trento|italia|europa|mediterraneo|mondo

Appunti di lettura | 42.

In Libri con le orecchie..., Ponti di vista on dicembre 1, 2017 at 1:26 am

People_Tubo

La crisi (da risolvere) della politica.

Mauro MagattiQuesta politica è lontana dai problemi reali del paese | Corriere della Sera
Sarà che il suo ultimo libro si intitola Cambio di paradigma e mi sento molto affine a questo approccio trasformativo ma trovo le riflessioni di Mauro Magatti sempre puntuali e utilissimi per capire quali siano le condizioni da ricercare per rimettere in moto un dialogo efficace sulle prospettive dell’economia. “Oggi le difficoltà individuali — non più anestetizzate dall’immagina-rio di una crescita illimitata — stagnano nel vissuto quotidiano, alimentando quel risentimento che affiora ormai senza più alcun freno inibitore.” E ancora “In questa situazione è giusto chiedere ai partiti che si apprestano a cominciare una lunga campagna elettorale di dire chiaramente come pensano di risolvere il rebus che abbiamo davanti: interrompere il decalage intergenerazionale riattivando la crescita senza far finta di non sapere che ciò non basterà per placare il grido di rabbia che sale da ampie parti del corpo sociale; soprattutto se non si metterà mano a quelle riforme strutturali che il Paese aspetta da anni (e che, cambiando assetti consolidati, sono sempre, in certa misura, dolorose). Sarebbe già tantissimo avere il coraggio di dire la verità al Paese. Forse un atto di parresia potrebbe coagulare le tante forze positive e costruttive che ancora esistono nel Paese.”

Alessandro GilioliAlzare gli occhi e ridiventare il mondo | L’Espresso
La crisi della politica sta certo nell’offerta (il circo di cui parla Gilioli) ma non mancano i problemi anche nella domanda (il pubblico che non sembra essere più attratto dallo spettacolo che il circo offre), sempre più frammentata, disattenta, influenzabile. “Ci restano, forse, solo le parole con cui il sociologo David Harvey racconta e illumina una scena di “Il cielo sopra Berlino”, il capolavoro di Wim Wenders: «Quando il tendone è stato smontato e il circo se n’è andato, Marion rimane sola in quel luogo vuoto, e si sente senza radici, senza storia, senza Paese. Eppure proprio questo senso di vuoto sembra offrirle la possibilità di una trasformazione radicale. “Non ho che da alzare gli occhi e ridivento il mondo”, dice mentre guarda un jet attraversare il cielo».”

Temi che meritano nuovi paradigmi.

Mauro Carsetti | Vent’anni di guerra agli immigrati | Gli Asini
Nei prossimi giorni a Roma Andrea Segre – insieme a molti altri – proverà a “Cambiare l’ordine delle cose”, lì dove invece la sensazione è quella che l’unica ambizione sia quella di tenerlo fermo perché spaventati da quello (e quelli) che potrebbe arrivare domani. “Nell’afasia generalizzata di individui e società, conclamatasi nella sindrome del capo chino in ogni dove e in ogni momento, su monitor digitali in cui siamo noi stessi a produrre linguaggi di auto-asservimento, sembra che il campanello d’allarme sullo stato di salute della propria vita, delle democrazie e del pianeta sia stato suonato dalla minaccia delle migrazioni e del fanatismo dei terroristi. Minacciati non sono alti valori da difendere, ma la libertà di continuare a farsi gli affari propri a capo chino. Forse che le migrazioni, seppur in termini conflittuali, costringono a pensare e a cercare di capire come stanno le cose in una prospettiva globalizzata?”

Cristina MoriniPhilippe Van Parijs: «Un reddito di base per garantire la libertà di scegliere le nostre vite» | La 27° ora
La questione del reddito di base (universale e senza contropartite richieste) è spinosa perché mette in dubbio la teoria che vuole un reddito necessariamente collegato a una prestazione eseguita. E’ una svolta radicale quella che sempre più economisti sostengono, aggiungendo all’ipotesi politica una serie di studi che ne certificano la fattibilità da un lato e l’efficacia dall’altro. “Ritengo che il reddito di base debba avere un carattere universale e di conseguenza incondizionato. Se tutte e tutti hanno diritto a un reddito, qualsiasi fattore di divisione e di discriminazione (anche quello basato sulla prova dei mezzi, means test) viene a cadere e ne favorisce l’accettazione, proprio perché tutte e tutti possono accedervi. Ne consegue che se il reddito di base è una quota della ricchezza sociale prodotta, l’acceso universale può realizzarsi solo se il suo livello è compatibile con tale ricchezza prodotta. In una prima fase penso a una cifra modesta. Il reddito di base non è un sussidio di disoccupazione ma uno strumento per rafforzare nella ricerca di lavoro, consentendo di reagire ai ricatti, e di scegliere. A tale misura si aggiungono misure di Welfare diretto e indiretto che già sono operanti a livello sociale. È insomma una proposta concreta per una società più libera e tutt’altro che passiva.”

Paolo Venturi, Stefano Zamagni | Da spazi a luoghi | Aiccon
L’idea di dover favorire la trasformazione proposta dal titolo non è cosa nuova, ma è bene che studiosi curiosi come Venturi e Zamagni continuino a offrirci strumenti per capire: “Non è capace di futuro la società in cui si dissolve il principio di fraternità; non è cioè capace di progredire quella società in cui esiste solamente il “dare per avere” oppure il “dare per dovere”. Ecco perché, né la visione liberal-individualista del mondo, in cui tutto (o quasi) è scambio, né la visione stato-centrica della società, in cui tutto (o quasi) è doverosità, sono guide sicure per farci uscire dalle secche in cui le nostre società paiono impantanate. È necessario recuperare un approccio basato sulle capabilities al benessere e allo sviluppo, dove il fuoco dell’attenzione passa ai beni relazionali che si intendendo porre a disposizione del portatore di bisogni ed in particolare alla loro effettiva capacità di fruizione.” 

Andrea Daniele Signorelli | Il futuro della sharing economy. Riusciremo a realizzare l’utopia della vera condivisione o avranno la meglio Uber e Airbnb? | Le Macchine Volanti
In attesa di presentare Shareable! anche a Trento ecco un bel pezzo che prova ad andare oltre la sola critica alla capacità estrattiva della sharing economy con l’obiettivo di rimettere al centro la crescente necessità di condivisione e collaborazione. “Quando il quadro complessivo della situazione inizierà a chiarirsi, diventerà forse più evidente come la vera sharing economy non si faccia tanto a livello globale, ma a livello comunale. E come invece di parlare di Uber e Airbnb sarebbe forse il caso di prestare maggiore attenzione a pratiche di condivisione come gli orti urbani, i bilanci partecipativi, le cooperative locali di produzione di energia rinnovabili come LO3 Energy, i FabLab, i coworking e altro ancora. Tutte realtà che hanno una cosa in comune: invece di arricchire i venture capitalist, puntano ad arricchire la comunità.”

Effimera | Piattaforme e lotta di classe: intervista con Hadrien, membro del Collettivo dei fattorini autonomi di Parigi (CLAP) | Di Plateforme d’Enquêtes Militantes
E’ interessante capire come si muovono quelle realtà che provano a incrinare la potenza dei padroni planetari della sharing economy (che si contano sulle dita di una mano). “L’idea non è quella di opporsi all’uberizzazione per rivendicare una struttura salariale classica, un ritorno all’impresa come “comunità” dalle caratteristiche comunque alienanti e non meno centrata sullo sfruttamento. Molti fattorini che hanno lavorato in imprese più tradizionali preferiscono diventare lavoratori autonomi, “auto-imprenditori”, poiché l’autonomia proposta, per quanto poi si riveli illusoria, è comunque allettante per molti. E ciò è da tenere presente. Per me avrebbe molto più senso lottare con altri lavoratori precari dello stesso settore (gli aiuto-cuochi o i camerieri dei ristoranti, i lavoratori dei call center, ecc.) che con altri “uberizzati” solo perché abbiamo lo stesso tipo di contratto di sfruttamento.”

Emrys Westacott |Se la frugalità diventasse virale? | CheFare

Tenendosi a distanza dalla retorica della decrescita felice come potremmo tornare a riconoscere i limiti della crescita anche dentro le nostre abitudini quotidiane? Un articolo che mette in guardia – partendo da un punto di vista capitalista – rispetto ai rischi, per lo status quo consumistico, dovuti a una crescente attenzione rispetto ai consumi superflui. Da leggere, forse per capire meglio anche da dove muovere il cambio di paradigma di cui si parla spesso in questa raccolta di articoli.

Pensieri.

Mauro MagattiFinito l’individualismo? Si chiede di essere «guidati»| Corriere della Sera
Ancora Magatti, questa volta sulla relazione tra crisi dello spirito individualista (almeno qualche segnale si percepisce, pur debole) e recupero del bisogno di guida. Ma rischia di non essere una buona notizia. “Insomma, si chiede di essere guidati, secondo il codice implicito nell’ambiente tecnologico che sta prendendo sempre più chiaramente forma. Non si tratta di negare la domanda, ma di saper cercare risposte capaci di guardare avanti, coniugando libertà e socialità in un modo più avanzato. Altrimenti ad affermarsi saranno quelle che Bauman nel suo ultimo libro-testamento ha chiamato «retrotopie»: in un’epoca in cui si presenta sempre più incerto e minaccioso, il futuro tende a rovesciarsi nella nostalgia manipolabile di un impossibile ritorno a un passato fatto di noi e di loro, di ordine e di sicurezza, se non addirittura di pulizia e di violenza.”

Nello Barile | La società della prestazione | Doppiozero
Vi sentite perennemente sotto pressione? Non smettete mai di correre? Vi viene spesso chiesto – o vi chiedete da soli, diligentemente – di fare di più? Non siete i soli. Il lato meno piacevole della medaglia proposta poco fa da Magatti. “La società della prestazione, in quanto implementazione della mentalità neototalitaria, è già dentro di noi e può tranquillamente rinunciare alle categorie neoliberali dell’individualismo, della competizione sfrenata, dell’efficienza tout court, in favore del collettivismo (la community), della cooperazione (co-housing, co-working, co-design ecc.) ma anche dell’imperfezione che produce maggiore empatia sul piano comunicativo. Essa mira a ciò che di più autentico ed extracapitalistico possiamo concepire, come risorsa rara e irriproducibile del sistema ma anche come mezzo di legittimazione del suo esistere. Come dire: se c’è ancora uno scampolo di autenticità non siamo mai stati in un mondo puramente artificiale, se ancora c’è la libertà, lo sfruttamento non è mai stato totalizzante.” 

Michela MarzanoDall’amore alla politica. Vivere è (anche) tradire | La Repubblica
Uno dei miei temi “preferiti”, quando il tradimento assume la caratteristica di atto di rottura volto alla generazione di nuove possibilità, all’apertura di nuove strade…dove l’ignoto é più interessante del conosciuto. “Certo, il tradimento spiazza, destabilizza, ferisce. Non riconoscerlo significherebbe ancora una volta “umiliare” chi ci è accanto. Ma se questa sofferenza è il prezzo da pagare affinché si possano ancora concepire delle relazioni forti, conclude Margalit, allora forse è un prezzo che vale ancora la pena di pagare.”

Joi ItoResisting Reduction
L’attitudine curiosa di Joi Ito mi affascina, e questo articolo – frutto di un progetto di studio e scrittura collettiva – non fa che accentuare questo sentimento. E’ un visionario che condivide continuamente le sue sfide, tra tecnologia e umanità. “In the 1960s and 70s, the hippie movement tried to pull together a “whole earth” movement, but then the world swung back toward the consumer and consumption culture of today. I hope and believe that a new awakening will happen and that a new sensibility will cause a nonlinear change in our behavior through a cultural transformation. While we can and should continue to work at every layer of the system to create a more resilient world, I believe the cultural layer is the layer with the most potential for a fundamental correction away from the self-destructive path that we are currently on. I think that it will yet again be about the music and the arts of the young people reflecting and amplifying a new sensibility: a turn away from greed to a world where “more than enough is too much,” and we can flourish in harmony with Nature rather than through the control of it.”

In ricordo di Alessandro Leogrande.
Necessario dedicare un po’ di tempo a capire chi è stato Alessandro Leogrande e mettere a fuoco quali sono gli insegnamenti che il suo modo di pensare, di scrivere, di vivere e fare giornalismo e politica ci lascia.

Massimo Marino | Alessandro Leogrande. Lo scrittore che amava gli ultimi | Doppiozero
“Questo era Alessandro Leogrande, per come l’ho conosciuto io. E questo ricordo scritto facendo andare le dita sui tasti mentre solo la commozione vorrebbe esprimersi è imperfetto, parziale, come tutti i maledetti necrologi, che provano a dare confini a una personalità che continuamente si espandeva, guardandosi intorno, mutando, con curiosità disposta a farsi sorprendere. Ci mancherai, giovane intellettuale sempre desideroso di dialogare. Mancherai a questa Italia che di sguardi acuminati e appassionati, guidati da un’etica profonda, ha bisogno come il pane.”

Christian Raimo | Un intellettuale che sapeva raccontare il mondo | Internazionale
“Le illusioni della modernità, eccole: non ha mai creduto a nessuna di queste. E non perché fosse attratto da qualche tentazione nostalgica, fosse pure sublimata da una fascinazione pasoliniana, ma perché sapeva che per essere seriamente progressisti non si potevano fare sconti agli spacciatori della falsa valuta del nuovismo. Amava la pedagogia, riconosceva il “principio speranza” nella storia, e al tempo stesso non ha mai manifestato nessun incanto per le anime belle.” 

Nicola Lagioia | Alessandro Leogrande | Repubblica
“In un paese sempre più allo sbando, Alessandro Leogrande riusciva a unire lo spirito analitico alla passione civile. Si è occupato in modo serio di criminalità senza mai diventare un professionista dell’antimafia. Di sfruttamento sul lavoro senza retorica. Di migranti e migrazioni in modo così profondo che – visto lo spettacolo offerto negli ultimi mesi – l’intera classe politica nazionale di destra e di gran parte della sinistra dovrebbe sprofondare nella vergogna, per come non è stata capace di avvalersene. Ma la politica in Italia nemmeno ha idea di quali siano le menti migliori del paese.”

Annalisa Camilli | La lezione di Alessandro Leogrande | Internazionale
““Ti invito a pensare più gramscianamente che i mezzi d’informazione sono terreno di scontro di forze politiche e gruppi di potere e non si tratta solo di usare con più attenzione le parole, ma di tornare alla politica, ripoliticizzare le parole”. Aveva preso in giro i corsi che siamo obbligati a frequentare dall’ordine dei giornalisti e che ci insegnano a rispettare il codice deontologico e la carta di Roma sui migranti. “Ci dovremmo rifiutare di frequentarli, almeno fino a quando non sarà sanzionato un quotidiano che mette in prima pagina la notizia che i migranti portano le malattie”, aveva detto con fermezza.” 

 

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: