trento|italia|europa|mediterraneo|mondo

Appunti di lettura | 38.

In Libri con le orecchie... on settembre 28, 2017 at 10:26 pm

water-815271_1920

La Politica del futuro. Il necessario spazio del pensiero profondo.

Pietro Bianchi | Michael Hardt e Toni Negri. Assembly | Doppiozero
Bentornati. Interrogativi alti, necessari allo stato attuale delle cose. Assembly come strumento – lo stile dello stare in piazza, tutt’altro che spontaneistico – e come destinazione, intesa come applicazione (politica e sociale) di forme organizzative di tipo cooperativo e orizzontale. “Sulla scorta di Machiavelli, Negri e Hardt concludono il libro attraverso il richiamo a un “nuovo Principe”, cioè a una nuova struttura organizzativa della moltitudine che ne debba ricalcare la natura orizzontale e cooperante. Inventare istituzioni dal basso, così come inventare pratiche autonome di produzione e riproduzione sociale diventano due facce della stessa medaglia, secondo il principio di un’indistinzione sempre più marcata tra strategia politica e reti della produzione, tra lavoro e forme della soggettività, tra assemblearismo democratico e organizzazione della cooperazione sociale. Usando un termine deleuziano si potrebbe dire che l’assembly delle piazze e delle reti della cooperazione del lavoro ponga un problema di “assemblaggi”: l’enigma a un tempo politico ed economico è quello di trovare un modo per dargli una forma.”

[consiglio di lettura]
Giorgio Fontana |
Per un’utopia sostenibile | Il Tascabile
Il tema dei temi. L’utopia, il punto più alto della (desiderabile) trasformazione. Per definizione – o per comodità – ritenuta impraticabile nel mondo che ci insegna a pensare che non ci siano alternative. Rutger Bregman ci offre un’interpretazione originale della questione, utilizzando il solo apparentemente contraddittorio binomio utopia/realismo.
“I critici dell’utopismo hanno senz’altro ragione nell’evidenziarne gli eccessi. Ma c’è un rischio: che la prudenza si trasformi in cinismo e miopia. E oggi mi pare che questa povertà di ideali sia evidente un po’ ovunque. L’utopia intesa in senso regolativo è indispensabile se non vogliamo cadere nella trappola di una politica che ogni giorno deve improvvisare se stessa, risolvendo problemi spesso con modalità emergenziali, senza una chiara visione della società che auspica. Che auspica e che lotta per avere, senza alcun mezzo sanguinario e senza fede cieca: ecco il punto.” 

[consiglio di lettura]
Raffaele Alberto Ventura
| E’ davvero tutta colpa del neoliberismo? | CheFare?
Il libro “Teoria della classe disagiata” – da cui è tratto questo articolo – mi ha subito incuriosito perché, un po’ come il film “L’ordine delle cose” di Andre Segre accetta di indirizzare lo sguardo (con un movimento di camera di 180°) verso noi stessi. Raffaele Alberto Ventura lo fa prendendo in considerazione la generazione di cui faccio parte – con quasi tutte le contraddizioni che lui descrive – e la società che fa ad essa da scomoda e fragile cornice. “C’è poi un’inquietante spiegazione politica: la classe dirigente non può permettersi di rivelare il proprio fallimento; deve continuare a promettere, promettere, promettere, finanziando la propria sussistenza con il debito pubblico. Se necessario, trovandosi un capro espiatorio in quelle che sono le conseguenze della frana o più precisamente i nuovi strumenti che abbiamo trovato per gestirla: l’espansione del commercio internazionale, la finanziarizzazione, la robotizzazione, l’immigrazione, l’euro eccetera. (…)”

Valerio Mattioli | 33.780 battute contro la teoria della classe disagiata | CheFare
Per fortuna c’è chi legge i libri e si impegna a commentarli favorendo il confronto. C’è chi – come in questo caso Valerio Mattioli – non riesce a stare dentro un tweet, neppure da 280 caratteri. Una (maxi) recensione appuntita e ruvida che merita di essere letta come necessario sviluppo del libro appena sopra descritto come interessante fotografia dell’esistente. “È sinceramente affascinante seguire i percorsi logici e i nessi di causa-effetto dispiegati dall’autore nelle 260 pagine del libro; perché sono gli stessi percorsi che hanno condotto la classe descritta da Ventura alle condizioni in cui versa e da cui non accenna a emanciparsi: un misto di fatalismo, miopia politica, approssimazione e autodenigrazione consolatoria. Se l’obiettivo del pamphlet di Ventura è un insindacabile quanto salutare j’accuse a quello che la sua “classe disagiata” ha finito per rappresentare, a restare eufemisticamente parziale è il come e il perché proprio questa classe occupi un ruolo centrale in quell’endemica crisi del capitalismo a cui Ventura tutto riconduce. Il che si traduce in una sconfortante assenza sia degli strumenti adeguati alla comprensione del quadro in cui inserire l’oggetto di riflessione del libro, sia di possibili strategie di uscita che non si riducano all’autodafé da aperitivo preserale.” “Sapete che c’è? Io al limite direi che di retorica del Sessantotto ce n’è stata troppo poca, tiè. E lo dice uno che del Sessantotto non gliene è nemmeno mai fregato granché, figuratevi. Direi – perché è quello che mi dice la realtà che conosco, in cui sono cresciuto e a cui se volete sono scampato – che è stato il modo brutale in cui per decenni è stato represso e confinato a un angolo qualsiasi slancio utopico, qualsiasi proiezione desiderante, ad aver preparato la strada a quello scenario da guerra civile imminente che per Ventura è l’unica prospettiva plausibile a quasi dieci anni dalla “più grande crisi nella storia del capitalismo”. Altro che “siamo stati troppo velleitari, torniamo a più miti propositi”. Ragionamenti del genere se li possono permettere solo quegli happy few che dalla rinuncia alle “velleità” non hanno niente da perdere perché già hanno tutto e quel tutto vogliono tenerselo stretto.”

Pier Luigi Sacco | Partecipazione inclusiva | Nova24
In attesa di capire il suo ruolo e il suo impatto (lui che ne è studioso di livello) nell’avventura trentina è sempre piacevole leggere Pier Luigi Sacco. Questa volta se la prende con Richard Florida – che da solo ha in parte sconfessato le sue precedenti teorie – e propone un modo diverso di intendere la partecipazione. “Se si vuole guardare al futuro, è proprio da qui che bisogna invece ripartire: lavorare a processi partecipativi di sviluppo urbano dove quel che conta non è appunto la retorica della partecipazione – un gioco a cui sanno giocare soprattutto i più istruiti, i più garantiti, i più smaliziati nei confronti delle logiche dell’interazione sociale nello spazio pubblico – quanto piuttosto la creazione massiva di capacità proprio nelle fasce sociali più deboli e meno garantite. Ma un lavoro di questo tipo non ha bisogno di guru da jet set come Florida, la cui speaking fee per una singola apparizione costa più di un medio progetto annuale di sviluppo locale comunitario: al di là del messaggio non proprio coerente con un’idea di inclusione e di contrasto delle disuguaglianze sociali, dietro questo modus operandi si riflette una classica logica top-down che riflette una cultura di planning ormai superata. Ciò che serve invece è sperimentare processi partecipativi situati nei quali gli esperti e la comunità lavorano assieme in una prospettiva di lungo periodo, scegliendo un luogo e legandosi ad esso in un percorsodi empowerment reciproco”

Benjamin Allen | Global cooperation depends on the strength of local connections | aeon.co
Il tema della prossimità e delle relazioni forti. “So which networks are best for promoting cooperation? Cooperation flourishes best when each individual has strong, reciprocated connections to a small number of others. In this case, cooperation spreads locally, along these connections, leading to clusters of cooperators who share benefits with each other. In contrast, if all individuals are equally connected to all others, the benefits of cooperation become diluted in the sea of non-cooperators, and the behaviour cannot spread. Thus, for cooperation to thrive, a few strong ties are better than a myriad weak ones.” Il valore propedeutico delle reti locali per affrontare le sfide globali. “This work is one step in a larger research programme to identify how structures, networks and interaction patterns can promote cooperation in biology and in society. Our model includes many simplifying assumptions that must be probed and tested to determine how widely our results apply. Much more work needs to be done – on paper, on computers, in the laboratory, and especially in the real world – to understand how we can design the networks that will best empower us to meet our collective challenges. Still, our simple, abstract model suggests a remarkably intuitive principle: the success of global cooperation depends on the strength of our local connections.”

Claudio Madriacardo | Il caos, non a caso. Conversazione con Cacciari | Ytali
“È certo che le forme di democrazia rappresentativa tradizionale non funzionano più. Dove si possa andare a parare e con quali forme di governo all’interno dei paesi occidentali, non è dato sapere. E questa forma di governo riguarda sostanzialmente l’Europa e gli Stati Uniti e qualche altra zona del mondo in Africa e America Latina. Grosso modo coinvolge un miliardo di persone su sette che abitano il pianeta. Il che ci fa capire che nel mondo la democrazia rappresentativa è minoritaria, e spiega anche le sue debolezze e la sua crisi. Non so che fine farà. Certamente la democrazia rappresentativa che abbiamo conosciuto finora non sta funzionando.”

Alessandro Gilioli | Meditiamo che questo è | Piovono Rane
Un breve e preciso appunto per chi – ora che già è calata la tensione sul tema immigrazione – ha intenzione di non volgere lo sguardo dall’altra parte. “Qualche anno fa noi occidentali giustificavamo l’intervento armato in altri Paesi – Afghanistan, Iraq, Libia – come “operazione umanitaria”: la nostra coscienza non poteva accettare che feroci dittatori insanguinassero il loro paese. Adesso invece, curiosamente, prevale “l’interesse nazionale”, quindi delle peggiori violazioni dei diritti umani in altri Paesi non ci interessiamo più. Benché questa volta ci sia l’aggravante che siamo stati noi stessi – con la svolta politica Ue per impedire gli sbarchi – a essere causa o almeno concausa di questa carneficina. Si vede che abbiamo la coscienza a giorni alterni.
«Meditate che questo è stato», ci diceva Primo Levi sull’Olocausto. Noi invece siamo costretti a meditare che questo è, ora, adesso. Meditiamo che questo è. O ci si sfaccia la casa, la malattia ci impedisca, i nostri nati torcano il viso da noi.”
Leggi anche: qui.

O mia bella Madunina…
(Non sarà un modello, ma Milano spinge e impone a tutti gli altri di riflettere e di mettersi in gioco.

Verdolini, Santià | Smontare la paura. Le vie per l’integrazione | CheFare
Alcuni giorni fa un nucleo di coraggiosi – istituzionali e non – si sono dati appuntamento per confrontarsi sulle prospettive delle contesti urbani nell’età della paura. Si sono dati l’obiettivo di immaginare modi per smontarla e per coinvolgere cittadini e cittadine nella definizione di obiettivi collettivi per migliorare le loro condizioni di vita, sulla base di contesti relazionali e solidali. “Perché così come si costruisce, aumenta, cresce, la paura forse può anche essere demolita, scomposta, ridotta. Ritornare al principio, e provare a ricucire e rinsaldare quel legame politico, unico vero antidoto alle insicurezze collettive e forte collante dei legami sociali. Quel vincolo inscindibile tra paura e governi dei territori, declinato soprattutto nella formula del “governare attraverso la paura” può forse essere decostruito, e rivelare, nelle prassi come sia possibile governare senza paura, o almeno con meno paura dell’altro. Smontare la paura vuol dire smontare la percezione e cambiare il racconto. Abbiamo bisogno di proiettare le nostre città in una contemporaneità fatta di connessioni, incontri, reti e culture. Abbiamo bisogno di una politica che affronti i problemi offrendo delle soluzioni per i prossimi vent’anni. Il multiculturalismo non è una possibilità, è una certezza. La strada è tracciata, sta a noi percorrerla nel migliore dei mondi e dei modi. Solo producendo narrazioni e sguardi politici diversi si possono immaginare strategie, reti e città possibili.”

Fabio Malagnino | Prove tecniche di attivismo civico | Medium
E quindi? Che ruolo avranno quei cittadini che tanto sollecitiamo? “Di certo non basta la retorica del cittadino connesso legato solo alla dimensione digitale. La partecipazione e l’attivismo chiamano in causa numerose variabili: capacità di leggere la complessità del tempo odierno, creatività, predisposizione a fare rete e visione di lungo periodo. 
Servono, quindi, cittadini criticamente formati e informati, educati al pensiero critico ed alla complessità, educati alla cittadinanza e non alla sudditanza, educati alla libertà e alla responsabilità e non illusi che un post su facebook o un tweet possano essere una nuova forma di governance democratica.”

Federicz VeronaLentezza e ascolto: oltre la retorica delle periferie | CheFare
Un festival delle periferie capace di farsi carico dello sfarinamento delle comunità ma anche delle loro ricchezze, spesso sommerse e inascoltate? Deve partire dalla lentezza e dalla costanza, quasi un controsenso per la forma festival che fa dell’occasionalità e della rapidità le sue caratteristiche specifiche. “Abbiamo iniziato a concentrarci  sulle piccole “normalità straordinarie” che la periferia la rigenerano ogni giorno: comunità composte da persone capaci di attivare processi dal basso, associazioni, gruppi informali, singoli individui che animano, in un grande palinsesto continuo, i territori di cui fanno parte e pian piano li modificano producendo attività culturali, sportive, sociali, imprenditoriali, sostituendosi al welfare e inventando di fatto nuove politiche.” Super!

*Proprio mentre sto “montando” la raccolta ecco un’altra segnalazione milanese, potente pure questa: #lacittàintorno 

Turismi.
(C’è modo e modo di pensare e fare turismo. Ed è arrivato il momento di decidere da che parte stare.)

Chiara Rabbiosi | Airbnb, verso un community-washing? | CheFare
La discussione attorno al fenomeno Airbnb e – più in generale – sharing economy non comincia oggi. Rimane però interessante osservare come player potenti impostano le loro attività non solo per la massimizzazione dei ricavi (sono bravissimi in questo, ovviamente) ma anche per tentare di costruire comunicazione efficace per raccontare i propri – tutti da verificare – impatti positivi sui territori che attraversano.
“Una sorta di contro-dono certamente non disinteressato: nel caso di quel centro commerciale la promozione del patrimonio locale serviva anche a dare un’identità distintiva a un colosso costruito con parametri uguali a quelli dei suoi competitor, in quello del Community Tourism Programme di Airbnb l’incentivo a forme di attivismo culturale e territoriale è volto anche a valorizzare il contesto di cui il patrimonio immobiliare privato ha bisogno per essere più appetibile. Inoltre il bando incoraggia idee che sfruttino la piattaforma – il cui uso genera profitto per chi la detiene – e il premio messo in palio può essere erogato anche come “coupon di Airbnb”.

Eppure, anche negli interstizi dei dispositivi utili a sostenere progetti egemonici di sviluppo e produzione di immaginari dominanti, si può aprire lo spazio per la sperimentazione di pratiche alternative che dall’interno minano e sovvertono un percorso che già sembrava tracciato. E sono queste che aspettiamo con impazienza.”

[consiglio di lettura]
Luca Martinelli
| Il turista in infradito | Salto.bz
“L’idea di un turismo che non crea danni è pari a quella di un’industria neutra -dice D’Eramo-. Non si possono evitare quelle che vengono chiamate esternalità. La libertà di cui godiamo, quella di viaggiare, è fantastica, ma ha a un costo ambientale enorme. Ognuno di noi deve ricordare conto che non esistono free lunch, pasti gratis”. Solo che il prezzo dell’età del turismo non lo paghiamo quasi mai direttamente. E se non ce ne rendiamo conto è perché tutti, prima o poi, assumiamo il punto di vista del turista, e dimentichiamo il nostro essere “turistati”, ovvero “soggetti passivi del turismo altrui”. “Il turismo – sostiene Marco D’Eramo – è l’unica attività che tutti pratichiamo, tutti disprezzandola negli altri e facendo finta che non siamo turisti, ma viaggiatori. Ma il viaggiatore è solo un turista che nega di esserlo, o che non sa di esserlo”.

Marco D’Eramo | La città turistica come messinscena | CheFare
Il turismo e le città devono dialogare, ma spesso parlano linguaggi diversi. “Coscienti che l’esito è segnato: come luogo di residenza e di vita, la città turistica diventa invivibile per l’autoctono che sempre meno può permettersela in termini economici e sempre più ne è espulso in termini relazionali. In quanto industria, il turismo rende la città invivibile, proprio come la città manifatturiera (la Coketown di Dickens) era irrespirabile per i suoi slums, i suoi miasmi e fetori. Il turismo non provoca questi effetti, ma uccide la città in modo più sottile, svuotandola di vita, privandola dell’interiore, proprio come nella mummificazione, facendola diventare un immenso parco a tema, un’immensa Disneyland storica, in una sorta di tassidermia urbana: musei e paninoteche, ruderi e boutique di lusso, “suoni e luci” tra pizze al taglio e ristoranti a tre stelle Michelin, isole pedonali, e poi tanti dormitori eleganti per ceti medi.”

Francesco Careri
| Chi perde tempo guadagna spazio | Jazzi
Altri modi. Eccone uno che fa riferimento alla gestione (migliore) di tempo e spazio. “Io oggi uso il camminare soprattutto come strumento d’insegnamento, ho un corso di architettura che si chiama “arti civiche” in cui porto i miei studenti a camminare per la città, nelle sue zone più sconosciute e meno vissute, dove natura e città si ibridano e creano nuove situazioni. Non stiamo mai in aula, nemmeno per il momento dell’esame. Usiamo il camminare per conoscere, per inciampare in luoghi inediti, per esplorare, per incontrare comunità e a volte anche per trovare dei luoghi fertili in cui costruire una nuova architettura. E io propongo una definizione amplissima della parola architettura, che include anche l’architettura immateriale, la performance, la poesia urbana. Ma a volte dal camminare sono nati dei veri e propri oggetti. Questi manufatti sono delle costruzioni relazionali: hanno bisogno di una relazione tra autore e pubblico; non potrebbero esistere senza l’apporto del pubblico; sono antiautoriali ossia contro la paternità di un autore; devono nascere da processi maieutici di condivisione e di creazione collettiva; il loro obiettivo è di attivare, provocare e leggere i desideri e i sogni di chi abita un luogo e di trasformarli in una architettura.”

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: