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Oltre il nostro personalissimo ordine delle cose…

In Ponti di vista on settembre 17, 2017 at 8:08 pm

ordine_delle_cose

Ad Andrea Segre invidio più di una cosa. Si tratta però di un’invidia senza nessun tipo di rancore, tanto da poterla definire addirittura “sana”.

Invidio la sua naturalezza (sapendo che di naturalezza non si tratta, ma di un esercizio di profondo studio e di forma particolarmente rigorosa di approccio) nell’aprire e allungare lo sguardo. Decidendo di non fermarsi a ciò che gli si presenta immediatamente davanti agli occhi e, di conseguenza, alla macchina da presa. Non accettando la caratteristica più evidente e pronta all’uso di un fenomeno, ma cercandone invece un lato possibilmente inesplorato, cocciutamente originale. Da sempre – almeno da quando lo conosco – la sua attenzione è rivolta a ciò che ha da venire, al futuro prossimo, al particolare che tende a sfuggire e non a quello che ormai possiamo dare per assodato. Il suo modo di operare non è cambiato neppure con “L’ordine delle cose”. Un film che a un primo sguardo sembra esclusivamente narrare, ne più ne meno, l’attualità più stretta. Ruvido e appuntito nel suo essere sincronico con il tempo politico e sociale che viviamo, da Minniti in giù (qui il rapporto di MSF su ciò che spetta ai migranti che vengono rispediti in Libia), proprio perché la sua ideazione e produzione – iniziata diversi anni fa – non agiva “in reazione a” ma è frutto della costante urgenza di andare più a fondo, di non accontentarsi, di interrogarsi e – di conseguenza – interrogare chi si trova davanti allo schermo. Missione compiuta, anche questa volta.

E qui viene a galla l’altro lato dell’invidia che confesso apertamente di provare. In questo caso per la capacità di Andrea di sviluppare la narrazione mettendone in gioco la dimensione meno prevedibile. Quella che deve farsi largo – lungo il dipanarsi di un film come nell’incedere quotidiano della vita – dentro la pressante necessità di semplificare. “L’ordine delle cose” non è un film che parla (solo) dei fenomeni migratori e del colpevole atteggiamento che l’Occidente – e gli Stati nazionali che compongono l’Europa – hanno tenuto e tengono nei confronti dei migranti. Per questa parte è consigliatissima la lettura del prezioso materiale di accompagnamento alla pellicola. E’ un film (soprattutto) su noi stessi. Corrado Rinaldi, il super-funzionario ministeriale inviato in Libia per bloccare le partenze dei migranti, occupa uno spazietto – più o meno grande – dentro ognuno di noi, e faremmo bene a non dimenticarcelo mai. E l’epilogo della storia raccontata [no spoiler] ha molto più a che fare con i nostri personalissimi spazi di confort – così difficili da lasciare, così comodi da abitare – piuttosto che con la consapevolezza, necessaria, dell’ingiustizia che attanaglia il pianeta e la travagliata relazione tra Nord e Sud del Mondo.

Ha a che fare con la “Grande cecità” di Amitav Ghosh, che da romanziere decide di riflettere, senza rete, sopra un altro dei grandi temi del nostro tempo, i cambiamenti climatici:

“La nostra assuefazione emotiva nei confronti dei disastri naturali e del cambiamento climatico si è fortificata parecchio negli ultimi decenni. Quasi non ci spaventano più, ma soprattutto non ci fanno più pensare alle loro conseguenze e, quindi, al nostro futuro. L’attuale modello di vita estremamente materiale, individuale e schiacciato su una singola esistenza influisce profondamente su qualsiasi domanda sul nostro destino e sul futuro del mondo. Non che avessero fondamento scientifico, ma almeno in passato, quando le religioni avevano molto più seguito, le catastrofi naturali ci inducevano a riflettere sulle loro cause, sul perché di quella “punizione divina”. Era un ragionamento errato, ma almeno si rifletteva. Oggi abbiamo rinunciato anche a questo. Paradossalmente, nell’era della globalizzazione, non abbiamo più quello spirito globale nell’avversità. Per questo si tratta di un problema soprattutto culturale.”

Emerge la paura di comprometterci, di perdere (o di aver già perso) qualcosa del nostro stato di benessere ritenuto a torto diritto non negoziabile, di veder sgretolarsi – ulteriormente – le nostre poche e  sicurezze. Prima noi, poi – se dovesse avanzare qualcosa – gli altri. La paura – che l’ultima Bussola di Ilvo Diamanti cerca di decifrare – ci inibisce.

“Per questo, non ho “paura” di dire che ieri al Senato [nda, riguardo lo stop alla legge sullo Ius Soli] ha vinto la “paura”. Degli altri. Perché non crediamo nella nostra capacità di integrare. Non ci fidiamo degli altri. Ma neppure di noi. Tanto meno della politica. Anche perché la politica, in Italia, oggi: è emigrata…”

E come nel caso di Corrado Rinaldi ci fa decidere di difendere (a ogni costo, oltre ogni travaglio etico e morale) l’ordine delle cose piuttosto che tentare di metterlo in gioco, così come ci consiglia Giovanni Pellicciari con mirabile uso della sintesi: “Esercita il dubbio e stai a vedere cosa ti offre il caso”.

Corrado Rinaldi siamo noi, ne più ne meno. Ognuno a modo suo spaventato. Ognuno pronto ad attivare il proprio fusibile salvavita di fronte a accadimenti epocali che – da soli – non abbiamo nessuna possibilità di respingere o controllare, e forse neppure davvero capire. Di paura si può morire. O rinchiudersi tanto su se stessi da non accorgersi che quell’inadeguatezza che percepiamo – tratto assolutamente comprensibile e sintomo tra i più più evidenti del cambiamento in atto – se condivisa e smontata (come coraggiosamente tenteranno di iniziare a fare a Milano Europa ApertacheFare e Innovare X Includere) può addirittura rivelarsi generativa per ritrovare la “capacità dell’utopia, intesa non come progetto concreto ma come non abitudine all’esistente” e per affermare la “capacità di aspirare, come atteggiamento contrario all’accontentarsi di sperare”, come ci ricordò Vincenza Pellegrino in un suo appassionato intervento all’interno del seminario “Nuove generazioni, nuove generatività”, tenutosi a Rovereto nell’aprile scorso.

“L’ordine delle cose” è un film militante – probabilmente nella forma meno comprensibile e stereotipata da chi si ama definire militante – perché é propedeutico, rubo le parole a una recente conversazione avuto con Gianfranco Bettin, “al prepararsi al corpo a corpo” (in primis con noi stessi) e “allo scontro che ha da venire” con l’abitudinaria barbarie che ci ha portati fino a qui e che richiede – prima che sia troppo tardi – un radicale cambio di rotta. Un nuovo ordine delle cose.

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