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Appunti di lettura | 37.

In Libri con le orecchie..., Ponti di vista on settembre 6, 2017 at 8:34 am

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L’alta marea della pausa estiva si ritira e apparentemente – come se luglio e agosto non avessero portato in superficie nulla di nuovo e di rilevante – si torna ai ritmi standard, nella vita come nella politica. Ritmi che facilmente rischiano di assumere la forma della routine (pur ipervelocizzata), di stanca abitudine (segnata da continue “emergenze”), di coazione a ripetere che porta a preservare lo status quo, pur nell’ambizione di agire (o forse solo invocare) il cambiamento, o almeno la sua sbiadita rappresentazione retorica.

Nel prossimo articolo che pubblicherò su Pontidivista – in lavorazione – proverò a concentrarmi sulle caratteristiche che dovrebbe avere una proposta politica capace di raccogliere l’urgenza e la radicalità di trasformazione dell’esistente che si scorge dentro le pieghe dei temi che (le migrazioni, l’ambiente e le crisi a esso connesse, la tecnologia e l’innovazione, il lavoro e l’economia, i limiti della convivenza e della democrazie) con consapevolezza insufficiente ci troviamo ad affrontare – in modo spesso troppo superficiale e frettoloso – ogni giorno. In questa raccolta di articoli spero si possano trovare utili contenuti per chiarirsi almeno sullo stato dell’arte, premessa necessaria ai passi da compiere in un territorio che per molti versi appare ignoto, non ancora esplorato.
Che sta succedendo? L’urgenza di capire meglio.

Michele Kettmajer | Un partito aumentato | Nova
Non solo un partito che rappresenta (e già sarebbe un gran passo in avanti) ma che abilita i cittadini al raggiungimento e alla cura del bene comune. A mio modo di vedere – ci sto ragionando – c’è oggi bisogno di un movimento, di un’aggregazione ampia e aperta, di pensiero e di azione, che sappia interpretare la traiettoria necessariamente cosmopolita e plurale del prossimo futuro. “La complessità che un nuovo soggetto politico deve affrontare è quella di far convivere e valorizzare una moltitudine di diversità culturali. Rispetto delle diversità e aggregazione. Il soggetto politico deve essere un feed per la società civile. Il feed è stato fondamentale nel mondo del Web per rendere i contenuti disponibili a tutti, per dare un senso di bene comune. Deve riuscire a identificare i soggetti portatori degli stessi sentimenti comuni e aumentarli. Deve provvedere e accompagnare questi soggetti collegandoli come scrive Rawls proponendo loro delle legature cioè progetti e valori condivisi per ricostruire lo spazio pubblico.”

Naom Chomsky | Fare il cambiamento. L’anarchia come filosofia sociale | CheFare
L’anarchia non come teoria del caos, ma come ipotesi filosofica della libertà e di un nuovo modello dal basso. Uno stimolo per provare a scrivere qualcosa per il bando della Fondazione Feltrinelli. “Ciò che secondo me dovrebbe spingere una persona a lavorare per il cambiamento sono certi princìpi che vorrebbe vedere realizzati. Può non sapere in dettaglio – nessuno di noi lo sa, credo – come possono essere messi in pratica questi princìpi in un sistema complesso come una società umana. Ma non credo che sia un problema: ciò che fai è sostenere i princìpi. Alcuni potrebbero definire “riformismo” questo atteggiamento, ma è un modo per sminuirlo: le riforme possono essere rivoluzionarie quando vanno in una determinata direzione. E per andare in quella direzione non c’è bisogno di sapere precisamente come funzionerà la società futura, ma è sufficiente avere ben chiari i princìpi che questa dovrà realizzare. Quanto ai modi per farlo, penso che possiamo immaginarne molti. […]”

