviluppo di attività ad alto contenuto creativo/culturale) come una rivoluzione nell’approccio allo spazio urbano. Oggi lui stesso si accorge che lì dove non si mette in dubbio alla radice il modello economico – estrattivo e escludente per necessità costitutiva – anche l’intervento creativo viene sussunto dal capitale, generando a cascata effetti negativi sulla composizione sociale e sul grado di giustizia sociale della città.
“In 1979, Pierre Bourdieu wrote that the consumption and production of art gave the upper middle classes a “dream of social flying,” a feeling that their tastes and beliefs were somehow untethered from their objective class positions. The creative classes of major western cities were better at this than anyone. Over the last decade, Florida has been beating a retreat away from some of his early optimism. As early as 2005 he described the “externalities” of the rise of the creative classes — namely, they brought dizzying levels of income inequality into every city that they’ve inhabited. As his work evolved, the “creative economy” has ceased to be a goal and instead become an unstoppable force, something that governments need to be tame rather than encourage.”

 

PICCOLE GRANDI COSE (campionario disordinato di appunti di viaggio)

Marco Dotti | L’arte di indugiare per riconquistare il tempo | Vita
La questione tempo. La produzione di Byung-Chul Han è estremamente ricca e – libro dopo libro – ci aiuta a dipanare la matassa delle trasformazioni sociali che attraversano quest’epoca. “Per il filosofo coreano, docente all’Universität der Künste di Berlino, deriva proprio da questo sconquasso: un tempo disorientato e fuori di sesto subisce la discronia non come effetto dell’accelerazione, ma come conseguenza dell’atomizzazione e della parcellizzazione anche di quegli atomi di tempo.” Io continuo a subire l’accelerazione, ma capisco la precisazione. “Il tempo diventa calcolo, misura. Diventa puntualità senza indugio (come in Max Engammare, L’ordine del tempo. L’invenzione della puntualità nel XVI secolo, Claudiana). Accelerazione infinita verso un tempo-reale che consuma lo spazio, trasforma lo sguardo, tratta le cose non come tracce, segni sui quali indugiare, ma come elementi oltre i quali scivolare in un gorgo senza fine.”

Cristina Uguccioni | Cardini: l’Islam non è una minaccia | La Stampa
Il difficile incontro con l’altro. Franco Cardini, a pochi giorni dall’attentato di Barcellona, mette qualche paletto utile a capire i contorni dell’incontro/scontro con l’Islam. “A mio giudizio nella nostra epoca il vero nemico da battere non è l’Islam (che oggi è realtà polimorfa e in cammino per superare alcune contraddizioni) e neppure la sua tragica e brutale deformazione, il fondamentalismo islamico (che, ovviamente, va contrastato). Il vero nemico, il verme che sta corrompendo la terra è l’ingiusta ripartizione delle ricchezze del pianeta, l’assurdo, osceno squilibrio di una umanità divisa tra pochi ricchi e una sterminata moltitudine di poveri. Papa Francesco non perde occasione di ricordarcelo: l’Enciclica Laudato si’, sotto questo profilo, è esemplare. La nostra economia uccide e occorre perseguire la giustizia, che non consiste solo in una equa distribuzione delle risorse ma passa attraverso un mutamento radicale di valori e stili di vita. E, aggiungo, attraverso, ad esempio, il rispetto del diritto internazionale».” 

Marco Salomon | Chi ama i libri deve andare in Val Maira e visitare questa folle biblioteca | Gli Stati Generali
I libri e i sogni da realizzare, presto. “Entrando nella biblioteca di Padre Sergio viene subito in mente la biblioteca – labirinto del monastero raccontato da Umberto Eco ne Il nome della rosa, che lo descrive come sperduto tra le montagne dell’Italia Settentrionale. E di ordine benedettino, medesimo ordine a cui apparteneva Padre Sergio. E non è certo un caso che Umberto Eco conoscesse bene la biblioteca di Marmora e ne fosse un sostenitore. Al collezionare libri penso si adatti bene ciò che Italo Calvino diceva dello scrivere: “Scrivo perché scrivere non serve a nulla, e mentre scrivo penso che serva a tutto”

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