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#hablamos?

In Ponti di vista, Supposte morali on ottobre 11, 2017 at 10:51 am

panorama-427997_1920La faccio breve, come raramente mi succede. Alle 17.40 del 10 ottobre tutti gli occhi erano puntati sul Parlamento Catalano – un emiciclo angusto, non molto più grande di quello che ospita il Consiglio Provinciale della Provincia Autonoma di Trento, per fare un paragone facile facile – in attesa delle parole di Carles Puigdemont, Presidente della Comunità. Migliaia di telecamere e microfoni, oltre ai taccuini, pronti a raccogliere le sue dichiarazioni e a farle rimbalzare in ogni angolo del pianeta. Tutti in attesa di capire se la direzione presa dopo il referendum del 1 ottobre sarebbe stata quella dell’indipendenza, pur decretata unilateralmente, o del rientro nei ranghi degli indipendentisti, dopo la fuga in avanti della settimana scorsa e le tensioni di piazza, sfociate nel vergognoso uso della violenza del Governo spagnolo davanti e dentro i seggi allestiti per la consultazione popolare. Puigdemont si è fatto attendere, prendendosi un’ora in più di tempo per completare la stesura del discorso, scombinando i piani di dirette e maratone televisive e scegliendo poi una forma particolarmente dilatata di intervento – più di mezz’ora – partendo da molto lontano (la lunga storia dell’indipendentismo catalano e del suo rapporto con lo Stato centrale) e arrivando solo successivamente al cuore del suo pensiero:

«Arrivati a questo momento storico, come presidente della Generalitat [il governo catalano], assumo, nel presentare i risultati del referendum di fronte a tutti voi e ai nostri cittadini, il mandato per far sì che il popolo della Catalogna diventi uno stato indipendente sotto forma di Repubblica. Questo è quello che facciamo oggi con la massima solennità, per responsabilità e rispetto. E con la stessa solennità, il governo e io stesso proponiamo che il Parlamento sospenda gli effetti della dichiarazione d’indipendenza di modo che nelle prossime settimane possa iniziare un dialogo senza il quale non è possibile una soluzione condivisa.»

Una formula ambigua, volutamente non chiara e non esaustiva nel definire i contorni di una dichiarazione d’indipendenza che oscilla (per scelta politica, è bene sottolinearlo) tra l’ufficialità e la non ufficialità, tra la formalità e l’informalità, tra l’immediata attuabilità e la scelta di prendere tempo. E proprio quest’ultimo aspetto, il cambiare il ritmo dello svolgersi degli eventi, quello più rilevante assieme alla conseguenza immediata – riuscire a scontentare (quasi) tutti – delle parole di Puigdemont. Potrà apparire una decisione di debolezza (così la pensano alla sua sinistra, in Catalogna e fuori) o di dilettantismo (così lo descrivono gli “esperti”, che oggi deridono il suo comportamento) ma potrebbe rivelarsi un’interessante via di fuga.

Rallentare il processo permette di mantenerlo aperto, rispondendo alla richiesta – fortunatamente arrivata da più parti – di restituire alla politica il compito di produrre condizioni utili al dialogo e alla gestione generativa dei conflitti, anche i più complicati. Questa non è una lode alla condotta di Puigdemont, personaggio politico che abbiamo avuto la possibilità di conoscere meglio solo nelle ultime – concitate – settimane. E’ il tentativo di non leggere quello che sta accadendo in Catalogna dentro la polarizzazione delle posizioni che ci è familiare perché ci permette di schierarci, tifando chi riteniamo simile a noi. E’ la segnalazione dell’esigenza di rifiutare la continua accelerazione dei tempi del pensiero e dell’azione politica, operazione questa volta alla negazione di possibili – necessarie, legittime – mediazioni. Mediazioni possibili solo attraverso il dialogo, inteso come pratica del dubbio e della messa in discussione dello status quo, nell’ottica di produrre, laddove possibile, scenari futuri condivisi.

Puigdemont non ha semplicemente ributtato la palla nel campo del Governo spagnolo, apparentemente poco propenso a mettersi al tavolo del negoziato. E non si è neppure limitato ad aggiungere una sedia per l’Europa, fino a oggi osservatrice disattenta e ininfluente. Ha rotto – scopriremo poi se solo per una motivazione di puro opportunismo, vistosi in un vicolo cieco – la linearità della sceneggiatura che molti commentatori descrivevano come già completamente scritta, togliendo la possibilità di utilizzare la stessa linearità (semplificazione?) nella definizione delle posizioni in campo. Puigdemont ci ha ricordato che i tempi della politica sono lunghi, o addirittura lunghissimi, e molto diversi dall’immediatezza che l’epoca che viviamo ci chiede continuamente e che non esistono scorciatoie – anche se tutti le cercano continuamente – rispetto alla lenta e spesso contraddittoria elaborazione collettiva che la politica è chiamata a esercitare costantemente, in ogni campo. Lo ha fatto soprattutto nel passaggio in cui, facendo storcere il naso a qualcuno, si è spinto a dire che le Costituzioni (riferendosi in particolare a quella spagnola del 1978) non vanno intese come punti di arrivo – definitivi e immutabili – ma come punti di partenza, necessaria base da cui muovere nuovi passi.  Puigdemont, andando molto oltre i confini della questione catalana, ha restituito il primato alla parola.

#Hablamos?

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