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Appunti di lettura | 44.

In Libri con le orecchie... on gennaio 9, 2018 at 10:20 am

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Come inizia questo 2018? Ne scriverò a breve, dandomi lo spazio per riflettere insieme di questioni generali e personali che in questo tempo piacevolmente e radicalmente si incrociano aggiungendo allo stesso tempo confusione e curiosità del prossimo futuro.
Scrivere – soprattutto se non si vogliono ripetere all’infinito le stesse cose, inutilmente – richiede concentrazione e giusti ritmi, che finite le vacanze spero di ritrovare. Intanto la cosa che mi riesce meglio é rifugiarmi lontano dalla cronaca, tenere al minimo volume le prime fasi della campagna elettorale e allungare occhi e orecchie verso tutto ciò che di curioso mi passa nelle vicinanze. Questo lavoro di raccolta ed elaborazione mi sembra l’unica cosa utile da fare in questo momento, arricchendo il bagaglio che porto con me e che mi serve aggiornare e migliorare giorno dopo giorno. Qui sotto un po’ di arretrati dall’anno che si é appena chiuso e qualche primo spunto di 2018.

Se arrivate all’ultimo articolo della lista (oltre a ricevere un premio per la costanza) troverete il mio principale proposito per l’anno nuovo. 

Futuri diversi (non tutti desiderabili)

Andrew O’Hagan | The Fiction Machine | Rivista Studio
Daniele Rielli |
Andrew O’Hagan e la scissione digitale dell’io | La Stampa
Il tema della privacy, della tecnologia invasiva, delle trasformazioni che colpiscono le nostre vite quotidiane. Tutto attraverso la lente d’ingrandimento o di deformazione della letteratura che oggi si chiede se ci sia ancora spazio per la realtà o se quest’ultima ormai abbia riempito anche lo spazio dell’immaginazione. “Eravamo dipendenti dalle malattie del web molto tempo prima che capissimo come la tecnologia avrebbe cambiato le nostre vite.  In un certo senso, ha dato gli strumenti per creare fiction a tutti e in ugual modo, purché avessero accesso a un computer e la volontà di nuotare in quel profondo pozzo dell’alterità che è internet. JG Ballard aveva profetizzato che lo scrittore non avrebbe più avuto un ruolo nella società: «Se la realtà esterna è una finzione, non c’è più bisogno di inventare finzioni, è già tutto lì». Ogni giorno sul web vediamo la sua profezia avverarsi, è un mercato di individualità, un mercato del sé.”  

Barack Obama | Three stories from 2017 |
Non avrebbe senso fare qui l’apologia di Barack Obama e del suo modo di intendere il mondo. Certo é che il concetto di ottimismo e attivazione che lui propone é probabilmente la cosa più vicina allo sviluppo – civico e diffuso – di un buon modo di partecipare alla politica. “I saw that spirit all across America in people who chose to get involved, get engaged, and stand up not only to defend their rights, but more importantly, the rights of others. People who rejected cynicism and pessimism and pushed forward with a relentless, infectious optimism. Not a blind optimism that ignores the scale and scope of our challenges, but rather a hard-earned optimism rooted in the stories of real progress.”

Azeem Azhar18 Exponential Changes We Can Expect in the Year Ahead | technologyreview.com
Abbiamo bisogno di occhi che sappiano accendersi di fronte a fenomeni che attraversano – in maniera carsica, ma sempre più profonda e potente – il nostro presente. Abbiamo bisogno di menti che aggiornino le aspettative di futuro e sappiano condurci, con un misto di follia e concretezza, verso domani. “Aristotle reasserts himself because while we are wealthier than ever before, his call for eudaimonia (human flourishing) will seem to stand above the noise of “recommended for you” consumerism. Buddha’s relevance will be driven by a greater awareness of mindfulness and contemplation in our dopamine economy. Equanimity will be a helpful characteristic during turbulent times. And as machines appear to be more and more lifelike, and neuroscience unravels more mysteries of our consciousness, the quiet contemplation of our subjective personal experience will become a sanctuary for our humanity.”

Luca De Biase | Domani e dopodomani | blog.debiase.com
Luca De Biase | 
Dipendenze digitali, educazione e libertà | blog.debiase.com
“Il cervello è allenato a reagire a ipotesi standard di futuro immediato e meno a costruire una visione originale del futuro a lungo termine. Siamo immersi in un enorme insieme di stimoli – tra l’altro in quantità crescente – che il cervello tenta di decodificare tutti dando priorità all’analisi del pericolo e del vantaggio immediato e dedicando meno attenzione all’interpretazione delle loro conseguenze di lunga durata.
L’”urgenza” è più coinvolgente dell’”importanza”.
Passiamo più tempo a districarci nel presente che a cercare la strada del futuro. Non ce la caviamo senza fare allenamento. Ma le piattaforme mediatiche che stiamo adottando per la maggior parte del nostro tempo sono fatte di un enorme presente e non ispirano nessuna visione di prospettiva. Sono disegnate per aderire immediatamente alla struttura dell’urgenza e non per rispondere all’esigenza di allenare la lungimiranza.”

Hamilton SantiàQuei giorni felici non torneranno più, ecco perché la nostalgia è inutile e dannosa | Linkiesta
Il problema della deriva nostalgica di questo tempo non lo si percepisce solo nella moltitudine di pagine dedicate all’apologia del passato e della sua meravigliosa – incriticabile – perfezione. Vale per il calcio, per la musica come anche, con risultati a volte ironici ma spesso grotteschi, per la politica e per la ricerca di sue figure mitologiche nel passato. La nostalgia è un bene rifugio, un sentimento posticcio, consolatorio, che non produce assolutamente niente se non un’immagine edulcorata di qualcosa che non è mai esistito. Siamo circondati dalla nostalgia perché è l’unico modo che abbiamo per stare bene: pensare a un passato fittizio in cui i problemi non c’erano e in cui tutto era splendente e facile, dove non c’erano preoccupazioni e non c’erano responsabilità.”

Econopoly | Bitcoin, bolla o soufflè? | Il Sole24Ore
BitCoin (impossibile non ne abbiate sentito parlare) tentato di spiegare con sufficiente chiarezza, con sguardo privo di pregiudizi e con strumenti – forse -per interpretarne i prossimi passi. “Se non raggiungerà una sufficiente stabilità, e dunque non sarà una moneta vera e propria, rimarrà esposto ai quattro venti della speculazione, e potrebbe anche perdere (o accumulare) eccessivo valore in tempi brevissimi, dimostrandosi una bolla. Se dovesse mai raggiungere la maturità e diventare currency, la bolla non scoppierebbe mai. Dunque, più che una bolla, è un soufflé. Un soufflé è un’ottima pietanza in potenza. Se si ammoscia è uno schifo, se si mantiene, è cibo sopraffino. Ma non sappiamo a che punto della lievitazione siamo e se il soufflé stia crescendo troppo in fretta, o se è solo un momento travagliato in una storia ben più lunga.”

Paolo Gervasi | Brexit. Buona fortuna, Europa | Doppiozero
Si discute in queste settimane di come ci dovremmo porre nei confronti della nuova fase della Brexit, cioè quella operativa che dovrà dare corpo alla scelta referendaria dell’estate 2016. Procedere senza dubbi? Provare a invertire la rotta? Donald Sassoon amplia il campo del ragionamento ai fenomeni sociale e culturali che attraversano l’Occidente per descrivere il presente dentro il quale possiamo trovare le premesse del futuro. “Un maggiore accesso all’informazione che genera un innalzamento del conflitto tra i distributori dell’informazione. E una destabilizzazione dell’establishment che controlla i sistemi di comunicazione di massa, accelerata anche da nuovi sistemi di comunicazione che si sottraggono, almeno in parte, a un controllo centralizzato e verticale. Per convincere la gente che Darwin non aveva capito nulla e che il mondo è stato fatto in sette giorni i predicatori americani evangelisti adoperano la televisione. I darwiniani intanto sono diventati egemoni nelle scuole e nelle università, dove si insegnano le teorie dell’evoluzione e non quelle della religione. E le persone hanno accesso a entrambe le cose. Il dibattito sul global warming è molto interessante perché incentrato su una questione che dovrebbe essere puramente tecnica, nettamente vera o falsa. Probabilmente il 90% degli scienziati concorda sull’esistenza e le cause del fenomeno. Però credere al global warming ha delle conseguenze politiche: si traduce in tasse, divieti, protocolli. Conseguenze pratiche che generano alcune forme di resistenza, a dispetto di ciò che dicono gli scienziati, tra persone che preferiscono non crederci, e scelgono di credere invece a chi dice: “Non preoccuparti, è un complotto cinese”, come ha fatto Trump.” 

Indy Johar | 2017 Civilisation has been Corrupted, would you like to open a new file? | Medium
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, questo é il messaggio. Non è la fine del mondo. E’ la fine di questo mondo. “We need a new governance model which acknowledges our global interdependence at all scales & focuses on the quality, diversity and integrity Of feedback in all its natures – & recognises the future of Goverance is realtime, contingent and contextual – for more see – Innovation Needs a Boring Revolution”. Prepariamoci – allo stesso tempo – al peggio e al meglio. Mi sembra un ottimo approccio.

Lavoro. Lavoro. Lavoro?

Micaela Cappellini | Quattro profezie sul futuro del lavoro | IlSole24Ore
Tra la reintroduzione dell’art.18 (per chi?) e la completa deregolamentazione forse c’è uno spazio di discussione e azione praticabile per prendersi cura del lavoro e dei lavoratori dell’oggi e del domani. Soft skills, professionalità uniche e reattive, prevalenza del lavoro autonomo e da remoto. Tutto bene? Ovviamente no, ma dentro le contraddizioni e le ombre ci potrebbe pure stare una realtà meno triste di come la descriviamo.

Dario Di Vico | Relazioni industriali ed empatia | Corriere della Sera
Se é vero – ed é vero – che cresce l’attenzione dei consumatori rispetto alle condizioni di produzione di un prodotto o di un servizio (guardatevi la nuova pubblicità “sociale” Conad) questa non può che entrare in risonanza, con effetti più o meno profondi, anche con le relazioni industriali e con la capacità di trovare soluzioni migliorative a crisi o conflitti. Solo fenomeno di passaggio e imbevuto di storytelling da “Buone Notizie” o entrata in campo di un nuovo soggetto attivo nell’arena del lavoro? “Il mercato quindi non è più quel protagonista senza volto, cinico e orientato solo al breve termine, ma prende le sembianze del consumatore della porta accanto e del suo tasso di infedeltà mai così alto in passato. Da qui (anche) la tendenza sindacale a farselo amico, a cercare di coinvolgerlo nelle crisi aziendali e nelle relazioni industriali. Dall’esterno viene solo da auspicare che qualcosa del genere possa accadere non solo nella manifattura ma nei servizi dove invece l’utente continua a contare meno di zero.”

Alleanza per il reddito | Reddito per tutti: una proposta per avviare il confronto | DinamoPress
Elezioni in vista e tutti (non solo chi ha deciso di chiamarsi Art.1!) a promettere lavoro per tutti, comunque. In due paginette il perché servirebbe – non da sola, non come soluzione unica – una riflessione seria sul reddito di base. Ci si potrebbe costruire, ragionando seriamente sulle coperture necessarie, un pezzo cospicuo di un programma radicale e futuribile.

TortugaFoodora, Glovo e le altre. Il lavoro cambia ma i diritti non si calpestano | Sole24Ore
Si può fermare l’innovazione? Probabilmente no. Siamo di fronte a un cambio epocale delle forme e delle dimensioni dei consumi legati al cibo? Certamente sì. Come mettere un passo dopo l’altro senza troppa paura? “Alla politica spetta l’oneroso compito di interpretare il futuro e saper coniugare le esigenze di chi offre e domanda queste tipologie di occupazione, sapendo che il mercato del lavoro del domani sarà totalmente diverso da quello del ‘900 e di conseguenze gli strumenti di ieri potrebbero essere oggi inefficaci. Un mercato del lavoro che senza alcun dubbio subisce e subirà trasformazione dovute anche alla rivoluzione della robotica, un fenomeno che non trascura neppure la “gig economy”: prototipi di “fattorini automatizzati” sono già realtà e in un futuro prossimo li potremo vedere sulle nostre strade. Attendere inermi la rivoluzione tecnologica, però, è molto pericoloso: fare chiarezza sul lavoro dei riders, garantirgli i diritti fondamentali, è la strada da seguire.”

Dario Di VicoLa campagna elettorale per conquistare chi teme l’innovazione | Corriere della Sera
Lavoro festivo sì o no? Più no che sì per quanto mi riguarda, ma per un motivo – ideologico – diverso rispetto a quello della necessità di rispettare il riposo settimanale in quanto tale. Abbiamo bisogno di altri modelli, più sostenibili e sobri, di consumo che male si coniugano con il bisogno di un’economia dedita alla crescita infinita (?) di vendere sempre e in ogni luogo. Anche in questo caso l’equilibrio da rintracciare é tutt’altro che banale. “Per i liberal l’offensiva di Di Maio rappresenta comunque una sfida. Dimostrare che il rispetto dell’economia di mercato non è un rito fine a se stesso, un tributo pagano dovuto all’ideologia del mercatismo ma è la strada migliore per produrre più chance e più crescita, in definitiva più lavoro. È questo probabilmente sarà uno dei leit motiv di una campagna elettorale in cui i populisti giocheranno la carta di contrapporre le periferie allo sviluppo, la nostalgia all’innovazione. Del resto la grande novità degli anni Dieci rispetto alla lotta politica del Novecento è che il consenso del campo dei Disuguali non è più appannaggio pressoché esclusivo della sinistra ma è diventato pienamente contendibile. I populisti lo sanno benissimo e si stanno muovendo con grande abilità. Ai moderni non resta che far tesoro di quanto ha dichiarato qualche tempo fa il segretario generale dell’Ocse, il messicano Angel Gurria. «Continuiamo a chiederci se dobbiamo concentrare gli sforzi sulla produttività o sull’inclusione, la verità è che dovremmo fare entrambe le cose».”

Mauro Magatti | Un patto generazionale per il futuro dell’Italia | Corriere della Sera
Come modificare il discorso attorno allo scontro generazionale dentro una società sempre più vecchia? Proponendo un patto, una collaborazione, una visione comune. “In un Paese di elettori anziani si tratta di un’operazione non da poco.Eppure, senza un patto intergenerazionale l’Italia non ce la farà. Le condizioni in realtà ci sarebbero. L’allungamento della vita media crea un’opportunità inedita: oggi infatti c’è il tempo per poter orientare le risorse mobiliari e immobiliari — che tendono a concentrarsi nelle mani di chi ha tra i 45/50 e i 65/70 anni — al sostegno di nuove attività imprenditoriali guidate da chi è giovane, ha talento e voglia di fare. L’obiettivo é quello di creare le condizioni per una convergenza di interessi tra giovani e anziani. In fondo, è investendo nel futuro dei propri figli che i padri possono garantirsi la sostenibilità futura delle proprie pensioni, che tendono a loro volta a spostarsi più in là nel tempo. Un gioco a somma positiva di cui il paese ha estremo bisogno. Ma che solo una politica capace di creare fiducia e senso di futuro può pensare di riuscire a realizzare.” 

Fondazione Feltrinelli
Altri lavori, altri lavoratori (ebook gratuito)
Approfondimenti, da leggere.

Occhi giusti per scenari complessi.

Francesco Guala | La politica dell’identità | Doppiozero
Il tema dell’identità tornerà spesso in questi mesi, tirato per la giacchetta da tutti coloro che alla necessaria attenzione rispetto alla crescente interdipendenza planetaria preferiranno il rifugio dentro la categoria del “noi” contrapposta a “loro”. Un contrapposizione alla quale è necessario sottrarsi.
“Sembra che gli schieramenti tradizionali oggi non siano in grado di coagularsi intorno a un’idea di destino comune. Le lotte per i diritti sono parte integrale della vita democratica, e nessuna democrazia può vivere senza diritti. Ma allo stesso tempo nessuna democrazia può vivere soltanto di diritti. Urge quindi trovare dei buoni motivi per stare insieme, alternativi all’identità etnica e al rifiuto dei diversi dei quali si nutre la destra xenofoba. Una narrazione del “noi” – una storia in grado di indicare chi siamo e dove vogliamo andare – appare quanto più necessaria. La politica dell’identità si illude che la difesa degli ‘io’ possa supplire alla mancanza del ‘noi’. È un’illusione pericolosa: il vuoto degli ideali collettivi sarà riempito in qualche modo – da una nuova concezione comunitaria e solidaristica, o dalla politica etnica e razzista che sta rialzando la testa in tutto il mondo occidentale.”

Giuseppe De Rita | Governare o comandare? E’ più utile la prima opzione | Corriere della Sera
Parole scontate? Forse sì, ma che in un contesto schizofrenico come quello che stiamo vivendo aiutano a mettere un po’ d’ordine nella definizione delle caratteristiche che politica e società civile (tra loro non separate, ma ibridandosi) devono possedere per non aver paura di assumersi responsabilità di governo della complessità. “Ci avviamo allora ad un’offerta elettorale fatta da nessuno stratega, qualche esponente di media o grande intendenza, tanti potenziali peones, con naturalmente la immancabile quota di cacicchi locali con le loro tribù portatrici di voti. Un’offerta strutturalmente povera, affidata quindi alle schermaglie di vertice ed alla impressività mediatica dei leader. Continua così a sopravvivere, ma si slabbra ulteriormente, il tessuto di rappresentanza e di partecipazione messo in crisi dalle vicende degli ultimi trenta anni. C’è allora da sperare che questo continuismo non regga ancora per molto tempo, visto che c’è nella società un bisogno di andare oltre l’attuale malcontento rancoroso e di mettere in moto un nuovo ciclo di vitalità sociale. Ma un nuovo ciclo non si costruisce con la promozione di carriera dell’intendenza combinata con una classe politica attratta prevalentemente dal mito del comando.”

Salvatore Iaconesi | La banalità dell’innovazione | medium
Scappare dalla banalità, ricercare il sublime ma soprattutto la bellezza nella sua forma più genuina e lieve. Come una pernacchia. “Ma perché non si è in grado di immaginare condizioni che siano nuove? Non abbellimenti o incrementi di efficienza, ma condizioni umane (e non umane) nuove, riconoscibilmente differenti. In cui si sia pronti ad accettare che una festa possa essere un modo di apprendimento. O in cui l’amicizia, la presenza, la dolcezza e l’affetto possano avere un posto tra le misure dell’aumentato benessere. In cui il sublime, l’estasi, la sensualità e l’eros possano diventare strategie per affrontare povertà, ingiustizia, e la ricerca delle pari opportunità a livello globale.”

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