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2018 – 2020 | Di un’agenda politica comune e dei margini sensibili da cui partire

In Ponti di vista, Supposte morali on febbraio 1, 2018 at 12:52 pm

stazione_luceComunque vada abbiamo un problema. Non sono mancati in questi mesi gli spunti capaci di condurci con maggiore consapevolezza alle elezioni politiche del prossimo 4 marzo. Ecco alcuni esempi, quelli che sento a me più affini. Pier Luigi Sacco ha suggerito un approccio diverso alle politiche culturali, offrendo un piano di lavoro di dimensioni ampie e di sicura prospettiva. Mauro Magatti un radicale cambiamento dei paradigmi economici e Donatella Di Cesare una nuova lettura (filosofica e politica) dei fenomeni migratori. Lo hanno fatto illuminando campi di enorme rilevanza, che meriterebbero migliore e più articolata riflessione. E poi non sono mancati spunti su ambiente, Europa, lavoro e welfare, tecnologia e innovazione, città e urbanistica. Un caleidoscopio di contributi che descrive un contesto vitale, come ama dire Giuseppe De Rita, “con poca voce ma grande potenza”.

Non una novità se pensiamo che Sabino Cassese coniò la felice espressione “società senza Stato” per descrivere la scissione tra rappresentanti e rappresentati, tra istituzioni e corpo sociale, in un libro edito nel contesto del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Il disallineamento tra cittadini e leadership politica non è quindi un fenomeno esclusivo di questo tempo, anche se oggi la frattura sembra diventata tanto profonda e il rischio di corto circuito nell’assetto democratico così prossimo al verificarsi da richiedere un opportuno supplemento di riflessione.
Certo c’è l’astensione (effetto più che causa, per quanto mi riguarda possibile triste e vergognoso rifugio) ma il problema di fondo – che rimarrà sul tavolo anche dopo il 4 marzo – è la fragilità dell’interazione tra le dimensioni del sociale e quella del politico. Una fragilità che rappresenta un po’ la conseguenza e un po’ l’origine delle contemporanee crisi di domanda (cosa cercano gli elettori? che idea hanno della politica? ne sentono il bisogno o credono se ne possa fare tranquillamente a meno?) e di offerta politica (come si propongono partiti e potenziali eletti? in che modo tentano di tenere insieme valori e conquista del consenso? come immaginano il futuro, se se lo immaginano?).

Paolo Di Paolo centra il punto partendo dal “Saggio della lucidità” di Jose Saramago, in cui si racconta la decisione della popolazione tutta di sottrarsi al voto, di rifiutare la scelta, di ritirare la delega ai propri rappresentanti politici.

La tentazione della scheda bianca – una “bomba di profondità contro il sistema”, “una manifestazione di lucidità”, per tornare alla provocazione di Saramago – guadagna spazio. Mentre l’autostima degli elettori crolla, di fronte a promesse che rilanciano di continuo promesse non mantenute, ridicole e non mantenibili; di fronte a divisioni penose e insensate; alla moltiplicazione patetica di simboli; alle concessioni a un lessico (e quindi a un pensiero) greve, violento, distruttivo; di fronte a inadeguatezza e modestia di idee gonfiata solo dall’arroganza o dalla clownerie.
Così una radicata e sconfortata apatia – la letterale impossibilità di accendersi “per”, e la stanchezza di dover votare sempre “contro” – è l’umore dominante. Un segnale che le forze politiche sottovalutano; e nel sottovalutarlo, lo intensificano. 
E’ ancora pensabile un elettorato “felice”?

Comunque vada abbiamo un’opportunità. Fino a qui il versante che porta alla disillusione. Ne ha percorso un bel tratto – con la consueta scrittura acuta, ma in maniera meno rigorosa del solito nell’analisi – anche Christian Raimo. Un versante scosceso e accidentato. Apparentemente senza fondo. Ma c’è dell’altro. C’è della speranza oltre la rassegnazione. Esiste una realtà, pur sommersa e carsica, certamente più interessante e feconda di quanto fin qui raccontato. Solo è meno (sovra)esposta del carosello politico mainstream e della sua sovrabbondante comunicazione. E’ una realtà che si interroga ogni giorno su cosa succede attorno a sé, analizzando la complessità per saper reagire a essa. Roberto Esposito parlando proprio della complessità del tempo che stiamo vivendo si esprime così, indicando l’urgenza a cui dare risposta:

“Ce n’è abbastanza per dire che un intero universo concettuale sta andando in pezzi. Nessuno dei parametri validi fino al secondo Novecento funziona più nella globalizzazione e nella politica della vita e della morte. Dove i corpi umani sono usati come bombe esplosive e il web appare l’unico spazio praticabile del confronto pubblico. Tutto ciò non può non allarmare. Ma, se vogliamo rispondere efficacemente alla sfida in atto, dobbiamo attrezzarci a modificare rapidamente il modo di rapportarci al nostro tempo – di affrontare le sue minacce e di adoperare le sue risorse.”

Marco Revelli – nell’introduzione al suo libro “Non ti riconosco più” – offre un appiglio per ridefinire il “campo” dentro il quale la Politica deve farsi carico delle paure e tornare a essere luogo privilegiato per la valorizzazione delle opportunità.
“La consapevolezza di essere parte di una fine è già un inizio.” La fine (o almeno la crisi profonda) del contesto democratico – per come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi – è un dato di fatto, benché la consapevolezza di tale progressivo esaurimento di senso e di agibilità appaia ancora insufficiente. Se non ci accontentiamo di riflettere sul dato del consenso (sempre più volatile, oltre la liquidità baumaniana) e della rappresentanza (sempre più fragile e confusa, oltre che maltrattata) le domande da porsi sono altre. Dai tratti esistenziali, in prima battuta.
Come possiamo porre un argine alla disgregazione umana? Come premiare le potenzialità delle relazioni umane e la loro capacità generativa? Da queste prime ne deriva un’altra, molto più pratica ma non per questo meno complessa. Può oggi la Politica ripartire dall’abilitazione e il coinvolgimento dei cittadini e delle cittadine per offrire (e allo stesso tempo richiedere) loro un ruolo di maggiore protagonismo – un nuovo attivismo, diffuso e multiforme – dentro processi di governance che si basano su infrastrutture comunitarie che condividano valori e spazi di progettazione, strumenti d’azione e rendicontazione dei risultati raggiunti?

Spazio e tempo, per nuove forme di azione politica. Becattini e Magnaghi – li cito spesso – in “La coscienza dei luoghi” consigliano che lavorare sulla “crescita di una nuova cittadinanza in grado con i propri saperi di produrre e riprodurre attivamente il proprio ambiente di vita biologico, sociale e culturale, allontanando i poteri sovradeterminati dell’economia globalizzata. Un movimento dunque non finalizzato alla presa del potere, ma di progressiva vanificazione della “presa” dei poteri esogeni.” Comunità concrete e operose, che più che sovranità rivendicano autonomia (mista a responsabilità e immaginazione) e che mettono al servizio della dimensione collettiva – e quindi a se stesse per prime – le proprie intelligenze e le proprie energie.

Dove si trovano queste comunità del cambiamento [cit. dalla preziosa analisi territoriale condotta negli anni da Rena o dall’osservatorio curioso di CheFare]? Ovunque la prossimità – la vicinanza che va oltre la dimensione digitale e necessita di fisicità – permetta di riconoscersi e di confrontarsi, di incontrarsi e ibridarsi. Ovunque si decida di prendersi il tempo necessario a dare forma alle istanze di territorio, a rispondere alle sollecitazioni particolari e diverse provenienti dalla comunità facendole diventare proposta comune, a scoprirsi inseriti in un più ampio scenario globalizzato non lasciandosi guidare dalla paura ma elaborando nuovi tessuti connettivi basati sulla fiducia reciproca e su processi collaborativi. Ovunque. Nei quartieri urbani che necessità di rigenerazione come nelle campagne a rischio spopolamento. Negli spazi creativi di una metropoli e nelle cooperative di comunità di un piccolo borgo montano. In uno spazio occupato (non tutti) e in una parrocchia (non tutte). Nell’attivismo attorno ai beni comuni e nelle community degli sviluppatori tecnologici che sperimentano utilizzi civici dei big data o della sharing economy. Nelle università e nei centri di ricerca, nelle reti dell’attivismo sociale e delle comunità di cura. In Occidente così come in ogni altro angolo del pianeta.

Sono comunità che parlano – e non solo, ci mancherebbe – di ambiente e modelli economici ed ecologici alternativi, di questioni di genere, di lavoro (e contestualmente di reddito e di welfare), di tecnologie e innovazioni, di migrazioni (geopolitica, cittadinanza, culture, cura e mutualismo). Sono comunità di giovani, ma non solo. Parlano lingue diverse ma comunicano benissimo tra loro quando serve. Si incontrano – ogni tanto – e quando succede capiscono subito di essere parte di una stessa cosa. Di un mondo altro – in potenza – che attende di prendersi la ribalta che merita, sostituendo il precedente, come abbiamo detto, in esaurimento. Sono i margini sensibili e ricchi di vita di una società che portano dentro di sé gli ingredienti e le tecniche per produrre il futuro.

Attendono – ma parallelamente sono chiamati a progettare e già lo fanno ogni giorno – un “inedito inizio”, prendendo in prestito questa formula convincente da una recente conversazione con Ugo Morelli. Spazi fisici e spazi politici (dal locale al globale) che dialogano, tentando di coniugare il bisogno, oggi totalmente inevaso, di rappresentanza e l’ambizione di non esprimere solo un ruolo di testimonianza o lobby ma un’opzione credibile di governo, facendo propria quella che Stig Dagerman – intellettuale anarchico e visionario – chiamava “la politica dell’impossibile”. Una prospettiva tutt’altro che utopica e impraticabile, sia ben chiaro, ma il desiderio di contribuire alla costruzione del futuro piuttosto che attenderne impotenti l’arrivo. Forse non è ancora il momento, ma non manca molto.

Punto di caduta. Le campagne elettorali sono il terreno peggiore dove proporre sperimentazioni. Non c’era da aspettarsi che quella che stiamo vivendo potesse essere molto differente. Non mancano i singoli – così da evitare facili e stupide generalizzazioni – che hanno deciso di mettersi alla prova elettorale (cercateli nelle varie liste, ci sono eccome) ma a mancare sono le condizioni per far sì – se non in maniera strumentale e sporadica – che la ricchezza delle comunità del cambiamento esondi dai propri confini di intervento specifico e quotidiano e si faccia istituzione, facendo chiarezza rispetto alle proprie capacità di modificare e rendere più evidente il proprio ruolo politico. E’ un tema che, da qualunque punto lo si guardi, ha bisogno di una riflessione che interroghi la necessità di candidarsi – in un’accezione che vada oltre il riconoscimento di un posto in lista – a essere soggettività capace di incidere nella trasformazione dell’esistente e a trovare un punto di caduta politico della propria azione ordinaria. Serve ragionarci.

P.S. Per il Trentino – territorio che abito – la situazione crepuscolare della politica è altrettanto evidente. Con la variabile non secondaria che da queste parti la leva decisionale, vista l’Autonomia di cui godiamo, ha massima prossimità e potenzialmente molta più potenza e efficacia. Le elezioni politiche sono (quasi) andate. Si registra – nel campo del centro-sinistra – una preoccupante omologazione alla dimensione nazionale e una prevalenza dei personalismi e i tatticismi su una visione prospettica d’insieme, quasi completamente assente e neppure cercata, capace di condividere con gli elettori una traccia di lavoro per il futuro. Una serie di questioni che – sia chiaro – rendono non scontata la conferma del mio voto alla coalizione che in questo momento guida questo territorio. Non c’è nessun appello al voto utile che possa funzionare in questo frangente e lo stesso discorso vale anche per le prossime elezioni provinciali (autunno 2018) che rischiano di subire fortemente le fibrillazioni nazionali – con eventuale ritorno al voto dopo pochi mesi – e la debolezza del quadro politico locale, arrivato ormai alla conclusione di un lento e irreversibile piano inclinato, un climax discendente che sembra toccare in questo periodo il suo apice negativo. Servono tempo e costanza per pensare un “inedito inizio”, urgente anche in queste terre. Tra il 2019 e il 2020 si terranno elezioni europee e elezioni comunali della città di Trento, due scadenze (il qui e l’altrove, la prossimità e la sovranazionalità del campo a geografia variabile che da tempo andiamo raccontando, anche e soprattutto all’interno del “Viaggio nella solitudine della politica” che stiamo conducendo) che potrebbero essere quelle buone per costruire una proposta culturale, sociale e politica capace di produrre un salto di schema per il Trentino tutto. Proviamoci.

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