Antonio Lucci | Byung-Chul Han e il tempo dell’ascolto | Doppiozero
Certamente uno dei filosofi contemporanei più interessanti affronta un tema centrale nella definizione dei punti di crisi della società che abitiamo. “L’Altro era ciò che ci metteva in difficoltà, che creava la realtà (per Han positiva) del conflitto, che – in maniera hegeliana, quindi costruttivamente – ci “negava”. Questo Altro è diventato, nel mondo neoliberale contemporaneo, il “diverso”, colui che è inaffrontabile in quanto tale, intoccabile nel suo mantello di retorica integrazionista perbenista, e quindi – paradossalmente – è diventato un prodotto (mediatico), un’altra faccia del mio “io”, un Identico, un Uguale. Così, diventando “diverso” l’Altro perde il suo potere provocativo, e viene assimilato, reso uguale all’Io. Questa assimilazione, il rifrangersi dell’io nello specchio della diversità senza alterità, è per Han una perdita della distanza, valore costitutivo del rapporto con l’Altro. L’Altro mi provoca, infatti, mi provoca al pensiero, all’amore, all’odio, al dolore, alla riflessione, all’angoscia, solo in quanto è non-io, in quanto mantiene sempre, anche (e soprattutto) nella vicinanza, le tracce di una lontananza irriducibile, radicale.” A questa tesi corrisponde il tentativo di descrivere anche un possibile moto alternativo: «La rumorosa società della stanchezza è sorda. La società a venire potrebbe invece chiamarsi una società dell’ascolto e dell’attenzione. Oggi è necessaria una rivoluzione del tempo che dia inizio a un tipo di tempo completamente diverso. Si tratta di scoprire il nuovo tempo dell’Altro».

Lorenzo Zamponi | Partecipare e lavorare al tempo delle reti sociali immateriali | Fondazione Feltrinelli
Due questioni – dimensione spaziale e temporale, diverse dalla “normalità” – che ritornano nelle cose che sto scrivendo. “Il valore della protesta si basa sulla rottura della quotidianità, sull’uscita dalla routine ricavando tempi e spazi di costruzione di una realtà diversa. In uno sciopero non si interrompe solo la produzione per danneggiare la controparte, si interrompe anche il lavoro per liberare temporaneamente il lavoratore e dargli la possibilità di parlare con i suoi compagni, di discutere, di organizzarsi, di vivere in un tempo e uno spazio diversi da quelli della produzione. Le grandi assemblee di piazza di questi anni, come nel recente esempio francese della Nuit Debout, sono anche e soprattutto questo: la creazione e la condivisione di uno spazio e di un tempo diversi da quelli della quotidianità, in cui a essere prevalente non è la dimensione produttiva dell’individuo ma quella relazionale. Non a caso sia gli spazi pubblici, con i dispositivi securitari, sia i tempi di libertà dal lavoro, con le aperture festive e il lavoro digitale, sono sotto attacco: perché è negli spazi e nei tempi in cui le persone sono libere di condividere, invece che di competere, che si costruisce il cambiamento.”

Giuseppe Anzani | Tragico lutto e caccia agli untori | Avvenire 
Un fatto di cronaca – l’ennesimo – sul quale si scatena l’odio. In tanti accarezzano questo pericoloso sentimento e ne aiutano la crescita. In pochi provano a circoscriverne gli effetti sulla nostra quotidianità. “Da noi un contagio “autoctono” (cioè originato in Italia) può accadere a chi risiede in zone aeroportuali, se qualche zanzara resta tra i vestiti o nelle valigie, e punge prima di morire; oppure per contagio da sangue infetto a sangue sano, evento anche questo ordinariamente evitabile. Si accenna l’ipotesi che il contagio sia avvenuto in ospedale, e gli interrogativi irrompono e ci scuotono sui rischi durevoli e generici che le statistiche assegnano alle infezioni nosocomiali; ma per ogni certezza dobbiamo ancora attendere. Questa attesa non è senza ansia. L’accompagna l’immagine di quel volto, nella fissità della morte che è il peso dell’assurdo, come accade per ogni dolore innocente che precipita dentro la vita. Ma a sciogliere l’enigma non giova caricare il cuore di ostilità verso chi porta solo il fardello d’un altro dolore innocente e farne fantasma globale d’un male colpevole d’ogni male che accada. Questa è ancora malaria, l’altra malaria: quando il plasmodio dell’odio ti è entrato nell’anima.”

Segnali (???)
Piccolo campionario – non completo – di fenomeni che propongono spunti per definire le traiettorie possibili del cambiamento.

David Bollier | To Find Alternatives to Capitalism, Think Small | The Nation 
In piena epoca Trump l’imperativo per il Partito Democratico americano è quello di costruire un’alternativa credibile. Non è una necessità che si ferma agli USA ma interroga l’intero pianeta, alla ricerca di un modello più adeguato alle sfide del futuro. Un modello che secondo David Bollier non può che muoversi dal riconoscimento della centralità della dimensione locale. Il “piccolo” è inteso come una scala più maneggevole del globale – che non viene negato – per produrre innovazione sufficientemente radicale e diffusa. “Attempting to move beyond neoliberal capitalism may sound naive. But over the past two decades, some remarkable progress has already been made. Besides a range of relocalization strategies, a new sector of commons-based peer production has revolutionized software development, scientific research, academic publishing, education, and other fields by making their outputs legally and technically shareable. In the halls of government, however, policy-makers and even progressives show little interest in the profound political and economic implications of free and open-source software, Creative Commons licenses, citizen science, data commons, open educational resources, and open design and hardware.”

Ugo Morelli | Esercita il dubbio e stai a vedere cosa offre il caso | Doppiozero
Ugo Morelli mi “costringe” a tornare sul recente saggio di Amitav Ghosh. Un testo di grande ispirazione, che merita una lettura attenta e una condivisione ampia. Per interrogarci sui cambiamenti climatici ma per una complessiva messa in discussione delle nostre più sedimentate abitudini, in nome di una discontinuità quanto mai urgente. “Mettere fuori la testa dall’appartenenza tacita, emergere dalla forza dell’abitudine, cambiare idea e punto di vista, modificare comportamenti, è particolarmente difficile per noi. Sul clima, la crisi delle risorse e la vivibilità continuiamo a sottovalutare il problema e la natura chiede il conto. Per cambiare ci vogliono, di solito, spiazzamenti particolari e non è detto che funzioni. Il cambiamento è prima di tutto “impensabile”, quando siamo immersi in un equilibrio che ci pare naturale e immodificabile. Come scrive Ghosh, ci accorgiamo della nostra immersione tacita e conformista nella realtà, quando viviamo momenti in cui qualcosa che sembrava inanimato mostra di essere ben vivo, addirittura pericolosamente vivo.”

Diletta Perlangeli | Con Internet è andato tutto storto | Wired
Da qualche tempo alcuni studiosi si interrogano sulla possibilità (necessità) di nazionalizzare alcuni tra i grandi player globali del digitale. A monte di questa proposta c’è la sensazione che il web ci sia sfuggito di mano e che la tecnologia riesca a correre più veloce di quanto l’uomo sappia fare, generando fenomeni distorsivi e distopici. Peter Sunde, co-fondatore di The Pirate Bay, la pensa così: Internet è stato creato per decentralizzare, e invece continuiamo a centralizzare ai livelli più alti di internet”.
Fino a che livello di penetrazione nella realtà?

Massimo Mantellini | Cosa dovremmo fare con Facebook? | Il Post
Mark Zuckenberg da un lato accumula maggiori informazioni (e di conseguenza potere) a ogni nostra condivisione. Parallelamente la sua piattaforma modifica, e in parte determina, la direzione del dibattito pubblico e permette al suo fondatore di immaginare strategie economiche e politiche a livello globale, come nel video appena sopra. Ci sarà tempo per riflettere su questo argomento mentre in questo pezzo Massimo Mantellini si concentra sullo strumento social e le sue criticità, ancora irrisolte. Non le affronta dal punto di vista tecnico ma ci mette di fronte alla domanda di che cosa significhi davvero rete – e relazioni – per ognuno di noi. “Però nel momento in cui Facebook decide cosa io posso guardare e cosa no, spesso in base a meccanismi assai discutibili e manipolabili, io almeno non mi sento tradito, perché FB non fa parte della mia vita di rete. Se domani il grande controllore di Menlo Park decidesse di chiudere il mio profilo per sue ragioni imperscrutabili, a me non interesserebbe granché. La mia idea di rete è differente. E spero che sia lo stesso per un numero di persone sempre maggiore.”

Conflitti.
“Quando una società ha paura del conflitto ha paura di sé stessa, in quanto rigetta l’antagonismo permanente che la struttura e senza il quale, come ha mostrato Ernesto Laclau, qualcosa come una società propriamente non esiste.” [Daniele Giglioli, Stato di minorità – Laterza]

Partecipazione come controsovranità | Fondazione Feltrinelli 
Se in crisi è l’intero modello della democrazia rappresentativa e – allo stesso tempo – fatichiamo persino a tenere aperti gli spazi del confronto e della riflessione collettiva è arrivato il momento di tentare di riscrivere le condizioni di partenza sulle quali le infrastrutture democratiche si basavano. “Per rovesciare la sovranità servono gli idioti, i dilettanti su cui insistevano i democratici ateniesi e i meccanismi contestatori su cui insisteva Machiavelli. Serve il controbilanciamento istituzionale a favore dei molti e serve portare i cittadini dentro le istituzioni. Serve che i cittadini trovino unità di intenti per coalizzarsi contro chi gode di enormi privilegi e contro chi usa questi privilegi per tenere la gente comune in una posizione di subordinazione economica e politica. Questa è la controsovranità. Il basso e l’alto vanno rovesciati: ciò che sta in basso deve salire in alto, e ciò che sta in alto deve essere tenuto in basso.”

Timothy Dissegna | Internet e potere, intervista a Fabio Chiusi | Mangiatori di Cervello
Seguite Fabio Chiusi su Twitter. Ne esce sempre qualcosa di interessante, così come in questa intervista. “Facebook ha messo in atto una serie di iniziative – dalle partnership con fact-checker terzi a quelle con i giornali, al taglio dei proventi pubblicitari per chi fa “fake news” – ma se mai dovesse imporre un filtro automatico di un qualunque tipo la democrazia ci rimetterebbe, invece di guadagnarci. Gli algoritmi sono troppo stupidi per distinguere vero e falso, satira e propaganda, critica lecita e insulto; gli umani troppo poco pagati e competenti – e troppo pochi; e più in generale, mentire è lecito, in democrazia, anche con intenti malevoli. È come con la propaganda dell’ISIS: non è con la censura che si sconfigge un’ideologia, ma è con un’ideologia che si sconfigge un’ideologia. Contano ancora i pregiudizi di sempre, le disuguaglianze economiche e sociali, l’odio creato ad arte da anni da media mainstream bravissimi a vedere la pagliuzza nell’occhio dei social e per nulla la trave nei loro. E conta la televisione: quello sì che è un mezzo di propaganda e odio di massa. Com’è che nessuno parla di nuove regolamentazioni per i canali TV?”

Francesco Farabegoli | Un approccio più borghese al problema dell’okkupazione a BOLO vez | Bastonate
Il tema degli sgomberi ha riempito (e ancora riempie) i giornali. “La narrativa del “bene i centri sociali buoni e male i centri sociali cattivi” è come quella del “bene gli immigrati che vengono qui per lavorare, male quelli che vengono qui a rubare stuprare o grattarsi il culo”. È una narrativa che si basa su un presupposto: i csa (o i residenti extracomunitari) sono corpi estranei alla vita sociale di una città, a cui dev’essere imposto di guadagnarsi una legittimazione coi fatti o andarsene fuori dalle palle. Questo presupposto se si parla di Bologna è particolarmente paradossale: è un dato di fatto che da circa mezzo secolo moltissime delle più importanti/vive/attive/riconosciute manifestazioni culturali della città si riconducono a spazi autogestiti. Ma anche in generale, se si accetta questa premessa, se ne può discutere solo in due modi: da ignoranti, o in malafede. E alla prova dei fatti, quando è ora di procedere agli sgomberi non sembra che le autorità competenti facciano molta distinzione tra Làbas e Crash. Nonostante la corsa ai distinguo delle autorità non-competenti, tra cui appunto il sindaco.” Su questo argomento interessante anche l’articolo proposto da Pagina99 nell’ultimo numero, a firma Stefano Bonaga.

Leonardo Bocchetti | Per non fare il bis | Avvenire
A dieci anni dalla Grande Crisi serve una riflessione di lungo respiro per evitare di ripetere errori, di immaginare che si possa ripartire percorrendo le stesse strade alla stessa insostenibile velocità. “La stessa crisi non può, dunque, tornare due volte, ma abbiamo fondati sospetti su quali saranno le più probabili ‘tempeste perfette’ del futuro. E non possiamo essere accusati per la seconda volta di non aver lanciato l’allarme per tempo.”

 

Traiettorie di fuga.

Bruno Giurato | Vito Teti: bisogna restare dove si è, e imparare a costruire con quel che resta | Linkiesta
Un libro che certamente leggerò nel prossimo futuro. Partire da “ciò che resta” è il futuro. “Con una sorta di etica, e anche di estetica, degli avanzi, di ciò che è rimasto. Oggi bisogna riconoscere la potenza, il valore di alcune manifestazioni che nel passato erano considerate segno di arretratezza, e invece non lo erano. Si è fuggiti nelle fabbriche, si è fuggiti all’estero, si è considerata l’agricoltura qualcosa da abbandonare. Ma la montagna era davvero la zona arcaica, arretrata, improduttiva o invece non è stata “abbandonata” per scelte moderniste e per il mito di un altrove che non era poi l’Eden che si è immaginato? Ecco, sarebbe il caso di riguardare in maniera critica anche il paesaggio, i luoghi, i boschi, le pietre, le acque e in particolare la nostra memoria.”

Marisa Galbiati | #17globalgoals, le periferie sono il nuovo centro | Corriere Sociale
La sfida delle periferie o come preferite chiamarle. I protagonisti dobbiamo essere tutti noi, giorno per giorno. “Le chiamiamo ancora periferie perché non troviamo un termine capace di rappresentarne l’evoluzione e la complessità (si potrebbero chiamare aree diversamente centrali). Accanto al degrado ci sono interventi di edilizia pubblica di notevole valore; di fianco a situazioni di forte criticità si sviluppano nuove attività commerciali, sperimentazioni di comitati che lavorano sul territorio, makers, università e luoghi di ricerca, insomma molti attori che concorrono a un più complessivo progetto di riqualificazione delle periferie ritenute oggi luoghi strategici per la città sostenibile e inclusiva.”

Carlo Ferretti | Glocal Camp 2017, dove comunità locale e globale s’incontrano creando valore | Labsus.it
Pratiche collettive, comuni. Le comunità si attivano e trovano soluzioni ai propri problemi, favorendo l’incontro e la cooperazione. “Il progetto avviato a Luglio con la comunità globale, verrà seguito ed eventualmente co-progettato dal team locale di Barcelona. Il Glocal Camp così si configura come detonatore di processi civici, dove la dimensione globale si presta al servizio di un’azione concreta di valorizzazione delle qualità culturali e sociali del territorio. La capacità elastica di condividere conoscenze e metodologie tra dimensione locale e globale, e viceversa, fluidifica e rafforza l’impatto di un’intelligenza collettiva a territori specifici, generando sistemi adattivi.”

 

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