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“Cambio di paradigma”. Intervista a Mauro Magatti.

In Libri con le orecchie..., Ponti di vista on marzo 16, 2018 at 11:17 am

People_Tubo

“Chi ha un perché abbastanza forte può superare qualsiasi come” (Nietzsche).

Possediamo ancora un “perché” tanto potente da indicarci la strada – magari tortuosa e piena di ostacoli – che ci porta a individuare un “come” condiviso, la forma pratica per far atterrare i sogni, per dare gambe agli ideali, per concretizzare le utopie?
Mauro Magatti – autore del libro “Cambio di paradigma” (ed. Feltrinelli, 2017) –  é a mio avviso uno degli osservatori più attenti e curiosi del tempo che stiamo vivendo. Lo é perché il suo sguardo sociologico ed economico sul mondo riesce a mescolare efficacemente l’offerta di una visione – lo sguardo lungo, la prospettiva, la cornice – alla quotidianità della vita, necessario ancoraggio alla realtà che permette di mettere alla prova le intuizioni teoriche.
Chi vogliamo essere? Quali sono gli obiettivi che intendiamo darci, come singoli esseri umani e come specie? Come intendiamo collaborare affinché possa farsi largo – tra tensioni e complessità, tra rancori ed egoismi – un’ipotesi diversa di presente e futuro?

“abbiamo bisogno di un’idea più relazionale della nostra individualità,” – scriveva in un recente editoriale uscito sul Corriere della Sera – “riconoscendo che la realtà non coincide con noi stessi, che c’è qualcosa d’altro oltre il nostro Io, che nessuno si salva da solo e che, per quanto potente, la tecnica da sola non basta.Insomma, oggi come ieri, un’idea di futuro passa per una nuova idea di libertà. È questa la posta in gioco della transizione in corso. In Italia come in Europa. O si riuscirà ad andare avanti, ricostruendo il nesso tra economia e democrazia, o si tornerà indietro. Le scorciatoie possono anche far vincere le elezioni. Ma spesso sono il modo per finire nel burrone.”

Cosa significa cambiare e come é possibile uscire dalle zone di confort in cui ci nascondiamo? Cosa significa chiederci chi vogliamo davvero essere?
Rispondo dicendo che cambiare significa prima di tutto vivere. Nel senso che la vita senza il rinnovamento e la capacità di cercare qualcosa di inedito e di creativo, di relazionarsi con le condizioni che continuamente sollecitano la trasformazione é una vita che non ha senso di essere vissuta. Il cambiamento é semplicemente accompagnare la vita di ciascuno, e insieme dei popoli, che procede nel tempo.
Siamo di fronte a una situazione schizofrenica. Da una parte abbiamo la sottolineatura continua di temi come l’innovazione, la crescita – in termini quantitativi -, la moltiplicazione delle possibilità. Dall’altra parte c’è la continua richiesta di sicurezza, di stabilità, di fissazione dell’esistente. Una schizofrenia che separa nettamente ciò che andrebbe ricomposto.
Non dobbiamo cambiare perché c’é l’innovazione, dobbiamo cambiare perché dobbiamo vivere, perché ogni giorno viviamo. Esistono ovviamente anche i cambiamenti che arrivano dall’innovazione o dalla concorrenza, ma non é da ricercare in quel campo l’origine del cambiamento se vogliamo mettere in luce la dimensione umana della vita sociale e cooperativa.

Disordine sociale, disordine demografico, disordine economico, disordine politico. Lei teorizza che questa fase transitoria – caratterizzata da confusione e incertezza – sia il momento giusto per la trasformazione del modello capitalista. Non si può non condividere l’urgenza di mettere in moto i cambiamenti epocali che lei sottopone costantemente ai suoi lettori. C’é però una domanda che aleggia sullo scenario che lei propone e riguarda la capacità del modello precedente – quello capitalista, da molti dato per sconfitto troppe volte e troppo presto  – di fare propri, di mettere a valore i fenomeni che nascono e crescono dentro la società, spesso anche quelli nati in maniera antagonista o critica nei suoi confronti. Basti pensare al tema dell’agricoltura biologica o della green economy, dell’economia della condivisione e dell’innovazione tecnologica, fino alle nuove forme del welfare comunitario. Il capitalismo si é dimostrato modello economico – e culturale – resiliente e adattabile. Capace di  superare anche questa crisi e riproporsi sotto diverse forme? La sensazione é quella che per “cambiare paradigma” serva imboccare dalla parte giusta un bivio che sappia portarci altrove rispetto alle rotte che abbiamo già sperimentato e che – guarda caso – ci ha condotto dentro lo scenario che in questi ultimi anni siamo stati costretti a conoscere. Non ci si salva guardando alle soluzioni che il passato e il presente ci hanno dimostrato essere sbagliate. Che ne pensa? Come si scappa dal rischio che invece di un cambio di paradigma si finisca dentro un nuovo ciclo adattativo del sistema capitalistico?
La vita che ci capita di vivere – quella dentro la quale siamo nati, cresciuti e probabilmente moriremo – sta tutta dentro il sistema capitalistico. Il cambio di paradigma non può rappresentare l’uscita dal capitalismo, cosa che io auspico e desidero ma che é ampiamente al di la della nostra esistenza. Dentro una crisi di quel modello ci sono forme di riassetto che possono essere in alcuni frangenti addirittura peggiorative. In altri casi invece, all’opposto, le traiettorie che questo riassetto assume possono essere migliorative perché pongono all’interno dell’organizzazione capitalista degli elementi che le sono estranei e che sono un piccolo passo in avanti verso un superamento che ha dei tempi più lunghi rispetto a quelli che possono essere contenuti all’interno delle nostre vite.
Io penso che queste buone pratiche – queste spinte al cambiamento – sono destinate in qualche maniera a essere distorte, trasformate, manipolate ma che questa situazione non é un aspetto negativo o depressivo. Fa parte della storia dell’evoluzione umana. Quello che possiamo fare é – come uomini e donne di buona volontà che hanno voglia di non accontentarsi della realtà così com’è – impegnarci nel tempo presente cercando di far muovere un passo avanti alla carovana di cui facciamo parte. Le buone pratiche potranno essere distorte dal capitalismo ma questa non é una buona ragione per non continuare a inventarne di nuove. 

Lei usa spesso la metafora del mare per raccontare la storia della globalizzazione e della crisi che ha colpito in modo particolare l’Occidente dal 2008 in poi. Usciti dal porto con il sereno e con la certezza che il viaggio sarebbe stato lineare e tranquillo, un viaggio che non sarebbe stato precluso a nessuno. La tempesta ci ha colpito duramente, lasciandoci feriti e spaventati. Le correnti contrarie che abbiamo conosciuto negli ultimi anni non sono venute meno, anzi sono diventate la normalità nella nostra navigazione. Lei dice che bisogna “darsi una direzione (cioè obiettivi da perseguire) e riconoscere perché non ci si salva da soli, ma solo mettendosi insieme ad altri, in vista appunto di un interesse comune”. Ci descrive quali sono i tratti fondamentali di questo paradigma altro che dobbiamo cercare di definire e di praticare?
Fondamentalmente questa crisi ha messo in evidenza che quella fantasia che abbiamo avuto rispetto a una crescita illimitata attraverso la moltiplicazione delle possibilità al fine di soddisfare qualsiasi ambizione individuale – moltiplicata per miliardi di persone – é una cosa che non si regge. Non sta in piedi tecnicamente, per incompatibilità ambientale oltre che dal punto di vista sociale e politico.
Il tema è quello – partendo dalla dimensione antropologica – di riconoscere che quelle grandi conquiste che fanno capo alla storia moderna dell’Occidente e che si basano sull’indipendenza dell’Io e sul desiderio di vita di cui ognuno di noi è portatore vanno benissimo solo se si riconosce che esiste qualcos’altro oltre noi stessi e si accetta positivamente il fatto che c’è una relazionalità che ha a che fare con una misura dello sviluppo e della crescita diversa rispetto a quella esclusivamente economica e quantitativa che abbiamo conosciuto fino a oggi.
Di fondo c’è che la spinta che da metà del ‘900 – dagli anni ’60 in poi – da vita a un’ipersoggettività che va oggi messa in discussione, lì dove è importante riconoscere una propria soggettività ma che non può fare a meno di una messa in relazione con chi ci sta attorno.
Peraltro se non siamo noi a fare questo ci penserà la tecnica al posto nostro. La tecnica ci metterà in relazione, ma lo farà senza la nostra consapevolezza e senza la nostra libertà di decidere sul come farlo. A fine novembre citavo – sempre sul Corriere della Sera – una pubblicità di una nota marca di automobili che invitava al “lasciarsi guidare”. Se la libertà di cui disponiamo non impara a essere in relazione verrà il tempo in cui saremo guidati da qualcos’altro o da qualcun’altro.

Lei invita a pensare il futuro, inteso come strumento necessario per uscire dalla crisi. O almeno per descrivere una nuova condizione di equilibrio (sostenibile e desiderabile) dentro la quale vivere. La società però – o almeno una sua componente piuttosto ampia, non so dire se maggioritaria – sembra rivolgere lo sguardo al passato. Ieri si viveva meglio. Non c’erano immigrati. Tutti lavoravano. Non esistevano politici ladri. Il calcio era ancora romantico e i cantanti italiani si potevano ancora ascoltare. Zygmunt Bauman l’ha definita retropia ed é un atteggiamento che non ci aiuta. Perché – come ci ha ricordato l’ultimo rapporto il Censis – a prevalere sono il rancore e la disillusione rispetto alla speranza e alla fiducia. A cinquant’anni esatti dal ’68 il rischio é quello di guardare anche a quella storia con occhi – non solo quelli delle generazioni che ne sono state protagoniste – velati dalla nostalgia, da un senso di rimpianto fine a se stesso. Non ce lo possiamo permettere. Chi sono secondo lei i possibili protagonisti dell’utopia di cui si é fatto interprete nel libro? Quali le condizioni che possono rigenerare la fiducia che oggi manca? Come si possono saldare alleanze sufficientemente determinate e praticare una reale discontinuità rispetto al passato?
Evidentemente non esistono forme sufficientemente organizzate perché la frammentazione della nostra vita sociale é molto spinta e questo rende molto difficile riuscire a mettere insieme, a dare forma. In forme puntuali, polverizzate e disperse però esistono gruppi e persone – non certo in dimensione maggioritaria, piuttosto come minoranza numerosa – dentro imprese, nella società civile, dentro famiglie che descrivono una domanda di rinnovamento. Ci sono dei valori come la sostenibilità che non sono spariti. Ciò che manca é la capacità di attivare dei processi e delle connessioni che rimettano insieme forme nuove, che sono tante e sono disperse. Ci mancano i punti di contatto.
Anche le buone pratiche rischiano di essere espressione di spinte individuali che non riescono ad inquadrarsi in scenari e contesti collettivi. Bisogna passare di lì perché in una società iper-individualizzata l’articolazione della soggettività era un elemento assolutamente positivo ed estremamente potente. Oggi dobbiamo far sì che quella soggettività non si perda in se stessa ma si ricomponga e sia capace di ricostruire quei ponti che via via sono venuti meno. Questa é la direzione di crescita che dobbiamo intercettare. E’ l’idea stessa di generatività. L’idea che la creatività di ciascuno sia un punto di partenza – se così si può dire, individualistico – che ci può condurre a riconoscere la nostra relazionalità. Quindi coinvolgendo altri e venendo coinvolti da altri siamo portati a spingerci oltre il confine di noi stessi. L’idea di generatività é che l’Io che abbiamo fatto emergere dentro quella che chiamiamo modernità può trovare dei percorsi che lo mettono di nuovo in relazione cooperante con il contesto che gli sta attorno. E’ questa la sfida.

Giuseppe De Rita – nel suo ultimo libro “Dappertutto e rasoterra”, raccolta delle metafore sociali frutto di cinquant’anni di Rapporto Censis – fa riferimento alla capacità della società, ancor prima dell’intervento della politica, di sapersi muovere dentro i salti di fase che anche l’Italia ha attraversato negli ultimi decenni. “Una società senza Stato” l’ha definita Sabino Cassese. Anche nel suo libro sembra riconoscersi in parte questo stesso approccio che mette al centro le comunità che mettono in campo “esperienze istituenti” di tipo mutualistico e solidale, che si riconoscono in forme di produzione (orientate alla qualità e alla quantità), che sanno praticare modelli che ibridano pubblico e privato in chiave sociale, che valorizzano i beni comuni e il capitale sociale. Buone pratiche, esperienze che bypassano (sia che abbiano forma d’impresa, che di cittadinanza attiva) la dimensione politica della guida e dell’indirizzo e agiscono la propria autonomia riconoscendosi più nell’informalità che nelle istituzioni. Che idea si é fatto di questa frattura tra il sociale e il politico e dove si intravedono – oltre le scadenze elettorali – forme di contatto e di ripartenza di un percorso comune tra queste due dimensioni?
L’Italia non ha mai saputo darsi – non avendo mai fatto una diagnosi sufficientemente approfondita delle proprie caratteristiche sociali e culturali – istituzioni coerenti e sensate rispetto alla propria matrice di riferimento. Noi non siamo un paese anglosassone, non siamo la Francia e non siamo nemmeno la Germania. Avremmo bisogno di istituzioni che siano capaci di accompagnare la pluralità di cui é costituito il nostro Paese. Le tante città, le tante singolarità, le particolarità territoriali. Quindi non abbiamo le istituzioni giuste. Questo é il problema principale.
Proseguiamo con questo tipo di disconnessione e ci arrabattiamo a causa dell’inadeguata elaborazione culturale della nostra identità.
Da noi non esistono le grandi imprese, la nostra soggettività é fortemente legata alle caratteristiche del territorio che viviamo, delle famiglie che lo compongono. Abbiamo quindi bisogno di istituzioni molto più plurali di quelle che possediamo. La questione é ovviamente complessa. Diciamo che teoricamente la rete che potrebbe andare – come auspico nel libro – nella direzione opposta rispetto a quella attuale é un’infrastruttura tecnologica che permetta la formazione di nuove istituzioni che sappiano descrivere una pertinenza molto più prossima alle specificità del contesto che devono aiutare, da sempre orientato a una forte presenza di piccole-medie imprese, al rapporto stretto con il territorio, a una relazione forte tra capitale e lavoro. C’é da sperare che l’innovazione tecnologica – i cui effetti si cominciano a percepire in maniera netta – sappia aiutarci nel definire istituzioni più coerenti alla nostra realtà culturale, sociale ed economica.

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