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Il perché di una libreria (un po’ diversa) oggi…

In Ponti di vista on dicembre 2, 2017 at 11:22 pm

Libreria_Luci

Due indizi fanno (quasi) una prova. Nei giorni immediatamente successivi alla conferma che all’interno della legge finanziaria avrebbero trovato spazio alcune (comunque poche) risorse a sostegno delle librerie indipendenti due editoriali – su L’Adige e il Corriere del Trentino – si sono concentrati sui “negozi di libri” e sul loro futuro.

Prima Paolo Ghezzi, muovendo dal sostegno che il Governo ha deciso di offrire a quelli che lui ha definito “porti” culturali, ne ha descritto le caratteristiche fondamentali in termini di apertura e accoglienza, di profondità e ampiezza dell’assortimento, di competenze e abilità richieste al libraio. Poi Piero Formica ha contribuito ad allargare il campo, non accontentandosi del racconto romantico della libreria come sicuro rifugio di una comunità (sempre più sparuta) di lettori forti. Sulla base dei dati negativi in questo settore del territorio trentino – in altri invece campione riconosciuto – le ha descritte come “infrastrutture rivoluzionarie”. Ponti capaci, non da sole, di tenere insieme comunità sempre più sfilacciate. Ponti che permettano – muovendosi liberamente e curiosamente tra le differenze – di sentirsi parte di qualcosa, di dare forma a ipotesi di futuro condivise e di frutto del coinvolgimento di molti, in forme e con tensioni tra loro differenti ma in costante dialogo. Le librerie in questo senso possono (devono) ambire a essere luoghi dell’incontro e dell’elaborazione oltre che della definizione delle capacità necessarie a stare nel mondo.

Non si tratta quindi solo di “spaccio” di cultura in forma cartacea, lì dove il consumo cala in maniera inversamente proporzionale all’aumento di libri che ogni anno vengono pubblicati; migliaia di titoli che spesso non raggiungono nemmeno allo scaffale. img_0847.jpgCerto i libri bisogna continuare a venderli, garantendosi così – almeno in parte – la sostenibilità economica d’impresa. Librerie e librai, e altri interpreti di azioni a base culturale, hanno però oggi un ruolo decisamente più ibrido di un tempo. Consulenti pronti ad offrire strumenti utili all’interpretazione della realtà. Punti di riferimento della prossimità di quartiere, lì dove la condivisione e la valorizzazione delle relazioni deve trovare il suo contesto ideale. Attivatori di reti all’interno del tessuto urbano nel tentativo di dare forma a ecosistemi culturali vivaci e solidi. 

img_0854.jpgLe porte delle librerie e la mente dei librai devono essere sempre spalancate. Gran parte del lavoro si svolge fuori dallo spazio fisico (esplodendo, laddove lo si voglia fare, nella città) e lontano dalla pur necessaria routine della gestione del magazzino, degli eventi e della vetrina. Un lavoro di fantasia, curiosità e attitudine all’interazione che ho potuto – superficialmente – sperimentare in una serata di letture organizzata all’interno di una lavanderia a gettoni trasformata in spazio di socialità e nella lettura dei risultati di un doppio questionario (1 | 2) somministrato a un centinaio di persone per meglio comprendere il loro rapporto con la lettura. In entrambi i casi le sollecitazioni che sono emerse – pur se da un campione selezionato e per certi versi rappresentativo di un elitè – sono collegate ad un bisogno diffuso di luoghi che siano “di consultazione, discussione, ispirazione e anche acquisto”, “vivi, plurali, non solo di libri, ma soprattutto di storie, di scambio e di convivenza civile”, “di partecipazione, cooperazione, vitalità, teatro, servizio, utopia. In un overload di informazioni sottraiamo, filtriamo, restituiamo alla comunità e cresciamo insieme”. Infrastrutture, almeno in potenza, rivoluzionarie.

E’ da questa convinzione – la prova a valle di una serie di indizi, sempre più espliciti – che si muove l’idea di provare a immaginare una nuova libreria, ibrida nella sua forma e nella sua azione così come l’ho dipinta fino ad ora. Sarebbe una cambio di vita e di prospettiva lavorativa oltre che, in un certo senso, una scelta di militanza culturale e politica figlia del non troppo nascosto obiettivo di contribuire a smussare gli angoli a quel rancore diffuso – figlio di solitudine e di frammentazione dei rapporti sociali oltre che di una generale mancanza di linguaggio e immaginario collettivi – che il Censis ha messo al centro del suo ultimo rapporto e che fa capolino con sempre maggiore insistenza anche nella nostra comunità. Da qui mi piacerebbe partire. Non da solo, ovviamente.

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