trento|italia|europa|mediterraneo|mondo

Appunti di lettura | 41.

In Libri con le orecchie..., Ponti di vista on novembre 17, 2017 at 3:37 pm

Luke_Renoe

Stati, confini, territori, politica.

Steven Forti | Catalogna, una settimana cruciale. Come evitare il baratro | Micromega
L’attenzione si è abbassata, ma il tema è aperto. “Quello catalano è un problema politico, che riguarda tutta la Spagna, un paese che sta vivendo una crisi multilivello profonda: è necessario avviare un vero dialogo politico – completamente assente nell’ultimo lustro – con la proposta di soluzioni che permettano di superare un’impasse che potrebbe essere eterna, con tutte le conseguenze che si possono immaginare. Iniziando da una riforma della Costituzione e valutando la possibilità della celebrazione in Catalogna di un referendum di autodeterminazione accordato sullo stile scozzese nel futuro prossimo. 
Tutto è possibile. Basta che ci sia la volontà politica, degli uni e degli altri. Senza perdere altro tempo. Senza scaldare di più gli animi. Senza mettere ancora di più a rischio le istituzioni catalane recuperate dopo la fine della dittatura franchista. Senza usare solo i tribunali per risolvere un problema che è politico. Senza rischiare di portare un paese europeo verso il baratro.”  

Paul B. Preciado | Disforia nazionale | Internazionale
Un punto di vista che sento molto mio perché sfugge a schemi preconfezionati. “Mentre seguo lo svolgimento del conflitto tra indipendentisti catalani e unionisti spagnoli dall’altra parte del Mediterraneo, mi rendo conto di soffrire di un’incapacità a comprendere quello che gli uni e gli altri definiscono “nazione”. Non vedo la nazione, non la sento, non la capisco. Sono insensibile alle modalità affettive che suscita la patria. Patria, padre, patriarcato, ho ormai abdicato da queste cose. Non capisco a cosa si riferiscono gli uni e gli altri quando parlano della “loro storia”, della “loro lingua”, della “loro terra”. Spagna, Catalogna, sono nomi che non mi fanno vibrare. Non risuona nulla in me. Al contrario, ho sempre ascoltato la parola Spagna con diffidenza e paura.”

Amador Fernández-Savater | Cosa celano le bandiere (una congettura) | El Diario
Le condizioni economiche/sociali che “aiutano” la costruzione di uno spirito indipendentista. “Detto tra noi, non ritengo che il proliferare di bandiere equivalga puntualmente ad un rafforzamento del sentimento nazionalista. Mi spiego: questo rilancio non ha alcun costrutto, si fonda solo sull’esigenza del governo centrale del “pugno duro” (invece del porgere la mano o del “dialogo”) e su emozioni condivise per “la Roja” (la nazionale di calcio spagnola, i cui successi negli ultimi anni si devono al Barça di … Guardiola!).
La bandiera codifica dei disagi molto contemporanei: l’incertezza esistenziale in tempo di crisi e la domanda di ordine e stabilità. Questo è il contenuto effettivo e sostanziale dell’attuale spanishness. Non troverete gli elementi religiosi, marziali o eroici del nazionalismo spagnolo “classico”. La paura e l’urgenza securitaria è quanto s’invoca, non già la nostalgia di una Spagna imperiale o simili. Questo penso.”

Marco Dotti | Tempo di populismo per l’Europa | Vita
“Faremmo meglio a mettere in discussione la dialettica della globalizzazione, che da un lato unifica gli stili di vita su scala planetaria e, dall’altro, suscita nuove frammentazioni come reazione. Dovremmo domandarci se il fiorire dei separatismi non sia il risultato di una crisi generalizzata dello Stato nazionale, crisi che risale almeno al 1930, e del fatto che molte nazioni hanno perso ogni attrattiva per le regioni che le compongono. L’abbandono dei grandi progetti collettivi, la mediocrità della classe politica e la corruzione hanno svolto anch’esse il loro ruolo nel disincanto e nel “disamore”. In cosa, oggi, le nazioni sanno ancora ispirare entusiasmo? Certe nazioni si lamentano che non sono più amate. Dovrebbero chiedersi in che cosa, oggi, potrebbero esserlo.” 

Scenari in (frenetico e non lineare) cambiamento.

Beppe Caccia | La cura per gli altri ci salverà | Il Manifesto
Il “prendersi cura” come programma politico. Il “tenere insieme” come obiettivo primario. “Il neoliberismo è politica senza amore. Incarnazione di avidità e indifferenza, come lo stesso Trump. Scatenare l’odio contro i più vulnerabili ne è un aspetto essenziale. Per questo è decisiva la scelta di un’impostazione «intersezionale» compiuta da molti movimenti americani. Significa comprendere come i vari problemi, di razza, genere, reddito, condizione migrante, crisi climatica, si incrocino e si sovrappongano all’interno dell’esperienza individuale di vita. E anche nelle strutture profonde di potere. Dobbiamo essere capaci di mostrare il ruolo giocato dalla politica della divisione e della separazione. Ribaltarla e non seguirla.”

Mauro Magatti | Società civile: un paradigma che si cambia dal basso | Vita
Flaviano Zandonai | La società civile non è una cosa ma un processo | Vita
Johnny Dotti | La comunità viene prima della legge | Vita
Una piccola – ma ricca – serie di interventi sul tema non ancora esausto della società civile e del suo ruolo, reale o potenziale. Magatti: “L’elemento buono della società civile è la sua pluralità e la sua fioritura dal basso. Una fioritura che ha bisogno di condizioni e continuamente si scontra con il tentativo di controllarla, di metterci le mani sopra: lo fanno i partiti, lo fanno i grandi interessi economici ma lo fanno, ahinoi, anche pezzi della stessa società civile.” Zandonai: “C’è qualcosa nel mezzo, tra il nascere e il diventare associazione, cooperativa e istituzione. Qualcosa, intendo, che attiene al design e accompagna, sostiene, agevola in maniera non invasiva il formarsi di esperienze vive di società civile. Queste tecniche di “spinta gentile” diventano sempre più efficaci, grazie alle tecnologie e al digitale. È una grande novità rispetto al ciclo di società civile che abbiamo vissuto nei decenni scorsi.” Dotti: “La comunità viene prima della legge. Se non abbiamo una comunità prima della legge, la legge diventa il cavallo di Troia per corrompere da dentro quel legame spirituale e quell’obbligazione morale che crea legami fra gli uomini. La tecnocrazia non è in grado di intervenire sull’obbligazione morale, sulla parola, sull’affetto che ci lega, mentre è assolutamente capace di intervenire sul mondo astratto dell’istituzione societaria. Il punto vero è che stiamo cancellando qualsiasi traccia di comunità, con problemi enormi. Alla comunità non è lasciata “parola” ma viene derubricata a dialetto, non viene lasciata azione ma tutto è precostituito dal punto di vista legislativo. Tutto l’immaginario della comunità viene colonizzato dall’istituzione.”

Tiziano Bonini | John Thackara: immaginare oggi il mondo di domani | CheFare!
Non un pezzo nuovo, ma che trovo ancora attualissimo. “Un’economia basata sui beni comuni e orientata alla cura degli uomini genera forme di ricchezza di cui si fa carico la comunità, una generazione dopo l’altra. Quest’idea incarna un impegno a lasciare le cose “un po’ meglio di come le abbiamo trovate” invece che estrarre valore da esse il più velocemente possibile, come succede ora. Niente di tutto ciò che sto dicendo è nuovo. La cura collettiva dei beni comuni ci riporta dannatamente indietro nel tempo. Descrive il modo in cui le comunità gestivano la terra comune nell’Europa medievale. Un’economia basata sulla cura degli uomini è esistita lungo tutta la storia umana – badare l’uno all’altro, badare alla terra comune, in molti modi diversi, molti dei quali non includono lavoro salariato. Molte persone dicono che abbiamo bisogno di concentrarci su soluzioni che possano essere scalabili – questa è la globalizzazione – ma io non sono d’accordo. Ogni contesto sociale ed ecologico è unico e le risposte che cerchiamo sono contenute in un’infinità di bisogni locali.”

Paolo Venturi | Il peggior nemico dell’innovazione sociale è la politica che non la capisce | Linkiesta
“La politica inoltre vive a breve termine – continua Venturi – mentre le iniziative di pubblica utilità dovrebbero avere tempi lunghi, dovrebbero essere accompagnate con perseveranza e pazienza. Le politiche pubbliche dovrebbero avere l’obbligo di parametrare ogni scelta un orizzonte più lungo del presente. Gli effetti del breve termine, di quello che io chiamo il cortotermismo, si scaricano sempre sui più deboli. Ormai i meccanismi di produzione del valore sono circolari. La politica si deve misurare su come si fa nuova economia, nuovo welfare, nuova società. La spesa pubblica è lievito, né ridistribuzione, né reddito di ultima istanza. Non deve mettere pezze sui problemi, ma diventare un pezzo di welfare”.

