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Commonfare in Trentino, un dibattito da aprire…

In Ponti di vista on settembre 25, 2018 at 8:03 am

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[Una mia breve introduzione ai materiali degli atti convegno Commonfare svoltosi il 23 aprile 2017 a Impact Hub Trentino]

“Crisi è quel momento in cui il vecchio muore ed il nuovo stenta a nascere.”Così Antonio Gramsci si esprimeva, descrivendo il senso di incertezza tra il non più che ci si lascia (volenti o nolenti) alle spalle e il non ancora che prende forma a fatica di fronte a noi. Condizione in divenire non sufficientemente a fuoco per permetterci di definirne in maniera precisa i contorni di un futuro che tende – almeno per il momento – a spaventarci più che ad attrarci. Consapevole della pericolosità di stare per troppo tempo nella terra di mezzo, Antonio Gramsci descriveva il rischio del montare delle tenebre dell’indeterminatezza sui contorni del domani.

Ecco motivo fondamentale, molto concreto – che si fa molla per ragionare, per approfondire, per mettere in moto un pensiero collettivo – per essere certi che la riflessione attorno al progetto Commonfare sia necessaria anche in Trentino. Edgar Morin – da sempre attento osservatore dei processi sociali e politici – così esprime la sua preoccupazione nei confronti del mondo che viene e sollecita interpretazioni migliori delle dinamiche emergenti:

“Comprendere il nostro tempo significa comprendere la mondializzazione che trascina l’avventura umana, divenuta planetariamente interdipendente, fatta di azioni e reazioni, in particolare politiche, economiche, demografiche, mitologiche, religiose; significa cercare di interrogare il divenire dell’umanità, che dai motori congiunti scienza/tecnica/economia è spinto verso un “uomo aumentato” ma per nulla migliorato, e verso una società governata da algoritmi, tendente a farsi guidare dall’intelligenza artificiale, e nello stesso tempo, a fare di noi delle macchine banali” Leggi il seguito di questo post »

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Fuga da flatlandia. Ovvero il bisogno di una nuova dimensione politica.

In Ponti di vista on agosto 17, 2018 at 7:53 am

adventure-beautiful-boat-210271C’è (più di) qualcosa che non torna nel percorso di avvicinamento alla scadenza elettorale del prossimo 21 ottobre. Ma come siamo arrivati a questo punto?

Guasto è il mondo, come diceva Tony Judt, e in pochi sembrano seriamente impegnati nel tentare di dargli un nuovo – diverso e migliore – equilibrio. Troppo concentrati a difendere il ricordo dei “bei tempi andati”, descritti ironicamente da Michel Serres in un recente pamphlet. Convinti che dalla confusione di quest’epoca in transizione si esca innestando la retromarcia e affidandosi alla retrotopia di cui ha scritto Zygmunt Bauman. Lisciando il pelo alla nostalgia – galleggiando nel “lutto per ciò che non è stato…” raccontato da De Rita – invece di assumersi la responsabilità e coltivando l’ambizione di essere i costruttori del mondo nuovo di cui abbiamo bisogno.

Il riverbero della condizione globale non risparmia neppure la piccola e periferica provincia che abitiamo. Un flusso che impatta di cui bisogna tenere conto, accorgendosi inoltre dell’esaurimento – ormai evidente – di un ciclo politico, e non solo. Si è sgretolato il consenso, collegato anche alla filiera di potere e relazioni costruita negli ultimi vent’anni. Si è inceppata la visione, con responsabilità evidente di una classe politica invecchiata e fragile, poco propensa alla propria sostituzione. Si è sfarinato il corpo sociale, perché a soffrire non è solo la componente politica ma l’infrastruttura stessa su cui essa si trova ad agire (basti pensare in questi anni alle difficoltà del mondo cooperativo, ai casi Itas o Trento Rise o ai conflitti crescenti all’interno dei mondi associativi e comunitari).

Da questo stato di passaggio deriva l’incerta geografia politica di questa fase, caratterizzata da spaesamento e incertezza, rinserramento nelle identità particolari e tentativi velleitari di conservazione dell’esistente. Leggi il seguito di questo post »

Se vuoi arrivare primo corri da solo. Se vuoi arrivare lontano corri insieme.

In Ponti di vista, Uncategorized on agosto 2, 2018 at 8:35 am

pexels-photo-1250484Lo ammetto. Mi sento confuso. Non è la prima volta che faccio ammenda. E’ l’atto minimo – almeno così la vedo – per prendere coscienza della debolezza di alcune categorie interpretative fin qui prevalenti e della fragilità degli strumenti e delle pratiche cui ho/abbiamo fatto riferimento per attivare e accompagnare i percorsi politici. Non vado fiero di questo mio stato, ma onestà intellettuale impone di non vantarsi di certezze che non si possiedono e che di conseguenza mi guardo bene dallo spacciare per tali.

C’è contestualmente però un aspetto di cui vado molto fiero. Non ho mai smesso di interrogarmi su ciò che è, di cercare di immaginare ciò che sarà, di lavorare su ciò che potrebbe essere. Non mi sono mai dimenticato che la curiosità – anticamera della meraviglia, vero motore di quel cambiamento che oggi in tanti invocano, praticandolo con parsimonia – va messa alla prova ogni giorno. Aguzzando la vista, allenando l’ascolto – non selettivo ma polifonico – e praticando la ricerca. Un’abitudine che non può da sola mitigare il senso di frustrazione che sento crescere dentro di me e che molto fatico a reprimere, ma che fortunatamente mi riserva periodiche sorprese, nella forma di sguardi che aiutano a rompere schemi che non aiutano, ma anzi imprigionano, la necessità di andare oltre. Qui sotto ne descrivo due che mi hanno accompagnato in questi giorni.

Sguardo uno. Un’amica – libraia curiosa e appassionata, attrice e scrittrice sensibile – mi ha fatto notare un aspetto che non ero riuscito a leggere negli occhi di Josephine, unica superstite con il suo neonato di un naufragio nel Mar Mediterraneo. Storia la sua che, con contorno di fake news e polemiche assortite, per qualche giorno ha aiutato a riempire le pagine dei quotidiani italiani prima di essere di nuovo inghiottita dall’oblio. In quegli occhi, salvati dall’abbraccio mortale del mare, Soledad non riconosceva disperazione ma speranza. Non paura ma il luccichio di una possibilità che si schiude, pur sull’orlo del burrone. Leggi il seguito di questo post »

Una strada di persone…

In Supposte morali on luglio 8, 2018 at 8:38 pm

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Giovedì scorso mi sono svegliato e sono scoppiato a piangere. Un pianto nervoso, unito a un senso di smarrimento che mi ha accompagnato per tutta la giornata. Mi sentivo svuotato. Scarico di qualsiasi tipo di energia. Ho attraversato ventiquattro ore ciondolanti, difficili e – per alcuni versi – angoscianti. Ho ripensato a un bel pezzo scritto qualche giorno prima da Alessandro D’Avenia (eccolo). Elogio della fragilità si intitolava e io ero proprio quella roba lì. Mi ci ritrovavo totalmente. Mi ci potevo specchiare, riconoscendomi triste e affaticato.

Fragile. Fragilissimo. Incapace di riconoscere il valore generativo di quella mia condizione (chi ci può riuscire da solo?) e chiuso dentro una spirale di negatività che mi faceva progressivamente ripiegare su me stesso. “Una strada di libri” era alle porte e la sentivo come un cappio al collo che andava via via stringendosi. Mi mancava il fiato e con esso la necessaria lucidità. Avrebbe retto il tempo? Sarebbe passato un numero sufficiente di persone durante i due giorni di attività? Come avrei gestito la disposizione dei volumi, l’allestimento, l’organizzazione dei singoli eventi? Dove sarebbero finiti i libri avanzati?

Ansia (da prestazione) la si potrebbe chiamare se si volesse semplificare. Premesse di depressione mixate con un certo senso di solitudine che – al netto del mio essere estroverso agli occhi di tutti, un pezzo di maschera che ognuno di noi applica quando ne sente bisogno – mi accompagna da un po’ in esperienze lavorative (la prossima nascita della libreria due punti), politico/culturali (la mia esigenza di esprimere i mie punti di vista sul futuro del mondo che abito, e di non volerlo fare da solo), genitoriali. Un buco nero – fortunatamente temporaneo, ma in ogni caso latente e pronto a rifarsi vivo – che mi ha portato addirittura a riflettere della possibilità di annullare all’ultimo l’intera iniziativa (soluzione poi accantonata…) e a dubitare delle mie capacità a ogni livello. Organizzativo e professionale, così come umano e famigliare.

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Trento in Comune (?)

In Ponti di vista on giugno 20, 2018 at 8:24 am

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[Scarica in formato .pdf – 30 pagine., ca. 40 min. il tempo di lettura]

Per cominciare e per capirsi. Il mio augurio è che questo testo sia in grado di far “perdere” un po’ di tempo a un numero sufficiente di persone, il più possibile diverse una dall’altra. Di tempo ne dovremmo, e dovremo, dedicare molto al tentativo di riqualificare la politica e per ridarle un senso. Un impegno dedicato allo stesso tempo ai linguaggi e alle pratiche, alle relazioni e all’elaborazione di pensiero, alla frequentazione del territorio e alla costruzione di nuove utopie collettive su scale più ampie.

E’ un testo – una sorta di instant book – frutto di diverse conversazioni e di fortunati incontri. Di un lungo periodo – almeno gli ultimi sei anni – di osservazione e sedimentazione di riflessioni, certamente parziali ma utili. Anni passati ai margini della politica praticata all’interno dei contenitori tradizionali (partiti, comitati, movimenti, associazioni), senza però mai perderla di vista e riconoscendone sempre la centralità che sta tutta dentro l’ambizione – troppo spesso dimenticata – di trasformare una situazione data in una situazione desiderata.

Queste pagine rappresentano la necessità di mettere a terra un certo numero di pensieri, sistematizzandoli quando questo è possibile, lasciandoli in sospeso dove meritano una più approfondita trattazione. Sono uno sfogo. Una presa di parola. Una richiesta di attenzione. Vogliono essere messe a disposizione di una platea più ampia che io immagino interessata – almeno quanto me – a capire se esista lo spazio, partendo dalla prossimità che si frequenta giorno dopo giorno, per immaginare un’attività politica in grado di tenere insieme formazione e approfondimento, coinvolgimento culturale e civico, attivismo e capacità di governo. Leggi il seguito di questo post »

Abbiamo (almeno) un problema e (forse) un’opportunità da cogliere

In Ponti di vista on giugno 20, 2018 at 8:22 am

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Ho ascoltato alcuni passaggi del monologo di Roberto Saviano martedì scorso nel programma di Giovanni Floris. Tema i fenomeni migratori e la retorica collegata ai loro effetti sociali e politici. Quasi mezzanotte. Pubblico immagino – come me – sufficientemente assonnato, definitivamente steso cinque minuti più tardi dal riproporsi di argomenti fiscali e pensionistici. Roberto Saviano, questa la mia sensazione, è risultato efficacemente inutile. Inutilmente puntuale. Eppure necessario. E puntualmente emozionante. Sia per chi – in una polarizzazione sempre più evidente e netta dei sentimenti – lo riconosce come coraggioso sostenitore di un’umana solidarietà che per la parte che lo accusa di replicare la sua quotidiana predica “buonista”, così come da nuovo vocabolario sembra intendersi tutto ciò che sfidi lo sdoganamento del politicamente scorretto, di tutto ciò che si esprima – per contrapposizione – in forma di rivendicato “cattivismo”. La vicenda Aquarius da questo punto di vista ci insegna due cose. La prima costituisce il (principale) problema che ci troviamo ad affrontare. La seconda una (potenziale) opportunità da cogliere.

Problema. La politica oggi vive e prospera – anche se in realtà muore suicidandosi, abdicando – su picchi di emotività, dinamiche comunicative frenetiche e continui processi di scomposizione e ricomposizione del dibattito pubblico, o di quel che ne rimane. Un frullatore impazzito perennemente acceso, che moltiplica l’output comunicativo al netto di una riduzione direttamente proporzionale di quello che dovrebbe essere l’obbligatorio input, ossia il tempo dedicato alla riflessione e all’organizzazione di un pensiero minimamente strutturato. Leggi il seguito di questo post »

Una strada di libri. Un esperimento di culture e comunità.

In Ponti di vista on giugno 18, 2018 at 6:04 am

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(articolo pubblicato su www.labsus.org)

Un (non) festival. Diverse sfide. Ho pensato, parlato e scritto di “Una strada di libri” troppe volte. Tanto da rendere complicato oggi per me trovare un punto di partenza diverso dai precedenti, già sviluppati. Il contesto nel quale si inserisce questo articolo – il sito di Labsus – permette però di muovermi su linee diverse e complementari rispetto a quelle già battute, trovando argomenti interessanti (spero) per i lettori.

“Una strada di libri” è una sfida al caldo estivo che invade i centri storici foderati di cemento e svuotati dagli alberi. Può essere un motivo crediamo valido per saltare un fine settimana al lago o nei boschi e per passare un po’ di tempo insieme. I libri stesi sul selciato sfidano anche il cambiamento climatico che fa sembrare una cittadina alpina come Trento una zona a influenza tropicale, con almeno un fenomeno piovoso (spesso di carattere monsonico) al giorno. Incrociamo le dita.

“Una strada di libri” è una sfida che arriva alla fine di due mesi ricchi di eventi, motivo che ci ha portati a collocarci tra giugno e luglio, nel bel mezzo dell’estate. FilmFestival della Montagna, Festival dell’Economia e Feste Vigiliane sono appuntamenti ormai tradizionali, che riempiono (di persone certo, ma anche di pesanti infrastrutture) piazze e strade. Adunata degli Alpini e – in maniera sorprendente per numeri e potenza del messaggio inviato – il recente Dolomiti Pride sono stati momenti di occupazione creativa e diffusa dello spazio pubblico, non abbastanza valorizzato e anzi spesso interdetto alla libera sperimentazione dei cittadini. Speriamo di  proseguire proprio sull’interessante rotta tracciata dal Pride, modello virtuoso di ricomposizione sociale, azione collettiva, condivisione cittadina. Leggi il seguito di questo post »

Appunti di lettura | 46.

In Ponti di vista, Uncategorized on giugno 6, 2018 at 8:46 pm

piedi_M A R T I N A • D I M U N O V A
Ho cominciato questo Appunto diverse settimane fa, ma è rimasta in sospeso a lungo.
Parallelamente si stanno riempiendo le caselle delle numero 47 e 48, che ovviamente arriveranno con ulteriore ritardo. Spero comunque il tempo non faccia venir meno l’interesse di alcuni spunti contenuti in questa raccolta.

*LA DEMOCRAZIA DI RISTRUTTURARE

Mauro Magatti | Rompere lo schema | Avvenire
Di strettissima attualità sono le consultazioni per costruire un Governo. Si può evitare o superare la tattica che ingessa il dialogo tra diversi? “Hannah Arendt diceva che l’azione è libera solo quando non è spiegata dalla sue cause. Cioè quando riesce a sottrarsi alle logiche dominanti cambiando davvero la logica del gioco. E mai come in questo momento l’Italia ha bisogno di questa libertà: dal cul de sac in cui la nostra democrazia è finita si esce solo con politici responsabili e generosi capaci di smontare lo schema, di cambiare passo e, là dove necessario, di fare un passo di lato. Al di là delle logiche sottosistemiche, assumendosi la responsabilità del futuro del Paese.”

Cristina Tajani | Non un solo leader, ma molti broker | Gli Stati Generali
A due mesi di distanza dalle elezioni politiche, riflessioni interessanti sul ruolo della politica. Dai territorio – in questo caso la città di Milano – spunti da raccogliere. “In attesa di vedere come andrà a finire la storia, al PD – partito cui insieme ad altri ho deciso di aderire nel momento della sua massima difficoltà – conviene mettersi alla ricerca non di un nuovo capo dalle sperate virtù taumaturgiche, ma di nuovi “broker” sociali, quadri intermedi, organizzatori di territorio e di comunità che siano in grado di stabilire un collegamento durevole e non episodico tra i luoghi dove si fa la società e quelli dove la si interpreta e si prendono le decisioni. Possibilmente attingendo proprio da costoro per costruire una nuova leadership collettiva.” Leggi il seguito di questo post »

Alla paura preferiamo i desideri

In Ponti di vista on giugno 5, 2018 at 1:49 pm

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(Lettera firmata inviata al quotidiano Il Trentino)

Sono il genitore di una bambina che frequenta la scuola Materna
Zanella di Trento. Scrivo – a titolo personale – per proporre una breve riflessione collegata al titolo dell’articolo che il vostro giornale ha deciso di dedicare sabato 2 giugno all’inaugurazione del dipinto realizzato sulle mura dell’edificio scolastico: “I bimbi in piazza festeggiano il murale antidegrado”.
Ritengo, insieme a mia figlia, a sua sorella e ai suoi compagni, di non aver partecipato “a una festa antidegrado” (parola ormai passpartout, entrata nel vocabolario comune per la descrizione di tutto ciò che non ci aggrada) ma a un appuntamento di attivazione civica e di partecipazione collettiva. A un soleggiato pomeriggio di piacevole e gioiosa convivenza. Il senso dell’iniziativa è ben spiegato dal comunicato che aveva il compito di raccontare l’esperienza delle ultime settimane di co-progettazione all’interno dell’istituto e coinvolgimento della comunità circostante.

“Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone” scriveva Italo Calvino nelle Città invisibili. Come dargli torto. Ecco allora che forse i bambini e le bambine della Scuola Materna Zanella – guidati dal muralista messicano Omar Garcia e dalle loro maestre – attraverso il loro disegno collettivo contribuiscono a mettere in risalto le relazioni umane, la condivisione e la cura dello spazio pubblico, la valorizzazione delle reti di prossimità e vicinato. Nel loro sguardo il deserto si riempie di giochi e di momenti di collaborazione, di esperienze nei contesti naturale e urbano, di complicità e fantasia. Leggi il seguito di questo post »

Il problema non sta (tutto) in questo strambo presente, ma nel futuro che non sappiamo vedere

In Ponti di vista on maggio 29, 2018 at 9:53 pm

alley-city-lights-50859.jpgChe gli spazi e i tempi delle nostre vite (tra social network e relative bolle, velocizzazione di ogni frangente delle nostre esistenze e diverse forme di solitudine) siano saturi e quasi impraticabili mi è abbastanza chiaro da un po’, ma nelle ultime quarantotto ore la cosa mi è risultata ancora più evidente. E particolarmente insopportabile.

Ho speso qualche stringa di caratteri per commentare i fatti successivi alla crisi di quello che doveva essere il governo Conte (sottotitolato “del cambiamento”), ascoltato e letto una serie di commenti alle scelte del presidente Mattarella, osservato l’evolversi della polarizzazione politica e sociale tra accuse di golpe e hashtag presidenziali. Tra difensori del popolo sovrano e nemici degli “sfascisti”. Tra neo-sovranisti e patrioti repubblicani. In questo frangente non mi sono schierato, cercando di analizzare i contorni di un terzo spazio possibile, di problematizzare la situazione dentro uno scenario più largo rispetto a quello che i leader e le forze politiche (e di conseguenze i loro sostenitori /followers) sembrano prendere in considerazione. Uno scenario che alla visibilità anteponga la visione. Uno scenario capace di spingersi oltre i confini della contingenza, in rapido e doloroso avvitamento su se stessa, e dia respiro a un dibattito politico dai tratti spesso distruttivi.

Mi sono chiesto in che maniera la politica (e quindi ognuno di noi, singolarmente e collettivamente) possa contribuire non tanto a conservare una condizione data ma a progredire verso una condizione desiderata e desiderabile. Ho faticato a trovare una risposta che mi convincesse, ma non ho cambiato idea sul fatto che il primo atto da compiere – radicale e necessario – sia quello di sottrarsi al quadro esistente.  Leggi il seguito di questo post »