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La città e il futuro. Bambini, margini, creatività.

In Ponti di vista on aprile 11, 2018 at 1:00 pm

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Questo testo racchiude la traccia per l’intervento che avrei dovuto tenere all’interno dell’evento introduttivo alla seconda edizione della Smart City Week di Trento, intitolata “La speranza dell’appartenere”.

Quando mi è stato proposto di essere uno dei tre relatori di questo appuntamento la prima cosa che ho fatto e stata domandarmi quale potesse essere il mio apporto alla discussione. Non sono un architetto e neppure un urbanista. Non un sociologo o un antropologo. Non sono un esperto di big data e nemmeno un programmatore, abile nel dare forma a nuove app. Sfogliando il ricchissimo programma della Smart City Week che inizia in Piazza Duomo tra pochi giorni – una lista di proposte senza fine, addirittura troppo fitta per essere apprezzata in pieno – mi sono detto che probabilmente tutto quello che c’è da dire sul rapporto tra tecnologia e futuro delle città lo si potrà trovare lì dentro, declinato in mille diversi modi e attraverso interventi certamente più pertinenti del mio.

Ad offrirmi però la possibilità di non sentirmi totalmente fuori posto sono intervenute, in tempi diversi, alcune favorevoli circostanze. Il titolo di questa edizione della Smart City Week – “La speranza dell’appartenere” – e il commento dell’Assessora Chiara Maule pubblicato su un quotidiano locale (Il Trentino) nei giorni scorsi mi hanno aiutato a descrivere i contorni di questo mio breve ragionamento. Come si attiva – in una società che Julia Hobsbawm definisce info-obesa, produttrice e consumatrice di informazioni senza sosta – il tema delle relazioni e della comunità come caratteristiche fondanti del vivere urbano, e non solo? Come si sfida il paradigma smart city – fatto di applicazioni che entrano sempre più nella particolarità di ogni momento delle nostre vite, di sensori capaci di monitorare ogni nostro movimento, di big data sempre “più big” e algoritmi sempre più raffinati – al fine di declinarla in maniera sociale e inclusiva?

“Ecco cos’è per noi una smart city. – scrive Chiara Maule – Città intelligenti ma non in senso astratto, lo diciamo guardando nel concreto. La vita delle persone, le difficoltà di conciliare i tempi che sono sempre più stretti e accentuano solitudine e paura.”

Tenere insieme quindi, rispondendo alle sollecitazioni cui il tempo che stiamo vivendo ci sottopone. Tenere insieme per sperare insieme. Arjun Appadurai descrive così la speranza, slegandola dall’immutabile volgere del destino ma applicandola alla vita concreta:

“La speranza è esattamente l’essenza dell’etica della possibilità. L’etica della probabilità è un’etica numerica: ha natura statistica ed è legata a stretto filo con la conoscenza specialistica, con le proiezioni e le previsioni degli esperti, destinate a essere tradotte in realtà dall’azione politica.
La possibilità, invece, è un concetto più qualitativo, più elusivo. Più narrativo. Non si tratta di stabilire ciò che potrebbe accadere e con quale probabilità, ma di aprire la strada a quello che potrebbe essere. La speranza, quindi, per me non è solo un’emozione o un sentimento: è una capacità, come il desiderio. È qualcosa che si impara a esercitare quando si è incoraggiati a farlo. Non nasce da sola. E in quanto capacità, può anche esaurirsi, se non viene usata.
Serve allora un ambiente politico, sociale e culturale dove le persone sono abituate a sperare. Perché è dalla speranza che discendono poi le diverse immagini di futuro, così come la spinta e la possibilità di negoziarle. Ma tutto questo non ha a che fare con il mondo dei numeri e delle probabilità, bensì con la vita, le relazioni, le aspirazioni: il diritto all’immaginazione.”

A dare forza a questo approccio – a me molto caro – è poi arrivato il titolo scelto per questa anticipazione. “Si può essere smart city senza saperlo?” Una domanda aperta, non scontata. Mi piacciano le domande, soprattutto quelle che possono ricevere molte risposte diverse, così come testimonia la varietà dei contributi di questa serata. Una domanda che – è questa la sua ricchezza – indaga l’invisibile più che l’evidente, invita alla ricerca nel campo dell’implicito piuttosto che alla lettura lineare di fenomeni già emersi. Fa il paio con un’altra domanda, per me altrettanto interessante e certamente più provocatoria che lascio al margine di questa nostra discussione: “Ci si può definire smart city senza esserlo davvero?”

C’è poi un’ultimo aspetto che ha influito positivamente nel mio accettare questa proposta. Si tratta del luogo – questa piattaforma a sbalzo sulla città – che mi permette la riflessione conclusiva di questa mia introduzione. Una riflessione sulla prospettiva e sulla scelta dei punti di vista. Una stessa situazione – e così anche una città – guardata da angoli visuali diversi offre un suo diverso volto, permette di percepire particolari sfumature. In questo momento vediamo Trento dall’alto e possiamo, se lo vogliamo, agire come gli smanettoni della smart city agiscono sulle mappe, incrociando il virtuale e il reale. Abbiamo una visione d’insieme, un quadro generale che possiamo analizzare sovrapponendo o scomponendo i diversi layer che anche questa Smart City Week uno per uno analizzerà. Dal più generale al più specifico. Demografia, flussi, distanze, altitudini, corsi d’acqua. Parchi, piazze, case. Scuole e ospedali, ospedali e farmacie, uffici pubblici e negozi. Parcheggi e fontane, lampioni e cassonetti, e chi più ne ha più ne metta.

Senza voler fare l’apologia della visuale dal basso nei confronti dello sguardo a volo d’uccello sopra il contesto urbano, mi piace però ricordare un passaggio di Robert Musil nell’“Uomo senza qualità” che descrive un punto di osservazione alternativo:

“Le città si riconoscono al passo, come gli uomini. Come tutte le metropoli era costituita da irregolarità, avvicendamenti, precipitazioni, intermittenze, collisioni di cose e di eventi, e, frammezzo, punti di silenzio abissali, da rotaie e da terre vergini, da un gran battito ritmico e dall’eterno disaccordo e sconvolgimento di tutti i ritmi;  e nell’insieme somigliava a una vescica ribollente posta in un recipiente materiato di case, leggi, regolamenti e tradizioni storiche”

Essere qui sopra non significa però solo alzarci, scegliendo uno dei due campi nella dicotomia alto/basso che sembra essere oggi una delle più utili a leggere la complessità del mondo. Significa anche darsi la possibilità di sottrarsi per un po’ dal punto di vista tradizionale, da quello da cui siamo abituati a guardare le cose. Significa accettare per un momento un punto di vista eccentrico, altro. Uscire per un momento dall’obbligo di restare connessi al tempo presente, all’emergenza e all’esigenza di dare risposte nell’immediato. Significa praticare una consapevole fuga, necessaria e utile. Josef Koudelka, grande fotografo del Novecento, definiva così questo atteggiamento:

“Quando vivi in un luogo a lungo, diventi cieco perché non osservi più nulla. Io viaggio per non diventare cieco.” 

Per scappare ancora di più agli sguardi comodi ecco allora tre brevi spunti per la smart city che lo è senza saperlo o che rischia di descriversi come tale ma non lo è davvero.

Bambini.
Ai nostri figli, anche io alle mie due figlie, chiediamo spesso cosa vorrebbero fare da grandi. Luis Kahn diceva che la città è “luogo dove un ragazzino, camminandoci, può vedere qualcosa che gli dirà cosa vuol fare per tutta la sua vita.”
E se invece dicessimo a loro e a noi stessi

“cosa vuoi fare da piccolo? cosa vuoi fare adesso?”

Dovrebbero essere proprio i bambini i veri artefici dell’ideazione delle nostre città. Nella migliore delle ipotesi oggi a loro destiniamo buoni o ottimi servizi – asili, parchi dedicati, pezzi di piste ciclabili, campi sportivi, biblioteche – appiccicandogli però addosso il ruolo di piccoli utenti. Per noi genitori/lavoratori quelli sono luoghi e strumenti di decompressione, che ci tolgono l’ansia di non riuscire a rispettare i ritmi che le nostre vite devono mantenere, incompatibili (almeno così abbiamo imparato a pensare) con la proverbiale lentezza e non linearità delle esperienze quotidiane dei nostri figli.