Robert B TalisseDemocracy is like fun: you can’t set your mind to having it | aeon.co
Un interessante spunto rispetto alle pre-condizioni alla realizzazione di una nuova dimensione della democrazia. “As democracy rests on civic friendship, it is perhaps no surprise that in order to practise better democracy, we need to engage with each other on matters that are not political. Our civic lives must be structured around shared activities and common experiences that do not have politics at their core, arenas of social engagement that are not already structured and plagued by political categories. We must seek out activities that will involve us in cooperative endeavours with others who, for all we know, have opposing political views from our own. We must talk with strangers about matters of substance that are not at all political. We must create sites of social involvement in which party affiliation and platform allegiance are simply beside the point. We must ‘tune out’, not from society as such but from society as it is constructed by democratic politics. In short, if we want to do democracy right, we need sometimes to do something else entirely.” 

Del lavoro (e quello che gli sta attorno) che cambia.

Cristina Morini | Uberizzazione dell’economia | Doppiozero
La fase della critica ai nuovi profeti del lavoro flessibile e on demand unita alla definizione di un nuovo scenario di intervento sindacale/politico/sociale. “È molto interessante, dal mio punto di vista, che i presupposti di una rete mutualistica, partano da questo snodo, immaginando “contropartite per il lavoro svolto fuori dall’impiego”. Si legge: “Bisognerebbe pensare a forme di remunerazione per coloro che si occupano dei loro genitori, dei loro figli, dei loro vicini o che si mobilitano per la creazione di legami sociali nel loro quartiere […] uscendo da una visione riduttrice che è troppo a lungo prevalsa nella nostra società”. Il ragionamento porta a concepire forme di reddito universale in cambio di una attività o funzione utile all’interesse generale, che va a contribuire al bene comune, a modi migliori di vivere insieme: dal lavoro di cura, alla cura della campagna, all’accoglienza turistica delle regioni, alla costruzione e all’intrattenimento dei paesaggi di cui beneficiano tutti. Graceffa solleva il tema dei corrispettivi, dei riconoscimenti “anche simbolici”, legati al ruolo che ciascuno individuo può giocare nella società. Benché non si parli di reddito incondizionato, l’idea di connettere forme di reddito alla costruzione di comune mi sembra azzeccata, anche considerando che tale costruzione è già in atto nella società: si tratta di aiutarla a individuarsi, riconoscendola, si tratta di salvaguardarla, cosicché ancora, e meglio, possa svilupparsi. D’altro lato, non si avvicina, forse, tale proposta, all’idea del Commonfare, di un Welfare del comune, che cerchiamo di precisare e di rappresentare, creando connessioni tra esperienze collettive, generazione di comunità, a partire dal riconoscimento della ricchezza collettivamente prodotta? “Praticabilità della vita, e quindi del lavoro e della produzione”, ha scritto Lucia Bertell in un bel libro che si intitola Lavoro ecoautonomo, “intrapresi e portati avanti a partire da combinazioni di vecchie e nuove categorie: reddito, rimuneratività, relazioni di utilità e vita, diversamente combinate e significate”.”  

Effimera | Basta con il lavoro!
“Insomma, più che rievocare il fantasma del lavoro, è necessario pensare a come costruire un orizzonte nuovo oltre il peso dei fantasmi. Ciò non nega affatto l’importanza delle battaglie per i diritti dei lavoratori salariati, ma implica un allargamento dello sguardo a tutto ciò che c’è fuori. Perché fuori alle porte del lavoro salariato, oltre il perimetro della cittadella assediata, all’ombra dello stato sociale novecentesco, c’è un mondo che bussa forte, con soggetti che provano a resistere e a realizzare sogni e desideri. Chi vuole può continuare a chiamare quest’auto-realizzazione “lavoro”, vista l’affinità elettiva, ma che sia un lavoro senza padroni. Di fronte a questo nuovo mondo è necessaria una politica che guardi oltre lo stato-nazione, che si batta per costruire un altro orizzonte, fatto di dignità, diritti e democrazia.”

Stefano Arduini | La disoccupazione è un concetto vecchioLa disoccupazione è un concetto vecchio| Vita
“Il punto è che, se analizziamo la realtà, quello dell’economia relazionale è lo schema più innovativo. Uno schema dentro il quale le macchine continueranno ad esistere e ad assolvere, sempre meglio, alle loro funzioni. Le persone invece si dedicheranno a quelle mansioni relazionali in cui la tecnologia può essere solo di supporto e mai sostitutiva. In questo senso il paradosso di una disoccupazione funzionale a un certo modello economico del vecchio capitalismo industriale viene meno. E uno scatto non da poco.”

Flaviano Zandonai | Il welfare? Dappertutto e da nessuna parte | LombardiaSociale
“All’impasse in sede istituzionale corrisponde infatti un nuovo processo di social innovation. Non si tratta di un semplice rimescolamento delle carte, ma di un mutamento sostanziale che, in sintesi, si realizza attraverso un dislocamento del welfare ad ampio raggio, nei luoghi di vita delle persone e delle comunità. Un sistema distribuito ad ampio raggio e su piccola scala: nel lavoro, in casa, nel quartiere, nei contesti ricreativi, culturali, sportivi, negli esercizi commerciali, ecc. Servizi e presidi di welfare sempre più incorporati (embedded) nei contesti più disparati: dalle imprese ai centri sportivi, dalle portinerie dei condomini, ai teatri e altri spazi ricreativi. In definitiva in altri servizi, attività, iniziative dove a riprendere consistenza, dopo anni, è la domanda più che l’offerta. Una domanda sempre meno “a sportello” e “a catalogo” perché guidata da esigenze legate a soddisfare aspirazioni oltre a necessità e quindi ad essere non solo serviti come portatori di bisogni ma coinvolti come portatori di risorse. I segnali di questo cambiamento sono diversi, di varia intensità e sinteticamente riferibili a passaggi di stato nel modo in cui si progettano, gestiscono e finanziano i servizi di welfare.”

Big city? Il futuro (in chiaroscuro) della rigenerazione urbana.

Elena Ostanel | La rigenerazione urbana come processo politico | CheFare
Come spostare il tema della rigenerazione dal campo degli addetti ai lavori a quello dei cittadini rendendolo generativo di trasformazioni reali e condivisi? “Troppo spesso le pratiche di rigenerazione urbana, anche quando di innovazione sociale, sono lette e analizzate come sperimentazioni “tecniche” quindi a-conflittuali. Quello che invece mi sembra interessante è la loro capacità di mettere in campo forme di rivendicazione inedite, dove agisce sicuramente una componente “esperta” ma che si attiva a partire da richieste di riconoscimento fortemente politiche. Sono azioni che di fatto nascono, come abbiamo già detto, non su commessa ma a partire da processi sociali e politici più complessi. Rigenerare un territorio può allora voler dire agire all’interno di un processo sociale e politico che mira a potenziare la capacità di soggetti più ai margini di avere una voce.”

Stefano Laffi | Educare alla cittadinanza attiva in tempi di paura | Fondazione Feltrinelli
Oltre il civismo, inteso come dimensione inpolitica di partecipazione. “È necessario partire dalla vita delle persone, dalla loro quotidianità, da perimetri di gesti che stanno nelle possibilità di ciascuno e vanno immaginati a misura di ciascuno: dal piacere e dal senso di utilità che vedi e vivi sulla tua pelle, alle gratificazioni che ricevi dal mondo quando agisci per esso. Leve civiche, dove viene chiesto a ciascuno ciò di cui ha bisogno e cosa invece può fare. I grandi principi, i grandi valori, o quel che si vuole in un’epoca come questa vanno riguadagnati passo dopo passo. Utilizzarli come insegne per mobilitare giovani e ragazzi serve solo a dividere i già convinti dagli altri. Allestire opportunità di intervento, riabilitare l’azione e gli altri: è la creazione di esperienze pratiche di aiuto, cura, impegno che ridefinisce il senso di quei principi sulla pelle di una generazione troppo distante da chi ha scritto i sacri testi per sentirli immediatamente come propri.”

Two years later. A SHORT DOCUMENTARY FROM WITHIN THE GOVERNMENT OF CHANGE IN BARCELONA.
Barcellona è diventata negli ultimi anni punto di riferimento per quanto riguarda l’innovazione, sia dal punto di vista politico che – a cascata – tecnologico, sociale e culturale. Interessante racconto dei primi due anni, comunque non banali, della Sindaca Ada Colau.

*Immagine di Luke Renoe

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: