trento|italia|europa|mediterraneo|mondo

Di un quarto polo possibile, forse necessario, in Trentino…

In Ponti di vista on marzo 20, 2018 at 5:16 am

nebbione

Il 4 marzo ha accelerato – anche, e forse soprattutto – in Trentino una trasformazione di contesto che era già in corso e che, sbagliando, alcuni credevano di poter gestire in termine di continuità rispetto al passato. Quello che si vorrebbe leggere come un segnale interno allo schema nazionale ha assunto nella comunità trentina un tratto di rottura più profondo che oggi, a distanza di un paio di settimane dal voto, comincia a far venire a galla una serie di questioni che è bene analizzare. Avevo lasciato per un momento successivo una riflessione più ampia – dopo questa, più generale – che qui provo a abbozzare. La scadenza autunnale delle elezioni provinciali diventerà più centrale di quanto immaginassi, nel combinato disposto con alcuni altri appuntamenti prossimi a venire (l’elezione della nuova presidenza della Federazione della Cooperazione ad esempio) e con una più generale necessità di interpretare l’evoluzione (progressiva o regressiva?) sociale, economica e culturale della comunità trentina. Comunità da intendersi come infrastruttura minima sulla quale basare la capacità di Autonomia e autogoverno di ripensarsi in continuazione e sapere immaginare una propria generativa tensione collettiva al futuro.

A muovere questo mio ragionamento è anche – detonatore di una molla già carica, non da oggi – la notizia che da un paio di giorni ha fatto capolino sulle pagine del quotidiano “Il Trentino”: l’ipotesi della nascita di un fronte largo – si direbbe, per usare termini comprensibili, civico e post-ideologico – che faccia riferimento a Geremia Gios, economista ed ex Sindaco di Vallarsa. Lo stesso Gios, interpellato, non esclude questa possibilità e anzi rilancia annunciando la prossima pubblicazione del suo “Manifesto per il Trentino”.
Parto da questa possibile novità nel quadro politico locale non per semplice reazione a un’emergenza sopraggiunta ma perché permette di mettere in campo una serie di riflessioni che hanno a che fare da un lato con la teoria politica e dall’altro con l’organizzazione della politica stessa.

C’è davvero spazio per un terzo polo in Trentino, come emerge dalla stampa locale in questi giorni? Quali dovrebbero essere i tratti distintivi di un tale progetto (quale l’identità fondante? quali gli orizzonti? quale il valore innovativo, paradigmatico, trasformativo?) per scompaginare davvero un contesto frammentato – da ben prima del 4 marzo – e che non sembra più stare dentro le cornici interpretative che abbiamo conosciuto negli ultimi quindici anni?

Per rispondere alla prima domanda serve però eseguire un rapido conteggio preliminare. I poli in campo sono già tre e sembrano riempire quasi totalmente il quadro.

Il primo polo è quello che possiamo definire leghista. Un polo in espansione di consenso. In questi giorni – successivi a un risultato locale di proporzioni incredibili – è alla prova della conquista della stampa (che ha accolto Salvini accettandone lo storytelling e facendosene grancassa comunicativa) e della Cooperazione (in una fase di transizione tutt’altro che lineare e quindi frammentata, priva di una guida di prospettiva) dopo aver fatto breccia in una vasta fascia dell’elettorato, non solo extraurbano, non solo a basso reddito e scolarizzazione.

Il secondo polo è quello che fa riferimento al centro-sinistra autonomista. Al momento il più in crisi, per la debolezza sia delle singole componenti che dell’idea stessa di coalizione. Ottobre è vicino e al momento questo polo sembra totalmente incapace di trasformare la propria classe dirigente (lo vuole davvero?) e di mettersi in gioco per quanto riguarda la propria proposta progettuale. La vaghezza del risultato del lavoro della Consulta per il Terzo Statuto di Autonomia e una più generale fatica nel descrivere e condividere il proprio sguardo sul futuro con la comunità di riferimento sono a testimoniare la fatica di questo fronte.

Il terzo polo è il M5S. Fa gruppo da solo (sia dal punto di vista dell’ampiezza del consenso raccolto che per stile, contrario fino a ora alle alleanze) a meno che il Trentino non diventi per il Movimento laboratorio di sperimentazione di un allentamento di quel perimetro che per il momento sembra impermeabile a qualsiasi contaminazione e che lo rende – molto spesso, non sempre – più debole nelle elezioni locali.

Veniamo quindi al possibile quarto polo e alle condizioni che sarebbero auspicabili per un’ipotesi eccentrica rispetto allo status quo che, mio parere, potrebbe risultare particolarmente interessante e, elettoralmente parlando, non battuta in partenza.
Per prima cosa, la composizione proposta dal Trentino mi sembra (me lo auguro) davvero poco praticabile. Ho stima – pur non conoscendolo personalmente – di Geremia Gios e riconosco a lui una visione economica, comunitaria e territoriale interessante. Gli riconosco anche un approccio radicale ed etico (il confine con l’approccio morale è sottile e pericoloso), necessario per mettere sotto stress un modello di governance territoriale che ha sedimentato – come uno dei suoi peggiori difetti – una grande resistenza al cambiamento.

Che attorno alla sua figura si possano riconoscere i Cinque Stelle è una situazione assolutamente plausibile. Non dubito il suo nome possa essere visto come profilo adatto per la rincorsa alla Presidenza della Provincia da parte del Movimento. Gli altri protagonisti inseriti nel novero dei sostenitori di questa nostrana Coalizione Civica (qui ne scrivevo tempo fa, partendo dall’esperienza di Padova) però sono quasi il contrario “delle migliori persone e idee del territorio che si raggruppano”. Walter Kaswalder è ricordato soprattutto per il suo stile nell’approccio all’aula consiliare (“a ciacere no se ne sgionfa done” una delle sue massime). Rodolfo Borga è espressione – legittima ci mancherebbe – di una visione difensiva e chiusa del mondo, come dimostrano le sue posizioni sul genere e sulle migrazioni. I Civici (intesi come gruppo dei Sindaci federati dal primo cittadino di Rovereto, Valduga) escluso il loro ondivago testo di fondazione – buono per andar bene a tutti, ma a che costo di annacquamento di qualsiasi pensiero? – sembrano concentrare la loro attenzione sul primato del “fare” (il pragmatismo certo non è un difetto, ma da solo non basta) e sulla rivendicazione di una sovranità di strettissimo respiro, testimoniata dalla loro continua negazione di responsabilità – circa 120 Comuni in Trentino a oggi non ospitano nemmeno un (1!!!) richiedente asilo – sui temi delle migrazioni e dell’accoglienza.

Ora. Va bene – forse – definirsi post-ideologici. Continuo però a pensare che ci sia bisogno di una base di fondo utile (valori, virtù, propositi, scenari desiderabili) per immaginare alleanze che non si riducano a esercizio tattico che approfitta dell’evidente debolezza dei partiti tradizionali e della necessaria revisione delle forme della democrazia rappresentativa. Per uscire dal corto circuito in cui versa il Trentino – di senso oltre che di fragilità del rapporto tra comunità spaesata e rappresentanza politica autoreferenziale e dalla visione troppo corta – un quarto polo serve eccome e deve possedere la capacità di essere un terreno inclusivo nel suo assetto fondativo, orizzontale nelle sue pratiche organizzative e nella sua visione dei metodi di partecipazione, generativo per quanto riguarda la valorizzazione delle energie presenti sul territorio e spesso ai margini della vita pubblica. Questo compito non può però assumerselo l’accrocchio descritto sulle pagine del Trentino.

Va fatto un tentativo diverso? Credo di sì, ma ad alcune condizioni. Abbiamo la capacità di descrivere un modo diverso di stare al mondo e di tracciarne le  prospettive di futuro (dall’ideazione globale fino alla concretezza dell’azione di prossimità) senza dover dar per buone le posizioni di un rinserramento attorno alla teoria del “prima noi” o di quella che Zygmunt Bauman definisce come retrotopia, ossia nostalgia di un passato in cui si aveva la sensazione di stare meglio e a cui ostinatamente si vuole tornare? Siamo in grado di raccogliere la crescente incertezza e affrontarla attivando le capacità di resilienza della comunità, partendo dalle sue componenti più vitali e creative? Esiste ancora un genius loci che distingua il territorio che abitiamo – l’Autonomia in definitiva questo è – e permetta a esso di non reagire in maniera scomposta e disordinata alle sollecitazioni della “metamorfosi del mondo” che è in corso?

Se questi sono i temi di fondo del tempo che ci circonda, la necessità di ristabilire all’interno della comunità un patto – di cura, di destino – che coinvolga i più, tutti coloro si dimostrino uomini e donne di buona volontà, diventa un’urgenza verso la quale non possiamo più tergiversare. Senza necessità di rivendicare primati ma sviluppando processi di cooperazione virtuosi. Senza paura della complessità ma con la capacità comune di gestirne le problematiche, oltre che le opportunità.

Come mettere in fila questo caleidoscopio di esigenze? Qualche suggerimento solo negli ultimi giorni – buoni chissà anche per il Manifesto di Geremia Gios – mi sono arrivati, come spesso mi accade, da alcune letture.

Mauro Magatti (intervistato su questo blog settimana scorsa) sul Corriere della Sera – ecco l’editoriale completo – spiega bene come dobbiamo relazionarci con i temi scivolosi ma decisivi di comunità, identità e confine per non rimanerne schiacciati e per utilizzarli dentro la globalizzazione. Una questione centrale per un piccolo territorio di confine, nel cuore dell’Europa e con più di un occhio verso il Mediterraneo.

“In un mondo complesso e in perenne movimento, per continuare a esistere occorre chiudere quel tanto che è necessario per essere veramente aperti. Contrariamente alla fase post bellica — quando le società nazionali costituivano mondi ben separati — oggi la chiusura di cui si ha bisogno consiste nella costruzione di confini che non sigillano, ma mettono in relazione una determinata comunità politica con il mondo intero. Il confine — scrive Cacciari — «è la linea lungo la quale due confini si toccano: cum-finis. Il confine distingue, accomunando; stabilisce una distinzione, determinando una ad-finitas. Fissato il finis […] “inesorabilmente” si determina un contatto».”

Il confine non è mai soltanto limes (frontiera rigida), ma sempre anche limen (soglia). Nessun confine può, quindi, pretendere di eliminare «l’altro», di escluderlo, poiché lo implica. Il confine, limitando, mette in relazione. Qui troviamo il criterio per sfuggire alla contrapposizione manichea nella quale siamo oggi risucchiati. Apertura e chiusura definiscono un rapporto che va, ogni volta, faticosamente rinegoziato e riconquistato. Così, se riconosciamo che il tempo dell’espansione infinita è alle spalle, allora possiamo ammettere che per tornare a crescere occorrerà reimparare a «fare economia» (cioè a usare al meglio, cioè in modo sostenibile, le risorse disponibili: senza sprechi, privilegi, eccessi) e a «fare società» (cioè darsi regole, pratiche e fini comuni).

Ciò significa che, in economie aperte ed esposte alla concorrenza e ai processi globali (migrazioni, problemi ambientali, instabilità politica) la possibilità stessa di produrre ricchezza e integrazione si regge sulla capacità di addensamento e attivazione. In un mondo altamente tecnicizzato, culturalmente evoluto e politicamente instabile, il compito dell’azione politica è prima di tutto quello di stabilizzare ciò che è instabile e far permanere ciò che è mobile. In altre parole: oggi occorre «allearsi» — fissare, cioè, confini — non per chiudersi, ma per aprirsi e avere qualcosa da offrire al mondo, oltre che per attrarre ciò che si muove a livello planetario (intelligenze, capitali, persone). Allearsi, dunque, non in uno spirito residuale e reattivo, ma come opzione strategica e consapevole. Lavorando per creare le condizioni (di attivazione e protezione) che permettono di scambiare con cerchie più ampie, senza perdere consistenza interna.”

Enrico Giovannini nel recente titolo per Laterza “L’utopia sostenibile” – frutto del suo costante lavoro da Presidente di Istat, da Ministro, da studioso impegnato nell’appena nato Forum Disuguaglianze Diversità – ci mette di fronte alla sfida di incrociare i quattro pilastri della sostenibilità (ambientale, economica, sociale e istituzionale) per dare corpo a quello che [vedi immagine sotto] definisce lo Spazio Operativo e Sicuro (S.O.S.) per l’umanità. “Fare meglio con meno” sarà uno dei trend topic della prossima fase economica, sociale e politica. Fuori dalla retorica della decrescita felice ma certamente dentro una riqualificazione degli stili di vita, delle traiettorie di sviluppo, delle metriche per valutare benessere e crescita.

01tt_05_2-2
Per ultimo Ezio Manzini nel suo ultimo libro – “Politiche del quotidiano”, edito non a casa da Edizioni di Comunità insieme a CheFare – si concentra sulla definizione (non da vocabolario, ma pratica e agìta) di bene comune e comunità intenzionale, facendo dialogare la prossimità con il mondo intero e assumendosi il compito di “attori del cambiamento”.

Secondo Carlo Donolo “i beni comuni sono “un insieme di beni necessariamente condivisi. Sono beni in quanto permettono il dispiegarsi della vita sociale, la soluzione di problemi collettivi, la sussistenza dell’uomo nei suoi rapporti con gli ecosistemi di cui è parte. Sono condivisi in quanto […] essi stessi stanno meglio e forniscono le loro migliori qualità quando siano trattati e governati come “beni in comune”, a tutti accessibili, almeno in via di principio.” A tal fine servono alcune condizioni di partenza (“fiducia reciproca, capacità collaborative, competenze diffuse, percezioni di sicurezza”) dentro la comunità.”

[…] Dobbiamo cioè passare da un’immagine mentale a un’altra: da quella di una comunità e un luogo (quasi) chiusi su se stessi, a quella di una varietà di comunità che abitano diversi tipi di spazi. E quindi che producono diversi tipi di luoghi. Pertanto, se vogliamo avere delle comunità collegate ai luoghi, bisogna creare le condizioni affinché ciò avvenga. Cioè affinché vi siano comunità le cui conversazioni siano anche faccia a faccia e abbiano anche ragioni per occuparsi dell’ambiente in cui vivono.”

C’é abbastanza materiale per provare a immaginare i primi passi di una possibile – necessaria, ambiziosa e non raccogliticcia e ambigua – Coalizione Civica per il Trentino? Serve cautela e un giusto grado di obiettività nel leggere il contesto che si osserva, senza scivolare in forme eccessivamente semplificate di analisi. Certo, la politica e i partiti arrancano ma non sono prive di ombre le realtà sociali, culturali e civiche di questo territorio, cioè quegli stessi soggetti che dovrebbero assumersi in proprio il compito di essere i protagonisti della nuova fase nascente. I loro destini e le loro capacità di costruire futuro sono stati fino a oggi legati – non potrebbe essere diversamente, in un territorio dalle dimensioni così limitate e così fortemente indrastrutturato – a quella dirigenza politica che, nel bene e nel male, si è fatta carico del governo del Trentino, determinandone allo stesso tempo successi e criticità, avanzamenti e cadute, eccellenze e fragilità. Fatta questa piccola premessa di riconoscimento della complessità del campo in cui si vogliono mettere le mani allora qualche ragionamento più approfondito e qualche ipotesi di lavoro la si può iniziare a condividere.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: