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Appunti di lettura | 40.

In Ponti di vista on novembre 1, 2017 at 7:50 am

Inquinamento_Pouya Derakhshan

Buttarsi nel grande mischione e provare a uscirne migliori. Questo l’obiettivo di questa puntata di Appunti di lettura. Sta succedendo qualcosa di particolarmente interessante – può essere solo una mia parzialissima interpretazione – dentro mondi molto diversi tra loro, ma che descrivono attraverso una strana e per nulla lineare emersione di contenuti e pratiche la possibilità di promuovere cambiamenti radicali nelle politiche pubbliche e, più in generale, nell’approccio generale al futuro. Europa e territori. Trasformazione delle città e delle loro comunità. Innovazione tecnologica, sociale e culturale. Gestione e cura dell’ambiente e del territorio. Immigrazione e cittadinanza. Più nel profondo – come dimensione trasversale e non del tutto compresa – azione politica, militante e radicale, di tipo collettivo. Scusate se è poco. Avanti!

Città, tra grandi rischi e grandi opportunità.

Maurizio Cilli |Rigenerazione urbana: l’approccio alle comunità | CheFare
Dopo l’outing di Richard Florida sulla fallibilità del suo approccio di rigenerazione basato sul ruolo centrale dei creativi e delle loro attività ora siamo chiamati a una riflessione più profonda e meno modaiola. “I margini di radicamento e la buona riuscita dei progetti di rigenerazione dipendono, essenzialmente dal grado di attenzione dell’approccio, dalla cura con la quale, dalla fase di ascolto, si produce una reale condivisione di contenuti e degli obbiettivi. Tutte variabili direttamente connesse alla costruzione di un’architettura sociale stabile e inclusiva. In questo senso assume un’importanza decisiva la definizione di una comunità coesa di riferimento, spesso difficile da individuare e interpretare. Qui il progetto di rigenerazione deve ricercare nella forza di visione le sue forme di stabilità e consolidare il grado di apertura della comunità nascente verso contributi che possono nutrirla anche dall’esterno.”

Lucrezia Cippitelli | Quartiere Adriano: interrogare le parole | CheFare
Da Milano – dove torneremo a breve con un itinerario specifico del “Viaggio nella solitudine della politica” – muovono diverse sperimentazioni che si inseriscono in una più ampia e articolata visione di città in trasformazione. “Abbiamo quindi capito che il nostro operare avrebbe navigato in questo mare, pieno di scoperte e anche di rischi, e che avremmo puntato a progettare e far realizzare un’esperienza che coinvolgesse degli spettatori non specializzati dell’arte, e che l’oggetto culturale finale sarebbe stato non una esperienza estetica verticale (dall’autore allo spettatore, che sia uno spettatore di addetti al contesto dell’arte a un passante in uno spazio urbano monumentalizzato), ma piuttosto un processo biunivoco di comprensione, cocreazione, autonarazione, mediazione tra le necessità dell’individuo e le istituzioni, costruzione di spazi di socialità, informazione e comunicazione.”

Sole24Ore | Italia: i centri si spopolano, raddoppiano le case vuote
Dobbiamo fare molta attenzione a un fenomeno che ha a che fare con l’innovazione (AirBnB, ecc,) e con l’incapacità di innovare (del commercio al dettaglio ad esempio) che rischia di rendere fragilissimo il tessuto sociale di parti significative delle nostre città.

Paolo Baroni | Troppi furgoni, città in allarme per il boom di commercio online | LaStampa
Quali conseguenze riversa Amazon su di noi? Cambia i modelli di produzione e consumo, come è intuibile senza effettuare ricerche neppure troppo approfondite. Moltiplica (e moltiplicherà) l’impatto della logistica sulla dimensione urbana. “Ma in scala ridotta anche le città italiane si trovano a fare i conti con gli stessi problemi. Basti pensare che quest’anno Poste Italiane, che da sole gestiscono circa la metà delle consegne legate alle vendite via Internet, sfonderanno il muro dei 50 milioni di pacchi consegnati rispetto ai 41 del 2016. «Le città sono il cuore dell’economia globale – scrivono gli esperti di McKinsey – e rappresentano più dell’’80% del Pil mondiale. Strade, binari ed altre vie di comunicazione sono le arterie che nutrono questo cuore. E quando queste si intasano producono esiti molto gravi»: le imprese e i residenti soffrono ed i costi (a causa del tempo che si perde negli ingorghi, i maggiori consumi di carburante ed il rallentamento delle attività economiche) si impennano. ” 

Massimo Calvi | Il bike sharing libero una provocazione necessaria | Avvenire
Alcune finiscono nei Navigli. Altre vengono ritrovate a Monza. Ma – come dice bene Avvenire – la provocazione serve ad accellerare la transizione lì dove la sharing economy (sotto forma di due ruote cinesi) può riuscire a dare una spinta decisiva verso nuovi modelli di mobilità sostenibili. “Una popolazione che mostra di non sopportare il “disordine” su due ruote rivela anche di essere assuefatta in modo preoccupante al caos dei veicoli a motore. Auto e furgoni sono realmente parcheggiati ovunque, sui marciapiedi, in seconda e terza fila, sulle strisce pedonali, sulle piste ciclabili. E quando si muovono, a differenza delle biciclette, inquinano. Eppure a scatenare le polemiche è il caos marginale delle due ruote. Forse l’inciviltà di chi sta abusando del bike sharing, come gli atti di vandalismo, derivano da una cultura arretrata in termini di mobilità sostenibile, e non a caso si dimostra particolarmente violenta dove la mobilità è già molto difficile ed è più complicato sperimentare il beneficio di potersi muovere pedalando senza tanti problemi.”

Valentina EvelliPortinaio di quartiere, senza fondi si chiude | La Repubblica
Esperimenti di vicinato solidale e mutualistico che si scontrano con la necessità di individuare modelli che si sostengano senza l’intervento dell’ente pubblico a finanziare. Faticando a trovarne uno davvero credibile.

Mariangela Campo | La Recyclerie: a Parigi un esempio virtuoso di economia circolare ed equità socialeehabitat.it
Buone pratiche certo, ma che sanno mettere a terra modi di vivere – prima che di produrre o ri-produrre – più appropriati al tempo che viviamo. “Un centro di svago incentrato sulle nuove pratiche della vita quotidiana, immerso in un universo che utilizza la low-tech – cioè quella tecnologia che per la costruzione dei dispositivi utilizza materiali naturali, attraverso processi sostenibili, che rispettano gli equilibri naturali preesistenti [NdR] -, la trasmissione e la riappropriazione di tradizioni utili.”

Cooperare, includere, innovare.

Monica Bernardi | Cooperare, includere, innovare | Stati Generali 
La via di fuga dalla sharing turbocapitalista? “Si tratta di quello che Trebor Scholz definisce platform cooperativism: un cooperativismo digitale di piattaforma che consente di costruire un’economia digitale democratica e mutualistica di proprietà degli stessi utenti. Scholz suggerisce di “clonare” l’impianto tecnologico delle piattaforme online e di metterlo al servizio di un modello cooperativistico basato sulla solidarietà tra lavoratori, proprietari, comunità e città. L’unico modo per arrivarci è ridisegnare l’infrastruttura insieme ponendo al centro la democrazia, perché “non è possibile opporsi alla diseguaglianza economica facendo affidamento sulla benevolenza dei proprietari”, occorre portare la tradizione delle imprese cooperative nell’economia online, unire il peer-to-peer e le cooperative con i mercati online, insistendo sulla proprietà comunitaria e sulla governance democratica.”

Neal Gorenflo | Shareable! È tempo di condivisione | CheFare

Quei marpioni di CheFare sono riusciti nell’impresa di pubblicare insieme a Edizioni di Comunità: Shareable!. In attesa di leggere per intero il libro ecco qui la prefazione. “Crediamo inoltre che gli esseri umani siano i maestri della condivisione sulla Terra. La condivisione è il nostro passato e il nostro futuro. Non potremo sopravvivere a tutte le crisi che si stagliano all’orizzonte senza condividere, collaborare, e agire secondo questa verità essenziale: siamo tutti sulla stessa barca. Questo libro, come Shareable, è un invito a unirsi a coloro che riconoscono queste verità, e che cercano di vivere pienamente, proteggendo ogni forma di vita sulla Terra.”

Letizia Chiappini | Per una sharing economy di comunità | CheFare
E’ arrivato il momento di circoscrivere e definire meglio i contorni delle varie sharing, capendo che fare di quella che vive di estrazione e accumulo di ricchezza e riflettere sul radicarsi – a macchia di leopardo – di fenomeni di nuovo mutualismo, a diversi livelli d’intensità e diffusione. “Il problema rimane sempre politico: il dibattito pubblico deve essere accompagnato da scelte politiche in grado di governare sistemi socio-tecnici complessi e garantire spazio alle alternative locali. Sono le comunità locali che devono guidare l’esodo digitale, mi riferisco qui alla resistenza e l’attivismo urbano di Berlino, Barcellona e Amsterdam, casi in cui esistono barricate contro la logica estrattiva del capitalismo di piattaforma. Tutto inizia con il rifiuto, con il coraggio di dire no all’economia libera e al paradigma sfrenato del mercato, per combattere le condizioni di lavoro precarie e la rivolta contro i monopoli di Internet e dimostrare che un’altra economia è possibile.”

Paolo Venturi | Aria, acqua, terra e clima: la salvezza dei beni comuni in mano alla società civile | La Repubblica, Economia
Paolo Venturi – solo apparentemente facendo un passo indietro – mette ordine nel vocabolario dei beni comuni: “Oggi sappiamo che il benessere (well-being) dipende non tanto dalla dotazione di ricchezza economica, ma da tre categorie di beni: privati, pubblici e comuni. Il bene comune e il bene pubblico però non sono la stessa cosa, anche se in questi anni c’è chi ha fatto di tutto per confonderli. La differenza consiste nel fatto che la fruizione di un bene pubblico non richiede forme di aggregazione, ossia viene fruito in maniera individuale, mentre il bene comune non solo è di tutti, ma per poterne godere è indispensabile una certa convergenza d’intenti e d’azione.” 

Marco Belpoliti, Roberto Gilodi | Povertà, status sociale e beni relazionali | Doppiozero
Abbiamo bisogno di fotografie il più possibile precise di ciò che ci succede attorno. Per capire e per agire. Se è finita la fase storica della “cetomedizzazione”, in che direzione si sta muovendo la società. “Il senso del fallimento. Basta niente. La paura è in conseguenza di un senso di nientificazione, di nullificazione. La sensazione di essere “rien”. Cosa sono? Niente. Perché il racconto sociale parla di altro e io non ci sono dentro. Il racconto sociale parla di un paese che tiene, di opportunità che si aprono, di voltar pagina, di cambiare passo, e io non riesco a cambiare passo, e resto al margine, e sono fallito. Se io sono fallito, c’è la depressione, e vado tra gli scoraggiati oppure c’è la chance della rivolta: se sono fallito è colpa di qualcuno, che mi ha portato via quello che mi spettava. Chi è questo qualcuno? O sono le multinazionali o quelli dei vaccini o dei farmaci o la lobby ebraica. Ma questi sono lontani. Oppure il marocchino che ha degradato il mio quartiere, il nero che immagino stia nell’albergo 5 stelle, e allora: perché a loro sì e a me no? E parte lo sguardo trasversale, il malocchio invece dello sguardo verticale. L’invidia dei poveri. Sono i serbatoi dell’odio di cui parla Sloterdijk che crescono, non ci sono più le banche dell’odio che lo stoccavano, la Chiesa e i partiti che promettevano in modo differito nel tempo il momento in cui tutte le cose sarebbero tornate in equilibrio, la giustizia…”

Paolo Venturi, Flaviano Zandonai | Le nuove virtù dello scambio | Tempi ibridi
Un campo particolarmente significativo del dibattito pubblico gira attorno ai temi della condivisione – come abbiamo visto sopra – e del mutualismo. “C’è poi la “terra di mezzo” che Mauro Magatti delimita tra il “venduto” del mercato e il “mediato” dallo Stato. Un’area una volta caratterizzata soprattutto da principi di reciprocità e informalità. Una lunga radice di antropologia culturale che oggi è un reliquiario di comunità in cerca d’identità, di una “naturalità nostalgica” periodicamente rispolverata come ultimo baluardo contro la tecnocrazia statalista e mercatista. Ma questo luogo è molto cambiato negli ultimi anni. Ha ormai rotto il legame con i suoi archetipi originari (la comunità naturale) e ha fatto i conti sia con l’economia estrattiva del capitalismo industriale e cognitivo che con la burocrazia del welfare della programmazione e degli interventi standard, soprattutto grazie ai soggetti imprenditoriali del terzo settore.” 

 

Tra Europa e territori.

Michele Kettmajer | Statolatria e sussidiarietà | Nova24Ore
In questo pezzo si mettono insieme tante cose e si prova – giustamente – a trovare una sintesi di ciò che si sta muovendo, in maniera piuttosto confusa, sul terreno europeo. E’ un impegno urgente, obbligatorio per chi sente il bisogno di cercare un’exit strategy rispetto allo status quo nel quale stiamo annegando. “Nel caso della democrazia i cambiamenti sono sociali, tecnologici, economici e sacri. Direi che è normale un collasso, soprattutto se nel modello non sono previste innovazioni radicali per vivere e migliorarsi. Pare che questo modello abbia teso solo alla sopravvivenza ma spesso non basta per costruire il futuro. Se siamo arrivati a questo punto non incolperei la politica, internet, l’economia, le fake news, i vecchi media, la tecnologia, le religioni o l’individualismo. E’ come dare la colpa agli altri ma non a noi.”

Movimenta | Dall’Europa degli Stati all’Europa… |
Dall’offerta politica “tradizionale” sfugge la proposta europeista che Radicali e Movimenta stanno cercando di mettere in strada. La seguo con curiosità e non è detto (anzi è auspicabile…) ci si possa lavorare insieme. “Serve passare dall’Europa degli Stati all’Europa dei cittadini. E arrivare così ad un rapporto diretto e non mediato da “traduzioni” nazionali in base alle quali quando va bene è merito del governo di turno, e quando va male è colpa di Bruxelles. Bisogna mostrare ai cittadini l’impatto inequivocabilmente positivo che l’Europa ha nella loro vita di tutti i giorni. E questo non si fa con una “migliore comunicazione” istituzionale come hanno continuato a ripeterci dagli anni ’90 in poi. Dopo venticinque anni in cui la cittadinanza europea è servita al massimo per votare alle elezioni locali in un Paese diverso da quello di appartenenza o per avere protezione consolare in un Paese extra-europeo, si fa dando reale sostanza alla cittadinanza europea attraverso un collegamento con le preoccupazioni, i bisogni e le speranze quotidiane degli europei.”

Cesare Germogli |Europa federale: per DiEM25 si può (e si deve) sognare | L’Indro
Le alleanze possibili – sul fronte europeo – sono tutt’altro che assenti e da tempo sostengo che la discussioni tra le varie anime federaliste debba darsi un obiettivo comune, molto più affascinante che l’unione (questa sconosciuta) delle sinistre. “Dopo aver aperto il vaso di pandora del nazionalismo, dopo aver imposto imperialismo e globalizzazione, l’Europa ha oggi il compito di traghettare il mondo verso un nuovo modello politico, che superi la crisi parallela dello stato nazionale e della globalizzazione. E questo significa innovare, tornare a trovare nella politica uno spazio di sperimentazione e avanguardia. Perché oggi l’Europa è la metafora del mondo che verrà.”

Donatella Di Cesare | In crisi la centralità degli Stati | Corriere della Sera
Una spinta – tutta politica – dovrà arrivare anche dalla definizione più precisa del ruolo delle migrazioni dentro le trasformazioni planetarie e la ridefinizione del concetto di cittadinanza. Troppo a lungo la filosofia si è crogiolata nell’uso edificante della parola «altro», avallando l’idea di un’ospitalità intesa come istanza assoluta e impossibile, sottratta alla politica, relegata alla carità religiosa o all’impegno etico. Ciò ha avuto effetti esiziali. Anacronistico e fuori luogo, il gesto dell’ospitalità, compiuto dagli «umanitari», quelle anime belle che credono ancora nella giustizia, è stato spesso bersaglio di scherno e denuncia. Anzitutto da parte della politica che crede di dover governare obbedendo allo sciovinismo del benessere e al cinismo securitario. In questo libro il migrante entra nelle porte della Città come straniero residente. Per capire quale ruolo possa svolgere in una politica dell’ospitalità si è percorso un cammino a ritroso, che non segue però un ritmo cronologico. Le tappe sono Atene, Roma, Gerusalemme. Tre tipi di città, tre tipi di cittadinanza ancora validi. Dall’autoctonia ateniese, che spiega molti miti politici di oggi, si distingue la cittadinanza aperta di Roma. L’estraneità regna invece sovrana nella Città biblica, dove cardine della comunità è il gher, lo straniero residente. Letteralmente gher significa «colui che abita». Ciò contravviene alla logica di saldi steccati che assegnano l’abitare all’autoctono, al cittadino.”

Francesco Palermo | Referendum, e adesso? |
Corriamo e rischiamo di perdere di vista l’evoluzione di fenomeni che non accettano la fretta e la semplificazione, come quello della gestione (politica prima che amministrativa…) dei territori, in contrapposizione con la centralizzazione del potere. Ci siamo già dimenticati dei referendum veneto e lombardo? Il pezzo di Francesco Palermo non è invecchiato in una settimana. “Terzo, e soprattutto: questi referenda sapranno mettere in moto una discussione seria sulle modalità di governo di questo Paese? La consapevolezza della profonda diversità tra le diverse regioni italiane, sotto ogni punto di vista, non si è finora mai tradotta in una seria valutazione dell’opportunità di un assetto territoriale in grado di rispondere a tali diversità. Il potere centrale ha sempre seguito il dogma dell’uniformità delle regole, ignorando come regole identiche calate in contesti assai differenziati producano esiti assai diversi, quindi finendo per ottenere il contrario di quanto voluto. E tuttavia questo atteggiamento è stato sempre supportato da un sistema politico non territorializzato e da un contesto culturale e accademico assai centralista, e ultimamente rafforzato da piccoli e grandi scandali regionali. Mancando una cultura autonomistica, il tema è stato finora soggetto a mode e al clima politico del momento.”

Veronica Raimo | Allucinazione di massa | Il Tascabile
“La gente” di Leonardo Bianchi (minimum fax) è uno dei prossimi libri che leggerò. Mi incuriosisce – a distanza di dieci anni da “La casta” – uno sguardo critico verso il basso, lì dove sta il popolo che ha sempre (???) ragione. “Si è cominciato a parlare più di “gente” e meno di “popolo” con Berlusconi. Nel libro “La sinistra populista” di Sergio Bianchi, del ‘95, che è stato il primo a teorizzare linguisticamente “gentismo” e “populismo”, si dice che Gente o “gente” è l’evoluzione del vecchio popolo, legato ai grandi partiti – DC o PCI; “gente” non è legato a un’ideologia, ma viene fuori dalla retorica sondaggistico-pubblicitaria ed è caratterizzato dal consumo di informazioni, merce e politica. Però anche il termine “people” è ambiguo. Un libro della politologa Margaret Canovan, chiamato proprio “The People” traccia una breve storia di come il concetto di popolo si sia evoluto in varie società, dagli antichi romani agli Stati Uniti. C’è una costante contraddittoria, ossia che il popolo è fonte di legittimazione di ogni potere, ma allo stesso tempo il soggetto che può abbattere quel potere. Dal mio punto di vista, tutta la politica continuerà a giocarsi sul come bilanciare queste due spinte.”

*Immagine di Pouya Derakhshan

 

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