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Appunti di lettura | 39.

In Libri con le orecchie..., Ponti di vista on ottobre 6, 2017 at 3:52 pm

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Più o meno a ogni uscita di questa rubrica (quasi una volta a settimana, almeno una ogni due) mi ripeto. La produzione di materiali interessanti – libri interi, testi lunghi o articoli brevi – è davvero incredibile e ogni giorno mi rendo conto di quanto sia azzeccato il moto che, di tanto in tanto, l’amico Emiliano Bertoldi utilizza recuperandola dalla sua pluridecennale esperienza nel mondo del sociale e della cooperazione internazionale: più parole, meno fatti. L’ho più volte fatta mia sua questo blog proprio perché la sento molto mia, non intendendo essa come negazione del pragmatismo – dell’agire – ma sua necessaria premessa, un passaggio obbligato. E’ evidente che stiamo parlando di qualcosa di molto diverso del parlare per parlare, ma dell’abitudine (non troppo diffusa) ad articolare il ragionamento, a mettere in relazione posizioni e punti di vista, a procedere argomentando dentro una discussione. Più parole meno fatti é la rivendicazione di un modo diverso di stare al mondo, di una necessità di respirare e di prendersi il tempo (consapevoli, io per primo, di “perderne” in questa maniera tantissimo), di una provocazione necessaria nel tempo dell’accelerazione costante.

Le città possibili.

l’Asilo | Beni comuni a Napoli: una sperimentazione che fa paura
Forse ripetere qualche concetto aiuta a capire il valore di sperimentazioni che – non da oggi – tentano di smuovere le forme di articolazione della vita urbana. “Questa sperimentazione fa paura e i tentativi di sminuirla o sviarne la sua natura sono all’ordine del giorno. Ripetiamo ancora e ancora una volta, brevemente, come stanno le cose: l’uso civico e collettivo urbano non è un’assegnazione, non è un affidamento ad una associazione. È un nuovo strumento giuridico che non identifica nessun soggetto privilegiato, ma garantisce un uso non esclusivo di un bene pubblico attraverso dichiarazioni collettive che danno a singoli, associazioni, realtà informali e sociali, la possibilità, in forma assolutamente gratuita, di usare spazi in modo mutualistico, attraverso scambio di tempi e competenze. Ci teniamo a ribadire che questa conquista è un patrimonio incredibile: è una forma di gestione collettiva, diretta e regolamentata, di beni sotto utilizzati e abbandonati. Una miriade di realtà su tutto il territorio cittadino ha saputo creare e realizzare attività culturali, artistiche, sociali: teatri, sale prove, ambulatori popolari, palestre, spazi per bambini e per anziani, sartorie, laboratori artigianali, campi di calcio, orti urbani e tanti altri mezzi di produzione culturale in luoghi accessibili a chiunque.”

Riccardo PiaggioLa sfida di Parigi: far uscire la cultura dai «bei quartieri» | Sole24Ore
Per sfuggire al gorgo delle gentrificazione e della riqualificazione urbana come strumento di esclusione ecco una riflessione assolutamente sensata e attualissima. Cultura non per i pochi che la possono apprezzare (o comprare) ma condivisa con molti, con tutti lì dove si può. “«La creatività – sempre scriveva Santagata nella prefazione a un saggio di chi scrive, avente come tema la progettazione della cultura, – è la capacità di risolvere i problemi. Produrre creatività è uno dei primi obiettivi di un sistema economico e sociale, mentre Ilcontesto è l’economia dell’ambiente culturale, le relazioni con il mondo e le sue diversità». Il 104, per dirla con Marc Augé, è ora precisamente un luogo, ossia un luogo di relazioni. Se la creatività è la connessione tra mondi possibili, la vita è la relazione tra persone reali. La sfida del Centquatre è portare Parigi nella sua banlieue, senza costringere i suoi abitanti a fare il percorso inverso.”

Sguardi a sinistra (?) o meglio al futuro.

Naomi Klein | La sinistra deve fare una vera rivoluzione morale | Il Manifesto
Abbiamo bisogno di pensiero, e Naomi Klein ha sempre contribuito con tesi accurate e spesso visionarie. “Le passate elezioni hanno anche evidenziato un’altra cosa: che i partiti politici non devono temere la creatività e l’indipendenza dei movimenti civili – e che a loro volta i movimenti civili hanno molto da guadagnare dall’incontro con la politica tradizionale. È un dato molto importante, perché i partiti tendono a voler esercitare il controllo, mentre i movimenti dal basso tengono alla loro indipendenza e sono quasi impossibili da controllare. Ma ciò che testimonia il rapporto tra Labour e Momentum (il movimento che sostiene Corbyn, ndr), o con altre ottime organizzazioni, è la possibilità di combinare il meglio di entrambi questi mondi e dare vita a una forza al contempo più agile e incisiva di qualunque impresa condotta in solitudine da partiti o movimenti. Ciò che è accaduto in Gran Bretagna è parte di un fenomeno globale. È un’ondata guidata da giovani che sono entrati nell’età adulta nel momento del collasso del sistema finanziario, e mentre la catastrofe climatica ha iniziato a bussare alla porta. Molti vengono da movimenti come Occupy Wall Street, o gli Indignados in Spagna. Hanno cominciato dicendo no: all’austerità, ai salvataggi delle banche, al fracking e agli oleodotti. Ma col tempo hanno capito che la sfida più grande è il superamento della guerra dichiarata dal neoliberismo al nostro immaginario collettivo, alla nostra capacità di credere in qualcosa al di là dei suoi cupi confini. L’abbiamo visto accadere con la storica campagna alle primarie di Bernie Sanders, alimentata dai millennial consapevoli che una prudente politica centrista non offre loro alcun futuro. Abbiamo visto qualcosa di simile con il giovane partito spagnolo Podemos, erettosi sulla forza dei movimenti di massa sin dal primo giorno.”

Alessandro Gilioli | Il grande bivio a sinistra | L’Espresso
“Piovono rane” è un blog su cui normalmente si trovano contributi di buon senso, e non è cosa da poco, prima che “di sinistra”, qualunque cosa voglia dire… “È evidente che non basta, che è poca cosa e disordinata. E che la sinistra europea avrebbe bisogno di fermarsi un secondo per decidere una buona volta che cos’è: se una sottomarca residuale dei partiti di centrodestra o una proposta politica autonoma e opposta sui temi portanti: modalità di creazione e di redistribuzione di ricchezza, rapporto con la finanza, welfare, scuola, ospedali, reddito, progressività dei sistemi fiscali, imposte di successione, la casa come diritto umano fondamentale, riduzione delle distanze siderali tra centri storici e periferie, intervento con la scure dello Stato su tutte quello forme di sottolavoro che si fanno chiamare “gig economy” perché schiavitù pare brutto. Eccetera eccetera.”

Rosaria Amato | Record di poveri, acquedotti colabrodo e diseguaglianze: ecco perché l’Italia è lontana dagli obiettivi Onu di sostenibilità | La Repubblica
Da dove partire quindi? Scegliendo sfide alte, approccio sistemico e strumenti di valutazione adeguati. “L’ASviS fa un ventaglio di proposte, che vanno dall’approvazione di leggi che da tempo giacciono in Parlamento, vittime di interessi contrapposti che non sono quelli del Paese, come la legge sul consumo di suolo, e quella di gestione delle acque, a innovazioni come l’introduzione del principio di sviluppo sostenibile nella Costituzione. Ancora, suggerisce la trasformazione del Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica (CIPE) in Comitato Interministeriale per lo Sviluppo, iniziativa che sarebbe anche pienamente coerente con i 12 indicatori sui quali dall’anno prossimo il governo dovrà misurare l’efficacia delle proprie politiche. E per le prossime elezioni, lancia una sfida: misurare i programmi di partiti e coalizioni sugli effetti che avranno non solo sull’economia ma anche sullo sviluppo sostenibile. “In Olanda lo fanno da tempo”, assicura Giovannini.”

Alessia Maccaferri | Welfare europeo in crowdsourcing | Nova24
Prosegue il percorso (sperimentale) di Commonfare, che in questi giorni fa tappa a Milano. Oltre il racconto delle buone pratiche la vera questione in ballo é capire – magari in anticipo – in che direzione devono muoversi le politiche per un welfare più capace di rispondere alle diverse esigenze emergenti dalla complesse condizioni sociali attuali. Domanda questa che apre scenari che non accettano risposte neutre e chiamano tutti a mettersi in gioco coraggiosamente. “C’è una grande eterogeneità dei sistemi di welfare e delle risposte – spiega Chiara Bassetti, capofila del progetto europeo Commonfare/Pie News (Poverty Income Employment)  – abbiamo pensato a un modo per offrire informazioni, mettere in contatto persone, comunità e iniziative distanti tra loro, scambiare best practice, generare esperienze e sostegno reciproco. Così si possono ottimizzare le risorse, evitare duplicazioni e magari individuare progetti scalabili.”

Luca Santini | Dalla precarietà al Commonfare | Alfabeta2
Un primo accenno ad un libro che credo possa essere utile a molti, in tutta Europa. “Rifare il mondo…del lavoro”, di Sandrino Graceffa ci indica una strada assolutamente interessate, che cambia i contorni e il contenuto sia del lavoro (come da titolo) che del welfare che ne deve sostenere le criticità. “Denominatore comune di questi progetti è la ricerca di una sintesi difficile: come creare fiducia e cooperazione in un ambiente economico competitivo? Come mantenere lo statuto autonomo prescelto dai lavoratori con una prospettiva di impresa collettiva? Come uscire dalla retorica del “fai da te” senza per questo cadere nell’etero-direzione salariata? E infine, la più dura forse di tutte le sfide: come garantire al produttore tutta la libertà del lavoro autonomo, e offrirgli al contempo le garanzie che continuano ancora a caratterizzare in via esclusiva il lavoro salariato (dal sussidio di disoccupazione, alle tutele sulla maternità e la malattia, eccetera)?” Queste le domande a cui trovare risposta. Welfare mutualistico (dal basso) e di piattaforma, con l’aggiunta – o la condizione di partenza – di forma generalizzate di reddito di base.

Andrea Daniele Signorelli |Rutger Bregman: reddito di cittadinanza subito | CheFare
Rutger Bregman invita e definisce l’utopia per realisti. E lo fa scrivendo (leggete il suo ultimo libro, non è la prima volta che lo cito) e condividendo quotidianamente i suoi pensieri lunghi. Pensieri che partono da una semplice (quanto apparentemente irrealizzabile) proposta: dare soldi a tutti, senza vincoli o condizioni particolari. “Ci sono da ribaltare le secolari convinzioni della destra e della sinistra. “È curioso, perché in verità il reddito di cittadinanza è una combinazione interessante di aspetti di sinistra e di destra. Da una parte, permette di sradicare la povertà; dall’altra lascia che sia il singolo individuo a fare le proprie scelte, senza la guida paterna dello stato. Oggi, invece, abbiamo il peggio di entrambe: il paternalismo della sinistra, convinta di sapere meglio dei poveri stessi quale sia il modo migliore per dare una svolta alle loro vite, e la visione della destra secondo la quale la povertà è causata da una mancanza di spirito di iniziativa.” 

Davide Agazzi | L’Italia alla prova della crescita inclusiva | CheFare
Chi é chiamato a prendersi cura dell’amministrazione cittadina (a Milano) prova a mettere a terra riflessioni che altrimenti rischiano di apparire eccessivamente filosofiche. Un aiuto indispensabile per capire la fattibilità di quelli che altrimenti possono sembrare sogni irrealizzabili e di matrice esclusivamente ideologica.
“Dipenderà, molto probabilmente, da quanto riusciremo ad agire seriamente e velocemente, con azioni incisive in grado di rigenerare sicurezza e fiducia. Sia come sia, l’aspetto indubbiamente positivo di questa fase è che, dopo un lungo sonno della ragione, si è ufficialmente aperta una stagione di caccia a quelle che Rutger Bregman definisce felicemente “utopie per realisti”: soluzioni radicali in grado di far fronte ai problemi più urgenti della contemporaneità.”

Giuseppe De Rita | Coalizioni in cerca di scopo | Corriere della Sera 
Fino a quando scriverà (e studierà, e ricercherà) Giuseppe De Rita rimarrà una risorsa di inestimabile valore al fine della comprensione del mondo che ci circonda. “Sarebbe a tal fine utile, per un sistema che si è dimostrato solido e che sta recuperando la sua dinamica spontanea, che non ci si facesse tentare da indebite personali fughe in avanti; e che le coalizioni in faticosa costruzione avessero il coraggio di porsi il semplice ma complesso «scopo» di gestire i due grandi processi di lunga durata che caratterizzano l’attuale momento: da un lato, l’integrazione lavorativa e sociale dei milioni di immigrati oggi presenti fra noi; dall’altro, la dinamica delle quattro filiere che ci fanno potenza internazionale (made in Italy, enogastronomia, industria dei macchinari, turismo); dedicandosi nel contempo al rinnovamento dei meccanismi e degli apparati decisionali, senza il quale non si governa la quotidianità dei due processi di lunga durata sopra citati. Per alcuni può essere poco, per altri troppo, ma è bene che non si sfugga alla assoluta necessità di elaborare scopi di coalizione e scopi di governo. È la primaria necessità dei prossimi mesi.”

Alberto Madricardo | Ribellarsi non basta: ci vuole il partito? | Ytali
La prima presentazione di questo libro è avvenuta alla presenza di Fabrizio Barca, da sempre una delle figure a mio modo di vedere più interessanti della politica italiana. Attento ai margini, alle aree (interne e non) meno illuminate non poteva non essere interessato ad un libro che si pone l’ambizioso obiettivo di immaginare forme di organizzazione delle fasce più popolari – i subalterni, non solo economicamente – capaci di indirizzare l’immaginario e l’azione politica di un partito. Sì, di un partito. Perché servono strumenti e luoghi per agire politicamente. “In un tempo in cui le conoscenze e le competenze necessarie alle decisioni di buon governo sono molto diffuse e la gestione dei processi complessi per mezzo dell’accentramento del potere non funziona, c’è necessità di creare un “potente sistema di deliberazione partecipata” che promuova i territori sulla base di una mobilitazione dei soggetti attivi su obiettivi specifici, quali la bonifica di un’area industriale dismessa, esperienze di mutualismo, promozione culturale del territorio, ecc. Il limite di queste esperienze è di essere rimaste sostanzialmente estrinseche al partito. È stata formulata una proposta di “creazione di un’Officina per l’attivismo territoriale” che promuova nel sistema dei circoli questo metodo di lavoro. Auspicio che – pare a me – ben difficilmente troverà seguito, visto il processo di vistoso svotamento della militanza di base nel Pd. Quello dei “Luoghi ideali”, che – come dice Lorefice – ha incontrato l’indifferenza dell’apparato del Pd, manca di un adeguato aggancio politico e sembra – come ha osservato Pietro Ignazi – “appeso al vuoto”.” In questo pezzo trovate anche una forte critica – decisamente condivisibile – all’analisi di Lorefice che si basa su una diversa interpretazione della realtà che ci circonda: “Se il futuro non suscita più il fervore dell’attesa, il presente non è più “il tempo dei preparativi”. Non è più dunque il tempo del partito, la cui funzione essenziale è di preparare la forza per la presa del potere. Caduto il futuro, “sull’altro versante delle cose” il partito rischia di essere un ponte verso il nulla: non il partito degli oppressi, ma la corporazione degli sconfitti.”

Libri e dintorni
Se passate per Milano – quartiere Giambellino – andate a fare una visita a Gogol & Company, capirete perché servono più librerie e luoghi d’incontro nelle nostre città.

Carlo Mazza Garanti | Il filtro del conflitto | Il Tascabile
Un autore – di cui non ho ancora letto nulla – che mi incuriosisce molto. “Certamente quello che mi interessa è un orizzonte che vada oltre lo stato-nazione, ma non per liberarsene. Credo che quelle frontiere esistano per durare e abbiamo una storia che in qualche modo le giustifica. M’interessa tuttavia mostrare che sono porose e che non condizionano tutto. Per quanto riguarda l’identità personale, ad esempio, non si è mai soltanto francesi ma sempre francesi e qualcos’altro. Si è cattolici, italiani, di famiglia ricca o povera: le definizioni sono accumulabili e soprattutto evolvono nel tempo, le identità non sono mai fisse. È questo che mi interessa mostrare in modo particolare, come le identità sono in continuo movimento.”

Arianna Cavallo |Vita da editor | Il Post
Il caso editoriale italiano (tante copie vendute, Premio Strega e il tema della vita in montagna rimesso in primo piano) visto da chi ne ha accompagnato la crescita e lo sviluppo. Il ruolo di chi aiuta a scrivere. “L’anonimato e l’alto tecnicismo richiesti all’editor non rendono chiare le sue mansioni al di fuori dall’ambiente editoriale: è una figura confusa, visto come un nerd polveroso, quando invece gli è richiesto un confronto incessante con il mondo, una curiosità pervasiva, sottigliezza psicologica nel trattare con gli autori e furbizia nello stare al mondo. Per essere un abile editor ci vuole tutto questo, ma la ragione per cui si inizia è un’altra e la stessa per tutti: l’ossessione snaturata per il testo. Tra la prima stesura e la stampa di un libro si srotolano le moltitudini di riletture dell’editor, che lentamente si ammala e si incaglia in quelle parole in fila e in quei ritmi. L’editor rilegge, rilegge e rilegge, provando a far scricchiolare le impalcature del testo, vagliando viti che non siano allentate e accarezzando la superficie per preservare i lettori da ogni scheggia: deve tenere la trama, la credibilità del dialogo, il nome di un incrocio tra due vie, la crescita sentimentale dei personaggi.”

Guido Vitiello | Buttare i libri non è peccato | Internazionale
Monito per un futuro evento che proprio sui libri in esubero si baserà. “Tutto si butta: vestiti logori, avanzi di cibi, pile di vecchie riviste, lampadine fulminate, oggetti che ingombrano senza dare nessun beneficio. Ora, in base a quale criterio dovremmo buttare la tarantola vibrante a pile da massaggio che ci hanno venduto al tavolo del ristorante e conservare, invece, uno dei centododici libri di Giampaolo Pansa che hanno la parola ‘vinti’ nel titolo, e che ingombrano molto di più? Per quale ipotetico inverno, formichine, stipiamo cose che non ci serviranno mai? E che se proprio dovessero servirci – ma non ci serviranno, fidatevi – le biblioteche stan lì apposta? “Fanne uno scatolone e mettili in soffitta”, dirà qualcuno. Ma siamo sinceri: chi è mai andato davvero in soffitta a recuperare un libro? La soffitta è come il ‘periodo di riflessione’ quando un amore finisce: una vigliaccheria. ‘Caro Atlante De Agostini 1992, ti sto scaricando, ma non ho il coraggio di dirtelo in faccia’.”

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