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Appunti di lettura| 45.

In Ponti di vista on febbraio 27, 2018 at 11:22 pm

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La campagna elettorale si sta per concludere, e potrebbe essere l’unica buona notizia di questo periodo. Qui sopra un’istantanea dello stato d’animo, in avvicinamento al 4 marzo. Quel giorno decreterà la fine (temporanea) di un flusso di informazioni assolutamente ingovernato e ingovernabile che ho osservato – credo non da solo – con un certo sgomento. Con questo “Appunto di lettura” ho deciso di affiancare da distante, senza lasciarmi coinvolgere direttamente. In queste pagine credo si possano trovare spunti che, se raccolti e sistematizzati, potrebbero rappresentare un programma, o almeno un’ipotesi di immaginario alternativo (perché le alternative le dobbiamo costruire seriamente) rispetto a quelli che tanto si vedono proposti sulla piazza.

Mancano all’appello una serie di temi decisivi per decifrare la complessità del tempo che stiamo vivendo, mentre invece la propaganda batte su pochi, e non certamente centrali, argomenti che infestano le pagine dei giornali, gli spazi – pochi e mal presidiati – del “confronto”, le teste degli elettori. E’ un bel problema, nel momento in cui chi è chiamato a scegliere un candidato piuttosto che un altro, una proposto politica o quella che a essa si oppone, avrebbe bisogno di una visione d’insieme di ciò che un partito o una coalizione propone e si impegna a sviluppare durante un ipotetico periodo di governo.

*OLTRE LA CONTINGENZA.

Daniela PanosettiArjun Appadurai. Diritto all’immaginazione | Doppiozero
Cosa serve per approcciarsi alla vita con sufficiente apertura e curiosità? “La speranza è esattamente l’essenza dell’etica della possibilità.

 L’etica della probabilità è un’etica numerica: ha natura statistica ed è legata a stretto filo con la conoscenza specialistica, con le proiezioni e le previsioni degli esperti, destinate a essere tradotte in realtà dall’azione politica. La possibilità, invece, è un concetto più qualitativo, più elusivo. Più narrativo. Non si tratta di stabilire ciò che potrebbe accadere e con quale probabilità, ma di aprire la strada a quello che potrebbe essere. La speranza, quindi, per me non è solo un’emozione o un sentimento: è una capacità, come il desiderio. È qualcosa che si impara a esercitare quando si è incoraggiati a farlo. Non nasce da sola. E in quanto capacità, può anche esaurirsi, se non viene usata. Serve allora un ambiente politico, sociale e culturale dove le persone sono abituate a sperare. Perché è dalla speranza che discendono poi le diverse immagini di futuro, così come la spinta e la possibilità di negoziarle. Ma tutto questo non ha a che fare con il mondo dei numeri e delle probabilità, bensì con la vita, le relazioni, le aspirazioni: in una vent’anni parola, il diritto all’immaginazione.”

Francesco Costa | Non ditemi che le parole non contano | Il Post
Chissà se sul lungo periodo ricorderemo Barack Obama come un presidente fondamentale o se di lui rimarranno “solo” le parole, importanti ma slegate dal suo impatto sulla definizione del futuro degli Stati Uniti e del mondo intero. Francesco Costa ha ragione, le parole contano eccome ed è bene rileggerle ogni tanto, per rimettere a fuoco l’ipotesi politica che Obama ha rappresentato e per capire come raccogliere quegli spunti che alla speranza – personale e collettiva – hanno provato a parlare. Oggi, dopo l’elezione di Donald Trump, il rischio è di polarizzare il giudizio su Obama. Velleitario rappresentante di un elitè che ha parlato a se stessa e a nessun’altro o visionario leader di una rivoluzione che non ha trovato piena realizzazione? Di una cosa sono certo: le parole contano, eccome.

Christian Raimo | Noi e Mark Fisher contro il mondo | Minima&Moralia
Se le parole contano, lo stesso vale per le idee e per la loro capacità di essere produttive di scenari, di prospettive, di rotte da percorrere. E la rotta che propone Mark Fisher nel suo “Realismo capitalista” (edizioni NOT) è quella buona, decisiva per capire verso dove indirizzare lo sforzo per cambiare la realtà. “RC è un libro che racconta il prepolitico ancora più della dimensione politica. Ci svela che siamo immersi dentro un’ideologia che è così pervasiva che non soltanto non riusciamo nemmeno a riconoscerla come tale, ma che addirittura crediamo che il mondo sia ormai stato liberato dalle ideologie; e che quindi qualunque nostra scelta, persino qualunque nostro pensiero, non potrà più immaginare qualcosa di diverso dalla realtà come è adesso. È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo, recita una celebre provocazione attribuita a Fredric Jameson o Slavoj Žižek: il neoliberismo ha prodotto nei suoi quasi quarant’anni di dominio una trasformazione delle coscienze. Il “there’s no alternative” che era la risposta thatcheriana alle proteste contro la sua politica è la condizione genetica con cui viviamo da animali sociali.”

Cristiana Cimino | Migranti. L’estraneo siamo noi | Doppiozero
A inizio febbraio abbiamo presentato il libro di Donatella Di Cesare e credo che la sua visione sull’immigrazione sia quella che più in questi anni mi ha convinto. Un’ipotesi fortemente politica (piuttosto che morale o etica), post-coloniale (invece come antropocentrica come alcune forme di accoglienza e integrazione), comunitaria (e quindi collettiva, orizzontale, inclusiva). “Assumere l’Altro straniero significa ripensare il modo di abitare il mondo. Rispetto a questo la posizione di Di Cesare è chiara: oltre la sovranità dello Stato e dei suoi confini, invita a una coabitazione del mondo in cui ognuno è uno straniero residente, svincolato da appartenenze e proprietà, oltre la logica del territorio e della cittadinanza. Posizione certo radicale, anarchica come anarchico deve essere il nostro sguardo, questo l’invito dell’autrice, come sono anarchiche le rotte di chi sfida i confini degli stati sovrani. I migranti, gli stranieri sono quelli che smascherano lo stato perché l’accoglienza implica l’interrogazione su concetti e procedure che hanno assunto un carattere destorificato, naturale, come lo stato-nazione e il diritto all’appartenenza geografica. Sono la nostra cattiva coscienza.” 

Diego MottaDopo la prolusione. Bonomi: «L’antidoto al rancore? Ripartire dagli esclusi» | Avvenire
Sono i temi che da tempo questo blog ha raccolto e tenta di articolare, perchè è dalla variazione sul tema dei sentimenti (sfuggendo al rancore) che si può costruire un concetto diverso di comunità. “Perché la crisi ha finito per dissolve- re tutto: valori, legami, interessi. Il rancore territoriale è diventato rancore sociale sempre più diffuso ai tempi della recessione. E sotto la pelle dello Stato si è allentato anche quel sistema di welfare che aveva tenuto tutto assieme. Anche la voglia di fare comunità è mutata. Sono nate le comunità enclave, le comunità ‘contro’. Hanno esercitato fascino verso chi era in difficoltà, verso chi ha vissuto concretamente l’esperienza dell’incertezza sul futuro. Ciò che chiamiamo populismo in parte è alimentato proprio da questo. Per fortuna esiste anche altro: la comunità di cura e la comunità operosa.”

Michele Ainis | Dalle leggi ai like é ora di decrescere | Repubblica
Decrescere, perché è necessario, senza per forza associare a questo tema un sentimento di sofferenza? Possibile perché il rischio del troppo, dell’oltre ogni limite, lo corriamo in ogni momento. “Potremmo mai trattenere tutte queste informazioni in un unico ricordo? Sarebbe una maledizione. Di più: ne usciremmo con il cervello fuso. Al punto in cui siamo, serve una gomma, non un calamaio. E d’altronde per scrivere una pagina nuova c’è bisogno anzitutto di cancellare il sovrappiù. Da qui la conclusione, inversa rispetto a quella dettata da Aristotele. Lui ragionò sull’horror vacui, osservando come la natura tenda a riempire ogni spazio, senza lasciarne porzioni vuote. Aveva ragione, rispetto al comportamento dei liquidi o dei gas. Aveva torto, rispetto agli spazi intergalattici, in cui nuotano poche molecole per metro cubo. Ma quella teoria ha ormai torto marcio rispetto alla società italiana, dove piuttosto sta attecchendo l’horror pleni, un moto di ripulsa per questo perenne chiacchiericcio nel quale siamo immersi. «Una parola vale un denaro» recita il Talmud, «il silenzio ne vale due».”

Giacomo GiossiRitorno al presente, oltre il rimpianto del passato | CheFare
Il presente contiene (non potrebbe essere altrimenti) le condizioni necessarie a dare forma al futuro. L’individualismo becero di questi anni sembra così aver prodotto dopo una parentesi discutibile e tutto sommato breve (oltre che imbarazzante) di liberismo individualista, una forma di individuo totalmente sguarnito degli elementi base per una convivenza civile: dalla religione alla politica. Resta così una sorta di sentimentalismo cialtrone e insieme straccione utile per una barricata continua in cui la logica deve forzatamente piegarsi ad una fattualità che slitta nel passato occultando la sua sostanza di reale fatalismo da tarocchi. Dove dunque deve incidere un tentativo di innovazione culturale? Chiaramente l’unico spazio consentito è quello del contemporaneo e più volte su cheFare lo abbiamo ribadito, ma esiste anche uno spazio per certi versi etico che rifugge con forza prima ancora che dal risentimento, proprio dal rimpianto ossia da quella marmellata grumosa fatta di nostalgia, speranza e romanticismo d’accatto che non cerca cambiamento, ma solo giustificazione o in alternativa il mantenimento di una solida posizione di rendita e di potere.”

Francesco Cunderi | E’ tornata di moda la crudeltà? | Rivista Studio
Abbiamo un problema collegato ai sentimenti di rabbia e vera e propria crudeltà che infestano il discorso pubblico. “Il motivo per cui ogni giorno esce un dato dell’Istat che dice che la crescita o l’occupazione va meglio del previsto e ogni giorno si conferma che non gliene frega niente a nessuno, non è tanto o solo colpa dei meccanismi dell’informazione o dei pregiudizi dei giornalisti. È anche colpa del fatto che un po’ è proprio così. Nel senso che se io sto male, se mi sento davvero al limite, sapere che un sacco di altra gente intorno a me in compenso ha trovato lavoro o ha guadagnato di più, nella migliore delle ipotesi, non fa che deprimermi ulteriormente. E nella peggiore mi fa incazzare. Comunque non mi fa pensare con fiducia al fatto che forse domani un po’ di quel maggiore benessere toccherà anche a me. Piuttosto mi fa venire voglia di toglierlo agli altri. A cominciare, va da sé, dalle due categorie che prima di ogni altra sono abituato a individuare come parassiti e scrocconi: immigrati e politici. È per questo che non mi importa niente del caso dei bonifici grillini, mentre mi preoccupa moltissimo l’idea di comunità e convivenza civile che politici, giornalisti e semplici commentatori del web continuano a diffondere e alimentare in questo Paese, come se niente fosse, persino dopo che qualcuno ha cominciato a sparare.”

*SUGGERIMENTI PER PROGRAMMI SENZA PAURA.

Paolo Venturi e Flaviano ZandonaiPolitici svegliatevi: la sharing economy è la nuova faccia della cosa pubblica | Linkiesta
La condivisione come valore. i corpi intermedi non devono fare il solito gioco della rappresentanza, ma iniziare un “dialogo sociale” con le piattaforme aggregando gli utilizzatori non per rivendicare, ma per rendere il sistema ancora più efficace, ad esempio sul fronte assicurativoIn quarto luogo che c’è un nuovo contratto sociale da siglare. Ed è questa la vera “riforma istituzionale”. Perché oggi i principi costituzionali – lavoro, diritti sociali, reddito e redistribuzione – si attuano secondo schemi nuovi di socialità che la sharing economy, col suo successo di adesioni, ben evidenzia in termini di impatto sui sistemi sociali e sugli stili di vita.”

Ciccio Rigoli | Come hanno fottuto i trenta/quarantenni | Medium
Il ruolo dei giovani, da fottuti a necessari attori del cambiamento. “Siamo noi che stiamo sistemando la situazione anche se ci avete regalato una macchina rotta. E non ci avete fatto neanche gli auguri quando ci siamo saliti sopra ma ci avete detto “Vai piano”. Col cazzo che andiamo piano, non possiamo andare piano, rendetevene conto.
Abbiamo fatto pace con quello che ci avevate promesso e non avete mantenuto. Non avremo la pensione? E vaffanculo, faremo senza. Non avremo una casa di proprietà? E vaffanculo, ce ne andremo da un’altra parte dove gli affitti costano meno. Non avremo la macchina? E vaffanculo, tanto la macchina non serve più a nessuno.
Lavoriamo spesso più duramente di voi, perché voi davanti avevate il sogno realizzabile di sistemarvi, noi invece abbiamo il sogno irrealizzabile di mettere in banca qualcosa una volta pagato tutto. E non ce la faremo, e quindi vaffanculo, andiamo avanti lo stesso.”

Nicola RivaReddito di base incondizionato. Un’utopia? | CheFare
E se l’articolo da cui cominciare la riforma costituzionale fosse proprio il primo?  “Secondo i suoi sostenitori, infine, l’introduzione del reddito di base rafforzerebbe la posizione contrattuale delle persone sul mercato del lavoro, mettendole nella condizione di potere rifiutare lavori pericolosi e/o degradanti, per accettare lavori magari meno remunerati ma più allettanti, con la conseguenza che i lavori meno appetibili dovrebbero essere meglio retribuiti o modificati. Il reddito di base consentirebbe alle persone di concedersi delle pause temporanee dal lavoro per occuparsi di questioni personali, riposarsi o dedicarsi alla propria formazione. Inoltre, persone il cui reddito non deriverebbe più interamente dal lavoro, potrebbero decidere di lavorare meno e ciò potrebbe produrre una redistribuzione del lavoro, promuovendo l’occupazione. Un abbassamento dei salari minimi potrebbe risultare maggiormente tollerabile e anche ciò potrebbe promuovere l’occupazione. Alcuni di questi obiettivi, tuttavia, potrebbero essere conseguiti anche attraverso politiche selettive d’accesso o di sostegno al reddito che non prevedano il requisito dell’attivazione e/o mediante politiche di sostegno ai salari minimi.”

Andy Beckett Post-work: the radical idea of a world without jobs | The Guardian
Un’ipotesi radicale di superamento del lavoro come come centro di gravità permanente delle nostre società. “It sounds like a conspiracy theory, but Hunnicutt, who has studied the ebb and flow of work in the west for almost 50 years, says Graeber has a point: “I do think there is a fear of freedom – a fear among the powerful that people might find something better to do than create profits for capitalism.”

Guido SmortoTecnologia e potere nell’economia digitale | CheFare
Processi e organizzazioni collaborativi. Commons a base tecnologica. “Tecnologia e potere, dunque. La tecnologia è centrale nel cambiamento perché definisce lo spazio del possibile: ci dice cosa si può e cosa non si può fare, quale azione è più facile intraprendere e quale è più difficile. La tecnologia favorisce certe azioni, relazioni, strutture organizzative, e ne frena altre. A parità di condizioni. Ma la parità di condizioni non esiste mai e una stessa innovazione tecnologica produce esiti molto diversi a seconda del contesto in cui si inserisce. La tecnologia lascia il campo aperto a modelli sociali differenti, ma quali di questi prevarranno dipende dalle scelte che compie la società nel suo complesso.
Di fronte a questo scenario in costante evoluzione, i fautori del libero mercato plaudono ad un sistema che – a loro dire – riduce i fallimenti del mercato e favorisce l’autoregolamentazione. Mentre nel campo progressista – proprio come nel romanzo di Doctorow – si combatte una battaglia tra una sinistra “prometeica”, che si affida alla tecnologia per elevare i contadini al rango di signori, e una “verde” che crede nella decrescita e promette di portare i signori al rango di contadini per salvare il pianeta.”

Paolo Venturi | Tracciare l’identità e la fiducia | Nova
La blockchain lontana dai bitcoin torna utile a creare legami fiduciari. “Basti pensare che sono più di un miliardo le persone nel mondo che non riescono a dimostrare in maniera soddisfacente la loro identità alle autorità, vedendosi spesso esclusi dalla proprietà, dalla libera circolazione e dalla protezione sociale; fra questi ci sono 22,5 milioni di rifugiati. La Finlandia, che come molte nazioni europee ha recentemente visto un grande afflusso di richiedenti asilo, per governare il fenomeno migratorio si è avvalsa della blockchain. Da due anni il servizio di immigrazione finlandese utilizza infatti una card (Moni) che dà ai richiedenti asilo non solo la possibilità di effettuare pagamenti ma anche un’identità digitale “certa” memorizzata su un registro pubblico.”

*CITTA’ CHE PARLANO.

Ilaria FoschiLa scelta di Bologna: i quartieri, culle di welfare | Percorsi di Secondo Welfare
“Nonostante la natura giuridico-amministrativa dei quartieri come articolazioni territoriali dell’apparato comunale, quindi non dotati di personalità giuridica, né di piena autonomia decisionale né di proprie risorse, essi sono chiamati a svolgere, nel tempo, la funzione di cardine del welfare di prossimità, ponendosi come raccordo e mediatore tra le istanze della cittadinanza e degli organi di governo comunali e, in rari casi, sovracomunali. Il quartiere può dimostrarsi la dimensione adeguata per attuare le politiche di prossimità e per intercettare per primo l’emergere di nuovi fenomeni sociali o l’acuirsi di marginalità. Il quartiere viene identificato come l’ambito territoriale deputato alla sussidiarietà orizzontale, alla partecipazione nei processi decisionali, alla rilevazione dei bisogni con funzione di consultazione, ascolto/dialogo con i cittadini, promozione dell’empowerment di comunità.”

Maurizio Carta | Palermo, la cultura come capitale | Repubblica Palermo
“La cultura è fattore primario di sviluppo se in grado di affondare le radici nel palinsesto della storia della città e protendere le sue ali nel progetto di futuro. È un rizoma composto da luoghi e da persone, da patrimoni tangibili e intangibili, ma anche da identità civica e visione. Le politiche culturali, quindi, non devono accontentarsi di attivare eventi e manifestazioni temporanee, ma devono concretizzarsi in luoghi di incontro per la comunità, consolidarsi in servizi permanenti e, soprattutto, migliorare la nostra vita attraverso l’energia propagata dai nuovi epicentri culturali. La cultura come fattore di sviluppo richiede, quindi, un poderoso progetto di città, fatto di pratiche, ma soprattutto di politiche, di strategie a lungo termine ma anche di tattiche quotidiane.”

Elisa ScapicchioArcipelago Italia alla Biennale | ProfessioneArchitetto
“Itinerari, Futuro e Progetti sperimentali sono dunque le parole chiave, una mostra in tre atti per spiegare ed indagare la complessità dei territori interni e il ruolo dell’architettura contemporanea per il loro rilancio, con l’obiettivo di combattere lo spopolamento insieme a una riflessione sul ruolo dell’architetto che, come ribadito da Paolo Baratta in Conferenza Stampa “deve avere la capacità di ascoltare, intercettare i desideri delle persone, rispondere alle domande e fare architettura che serve”. “Abbiamo attraversato la Penisola nella sua parte più intima (foreste, borghi e piccole città) e percorso pianure e boschi, abbiamo oltrepassato le porte di tante città, alla scoperta di nuovi luoghi: il quadro è molto articolato e non omogeneo”.”

Emanuele PiccardoCucinella: fare architettura è un’azione politica, e a Venezia vedrete la mappa dell’Italia trascurata | Il giornale dell’architettura
“Le comunità sono rimaste sorprese che qualcuno le interpellasse per parlare delle loro esigenze. Tutti parlano e nessuno ascolta la gente, così abbiamo lavorato con il gruppo Ascolto Attivo, che da trent’anni fa partecipazione pubblica, chiedendo alla gente che cosa le mancasse. C’è un silenzio tra la politica e la gente che è disarmante. Il mestiere dell’architetto ha un grande valore politico, in cui l’architettura diventa uno strumento importante. Ad esempio in Sardegna facciamo la Casa della salute e dopo le discussioni con i cittadini viene fuori che al di là della cura delle malattie si vuole stare insieme. Se queste cose non le facciamo noi architetti chi le deve fare?”

Claudio Calvaresi | Periferie e politiche pubbliche | CheFare
“Pur in presenza di regolazioni obsolete, culture tecniche che faticano a confrontarsi con l’innovazione o le resistono apertamente, inabilità diffuse, politica debole, un percorso è stato intrapreso. Vi sono tuttavia, a mio avviso, diversi nodi da affrontare. In particolare: l’impianto teorico che sostiene questo orientamento è ancora debole (molti sono gli spunti promettenti ancora privi di sistematicità); l’incrocio con i soggetti di riferimento, sia gli innovatori (che chiedono riconoscimento, capacitazione e reti), sia quelli più tradizionali (a cominciare dalle organizzazioni del privato sociale, che sollecitano un processo di riqualificazione) rimane problematico; il paesaggio al mainstream nelle politiche urbane va collocato nel quadro di una agenda urbana nazionale interamente da scrivere.”

Michele Kettmajer | Alla smart city serve donare il tempo | Nova
“Abbiamo bisogno per le nostre città di un altro amore, di prendersi e prenderci cura riconoscendo la vulnerabilità che sta in ognuno creando cosi  le condizioni per avere relazioni tra di noi e con l’ambiente e distribuendo uniformante potere e denaro tanto da farne perdere di significato. Serve del tempo, da strappare anche a Alibaba e Facebook, tempo da passare insieme, tempo da condividere insieme nello spazio pubblico anche creando nuovi dati. E’ un buon metodo per creare altro tempo, un dono che facciamo e che aumenta il tempo dell’altro.”



 

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