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Il welfare che cambia ha bisogno di interventi a Km0

In Ponti di vista on settembre 9, 2017 at 2:13 pm

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“Bisogna andare a intercettare le nuove vulnerabilità fuori dagli schemi tipici del rapporto utente/servizio, perché molto spesso queste stanno sul bordo, un po’ dentro e un po’ fuori. Sono meno abituate a chiedere e a riconoscere anche la propria condizione.” Così spiega Francesco Gabbi – sociologo impiegato presso la Fondazione Demarchi – riferendosi al contesto dentro il quale il progetto Welfare Km0 (nato per iniziativa della Fondazione Caritro, supportata da Provincia Autonoma di Trento e dalla stessa Fondazione Demarchi) ha mosso i primi passi.

“Tra le condizioni di contesto non c’è solo la riduzione delle risorse pubbliche per il sociale, ma anche l’allargamento dell’ambito di problematicità. Una fascia di “nuovi vulnerabili” che vengono stimati a livello nazionale attorno al 30% della popolazione. Persone che possono finire facilmente sotto la soglia di povertà e rappresentano un ambito di intervento privilegiato per progetti come Welfare Km0, perché chiamati a sviluppare meccanismi necessariamente diversi rispetto a quelli utilizzati nei confronti dei soggetti tipici dell’intervento sociale.”

Quelli che Papa Francesco chiama “scartati” e che dentro una crisi che da temporanea si è fatto di sistema, nuovo instabile equilibrio per una fetta cospicua di esistenze, scivolano verso il basso, sempre più distanti dalle opportunità a disposizione. Giovani e vecchi, cittadini e montanari che testimoniano l’allargarsi costante della forbice tra ricchi e poveri, tra inclusi ed esclusi. C’è bisogno – lo si dice da tempo – di un salto di schema per welfare. Una sfida non semplice, ma urgente da raccogliere.

Comunicati da qualche settimana i progetti vincitori (750.000 Euro il budget a disposizione per la copertura triennale di 8 progetti, chiamati a definire un proprio modello di sostenibilità durante questo periodo di start-up) è bene spendere un po’ di tempo nel tentativo di approfondire le caratteristiche del processo – quasi due anni dal via per arrivare alla fase attuale – che Welfare Km0 ha attivato sul territorio trentino, proponendo cinque campi di ragionamento e permettendo di strutturare così altrettanti laboratori di progettazione: nuove vulnerabilità e nuovo lavoro di comunità, luoghi incubatori di comunità, facilitazione diffusa, fare welfare in montagna e la condizione anziana.

Partiamo dal principio. Perché nasce Welfare Km0? Quale scintilla ha dato vita al processo?
Premetto che io mi sono inserito nel progetto in un secondo momento, di conseguenza non ho dato il la all’idea di Welfare Km0. L’ipotesi di fondo è che Fondazione Caritro – un soggetto riconosciuto sul territorio perché eroga, per mission, contributi in diversi ambiti – debba iniziare una riflessione sulla combinazione tra diminuzione delle risorse a disposizione e l’aumento (o almeno la differenziazione) delle problematiche sociali da affrontare. Se si continuasse a concedere contributi a pioggia, senza entrare sufficientemente nel merito dei progetti, assistendo a una frammentazione delle progettualità stesse, si rischierebbe di non contribuire in maniera organica e in una necessaria prospettiva di lungo periodo. Posti questi dati di partenza si è provato a strutturare un bando – e un percorso, da sviluppare parallelamente – che non prevedeva la competizione dei soggetti per un ammontare di denaro predefinito, ma che facessero lavorare attorno a dei temi considerati rilevanti dal territorio (nda – i cinque riportati in premessa) e che permettessero di individuare delle soluzioni concertate per intervenire dentro le comunità. Queste erano le condizioni di partenza del percorso di Welfare Km0 che si è dispiegato successivamente su tre fasi. La prima di ascolto (più di 200 interviste e incontri sul territorio) utile a capire quali potessero essere le tematiche su cui era più interessante e urgente lavorare. Sui temi emersi si sono aperti i laboratori nel marzo 2016 e si è permesso liberamente di partecipare a chi volesse candidarsi, in totale più di duecento realtà diverse. Da qui si è mossa la seconda fase, di vera e propria progettazione attraverso la quale si è arrivati alla stesura del bando vero e proprio, pubblicato a marzo 2017. La terza fase sarà poi dedicata al lavoro con i progetti che saranno finanziati, per i prossimi tre anni.

Più flessibilità nei processi che si innescano. Meno rigidità rispetto all’interpretazione delle trasformazioni sociali in atto. Quali erano le condizioni che vi siete dati all’inizio della progettazione del bando e quali i margini di manovra che avete invece lasciato all’avanzamento step-by-step?
Ci siamo dati dei confini piuttosto laschi, lasciando che rimanesse aperto uno spazio di negoziazione step-by-step e per certi versi per Fondazione Caritro – ente che ha dato il la al progetto – si è trattato di un “atto di fede”, una testimonianza di coraggio rispetto all’attivazione di un percorso di questo tipo. E’ valsa l’idea di “vedere dove si andava a finire”, perché si era ovviamente lontani dalle procedure standard normalmente utilizzate. Si è entrati in un territorio che si riusciva a “maneggiare” con maggior difficoltà rispetto ai bandi, per così dire, tradizionali. E’ significato quindi, senza dubbio, anche mettere in conto una perdita di controllo da parte dei promotori.
Da lì abbiamo agito in maniera riflessiva, facendo sì che tutto quello che succedeva potesse essere adattato agli esiti che avevamo immaginato ma che non potevano essere dati per scontati, servendo una costante verifica della loro sostenibilità. Bisognava tenere insieme tutti gli stimoli che emergevano, ben sapendo che una volta aperto un processo bisogna essere disposti al cambiamento, alla trasformazione rispetto ai dati di partenza. Lo sforzo che è stato fatto – da noi come gruppo di accompagnamento, dai partecipanti e dagli stessi attori istituzionali – è stato quello di riuscire a non perdersi, nonostante si andasse in una direzione che non era, per definizione e per necessità operativa, del tutto chiara.

Parlare di generatività del welfare (e di qualunque altro contesto) va oggi molto di moda? Ma quali sono le caratteristiche che rendono un progetto davvero generativo? Siete riusciti a farvi un’idea più precisa in questi mesi di lavoro?
Il fatto che alcune progettualità si siano sviluppate attivando relazioni tra realtà che altrimenti difficilmente si sarebbero incontrate è certamente il primo aspetto di generatività che salta all’occhio. Da parte nostra abbiamo cercato di insistere sulla necessità di un cambio di paradigma soprattutto nell’ultima fase, quella legata al tema del budgeting e della costruzione di un business model. Da questo punto di vista abbiamo incontrato qualche difficoltà, legate certamente al fatto di cambiare modalità nella stesura dei progetti, nel far capire a chi si rivolgeva a Fondazione Caritro che questo non era un bando nel quale si chiedeva semplicemente un contributo, ma era un percorso che doveva portare a ipotizzare dei meccanismi che generassero valore, o da un punto di vista finanziario (attraverso la vendita di beni e servizi) oppure valorizzando gli interventi del volontariato. Siamo riusciti in questo senso a fare una stima del rapporto tra quanto era il valore del finanziamento richiesto e il valore complessivo dei progetti che abbiamo accompagnato scoprendo che per ogni Euro che verrebbe finanziato se ne genererebbe 2,90 proveniente da altre fonti. Viene richiesto quindi circa il 30% del costo complessivo degli interventi, un dato decisamente interessante.

Welfare Km0 si inserisce in un contesto – quello trentino – fortemente infrastrutturato dal punto di vista sociale e associativo. Una dimensione più accogliente o più complessa per introdurre l’incognita di un processo che deve muoversi dal basso, mettendo in “secondo piano” il ruolo del pubblico che ha ruolo di accompagnamento più che di dominus dell’intervento sociale?
Penso che questa sia una nota dolente, nel senso che anni di forte supporto (da leggersi positivamente) alle organizzazioni impegnate nel sociale – supporto capace di costruire un’infrastruttura capillare sul territorio – hanno stabilizzato uno schema che si muove in un’unica direzione, con un’unica modalità di relazione. Nel momento in cui, ora, si cercano d’introdurre elementi diversi ci si accorge che esistono dei limiti anche solo nel riconoscerci come attori economici per delle cooperative che dovrebbero essere naturalmente soggetti attivi, ma che non erano abituati a ragionare in un’ottica che si muovesse al di fuori dei confini della richiesta di contributo. Inoltre – a conferma di quanto detto fino ad ora – anche il livello di dettaglio delle progettualità in questo ambiato erano a livello basilare, quando invece se ci si immagina anche in una proiezione d’impresa la propria attività deve possedere caratteristiche di specificità ben più approfondite. Questi aspetti non appaiono abbastanza sviluppati perché sostanzialmente non se ne sentiva il bisogno, perché non era mai stato richiesto. Si è poco attrezzati per lavorare in questo modo.

Proviamo a fotografare i partecipanti al percorso (durato più di un anno e mezzo) di Welfare Km0. Quanti si sono “imbarcati”? Chi sono? Quanti sono arrivati in fondo?
Ci sono state posizioni tra loro diverse. Inizialmente in tanti si sono iscritti per la curiosità di capire cosa fosse Welfare Km0. Per tanti immagino fosse poco chiaro, e penso che la mancanza di chiarezza sia rimasta fino a metà percorso. Poi, piano piano, il percorso pensato un po’ a imbuto – partendo dalle tematiche generali spostando successivamente il focus sulle progettualità – è diventato più comprensibile. Penso che gran parte di quelli che sono rimasti fino alla fine abbiano avuto anche loro coraggio, perché erano parte di un percorso per molti versi indefinito. Il meccanismo è stato quello di vedere e capire cosa succedeva, per poi – anche qui con diversi gradi di profondità – aumentare la consapevolezza del processo nel quale erano inseriti. Chi era lì per curiosità o l’ha persa a un certo punto (e ci sono stati alcuni inevitabili casi di drop out) o ha tentato di cogliere quelle che erano le opportunità di collaborare, approfittando dei laboratori per approfondire dei progetti che aveva nel cassetto. Per chi è arrivato fino in fondo il valore aggiunto è probabilmente stato quello di trovare un luogo di interlocuzione con altri, dove le progettualità uscivano da un’idea apparentemente autoreferenziale che veniva arricchita grazie all’aiuto degli altri partecipanti. C’è chi di questa situazione ha maggiormente goduto, chi lo ha fatto meno, ma credo che il messaggio di base del percorso sia arrivato a tutti coloro hanno deciso di buttarci per un attimo il naso.

E’ difficile analizzare le trasformazione sociali in corso d’opera, ma è importante provarci. Puoi dirci come è cambiato (se è cambiato) l’approccio alla progettazione, alla costruzione di reti di partnership e alla relazione con i soggetti finanziatori?
Proprio perché avevamo il compito di arrivare a dei business model più rigorosi possibili eravamo chiamati a definire anche delle azioni concrete, favorire un’analisi complessiva che non era totalmente nelle corde dei soggetti coinvolti. Una delle cose che è stato interessante osservare in termini di cambiamento è che qualcuno questo genere di intervento non lo aveva mai affrontato ma in realtà possedeva già le competenze per farlo. Erano competenze quindi che aspettavano solo di emergere. Ci siamo accorti inoltre che altri soggetti sono stati in grado di sviluppare pensiero in maniera originale, maturando nella relazione con gli altri ipotesi teoriche di intervento di alto livello.
Si tratta perciò di un vero e proprio processo di maturazione, di acquisizione di competenze, in una sorta di metaprogetto culturale parallelo alla costruzione dei progetti stessi. Un sottoprodotto che non si poteva nemmeno del tutto raccontare, perché anche se ci era chiaro che avremmo avuto anche un ruolo “formativo” non potevamo dire apertamente che questo era il cuore del progetto, rischiando di far leggere il nostro intervento come un’operazione piuttosto presuntuosa. Un esito decisamente rilevante è quindi emerso da un’azione condotta sotto traccia, parallelamente all’intero processo.

Welfare Km0 è stato un esperimento che – visti i risultati – merita di essere ripetuto? In che modo le sperimentazioni possono passare da buone pratiche a prassi, a costruzione di policy virtuose?
Il primo obiettivo dovrebbe essere quello di riconoscere gli standard sperimentati, per realizzare tutti gli altri bandi di Fondazione Caritro. L’accompagnamento – così come lo sì é condotto in questa prima edizione – è certamente strumento che necessita di molte risorse, grande attenzione e costanza, ma credo che sia assolutamente necessario nell’economia complessiva del processo. Un modo di aiutare ad alzare l’asticella e tenerla in quella posizione. Questo sarebbe un modo di permettere anche a chi ha partecipato a Welfare Km0 di divulgare la cultura progettuale di cui abbiamo parlato poco fa. In generale quindi dobbiamo cercare di favorire l’innalzamento del livello della qualità media dei progetti. Se ai progettisti viene chiesto una determinata qualità, questi dovranno attrezzarsi con strumenti adeguati. Se l’asticella rimane sempre ad altezze modeste, non si sentirà il bisogno di rendere migliore il proprio lavoro.
Dall’altra parte deve esserci anche una concordanza tra i vari soggetti che i progetti contribuiscono a idearli, che ad un certo punto devono individuare un quadro nel quale inserire i propri interventi, descrivendo una cornice di riferimento che varrà nel medio/lungo periodo per gli interventi previsti per il futuro. In questo modo le sperimentazioni si possono consolidare. In questo caso – il vero dark side di Welfare Km0 – sono i promotori a doversi rendere conto del valore e della profondità dei processi che hanno messo in atto. Da buone pratiche a policy, questa è la rotta.  

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