Perché – così come la smart city nella sua forma tecnologica richiede – dobbiamo essere efficienti, precisi nei nostri comportamenti. Obbligati a organizzare al meglio le nostre agende per non perdere tempo inutile. Proprio quel tempo che invece i bambini, beati loro, perdono in abbondanza, facendolo in totale naturalezza. Nel percorso casa/scuola non sono interessati a riconoscere la traiettoria più rapida ma a vedere cosa è successo dietro ogni angolo del quartiere. Sono disposti addirittura a sbagliare strada, cosa che a volte capita loro senza neppure accorgersene. Nel quotidiano giretto pomeridiano in centro storico non si accontentano di mettere in fila gli impegni ma necessitano di momenti di svago, di gioco, di scoperta, di riposo, di noia. Descrivendo queste loro esigenze danno forma alla città e ne certificano limiti e bellezze, spazi disponibili e ostacoli.

Lo fanno senza i filtri che ognuno di noi nel corso della sua crescita – nel lavoro, nelle esperienze sociali o politiche, nel rispetto delle aspettative proprie e altrui – ha costruito sopra i propri occhi. Per i bambini il termine impossibile non esiste e anzi ogni giorno mettono alla prova le proprie precedenti conoscenze e le proprie certezza. Certo, spesso lo fanno dentro città che, anche le più baby-friendly, non li pensano come protagonisti ma come “pacchi” trasportati da un punto all’altro da genitori, nonni, babysitter che non aspettano altro che appoggiarli in uno di quei luoghi sicuri che li separano, li proteggono, dal resto della città.

“Non fidarti degli sconosciuti…” è d’altronde un altro dei mantra di noi genitori. La città non educa, ma spaventa. E’ proprio su questa contraddizione che giocano Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli nel loro interessante e provocatorio “La città educante”. La loro ipotesi è affascinante perché mette in discussione i tradizionali luoghi “per” i bambini e ragiona sulla città “con” i bambini al centro, in un’evoluzione diffusa del concetto di playable city, che mai citano e che pure sembra sempre emergere dalle loro riflessioni.

“Proviamo a mettere tra parentesi il termine scuola per il tempo di questa lettura. Immaginiamo che non esistano più edifici chiusi e muri dove i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze restino confinati per il tempo della loro educazione ma che questi, come certi giochi di carta, improvvisamente pieghino le loro pareti verso l’esterno, per lasciare che essi escano fuori, sciamino per le strade, anche solo per percorrerle, senza nulla da fare, guardandosi in giro, vedendo e toccando, riempiendo l’aria dei loro corpi e dei loro respiri, del loro camminare e correre, del loro muoversi colorato. Immaginiamo.” […]

“Noi non siamo più abituati a vedere bambini e bambine, ragazzi e ragazze che solcano lo spazio pubblico, da molto tempo sono stati confinati in luoghi speciali, sotto scorta, sotto vigilanza. Noi non siamo più abituati alla presenza invadente e talora insolente dei giovani e dei giovanissimi.”

Come cambierebbe la città se il primo livello a cui fare riferimento fosse proprio quello che ci propongono gli occhi senza troppi filtri dei più giovani? Come cambierebbero le strade e gli incroci? Come le pareti delle case? Come le piazze e gli spazi verdi? E quali sarebbero le metriche scelte da questi insospettabili progettisti? Probabilmente la tranquillità e la calma, la gioia e lo stupore, la meraviglia.

Margini.
Tenere insieme si diceva. Perché – ogni giorno che passa ne sono più certo – o una città è capace di includere oppure non si può definire davvero intelligente, smart. E’ sui margini che si gioca la partita del futuro. Non solo quelli geografici delle periferie, ma anche quelli più sfumati ma allo stesso modo affilati delle appartenenze molteplici che convivono all’interno delle città e delle comunità. Claudio Magris è meraviglioso cantore di queste zone di conflitto e di potenziale generatività:

“Non c’è viaggio senza che si attraversino frontiere – politiche, linguistiche, sociali, culturali, psicologiche, anche quelle invisibili che separano un quartiere da un altro nella stessa città, quelle tra le persone, quelle tortuose che nei nostri inferi sbarrano la strada a noi stessi. Oltrepassare frontiere; anche amarle – in quanto definiscono una realtà, un’individualità, le danno forma, salvandola così dall’indistinto – ma senza idolatrarle, senza farne idoli che esigono sacrifici di sangue. Saperle flessibili, provvisorie e periture, come un corpo umano, e perciò degne di essere amate; mortali, nel senso di soggette alla morte, come i viaggiatori, non occasione e causa di morte, come lo sono state e lo sono tante volte.Viaggiare non vuol dire soltanto andare dall’altra parte della frontiera, ma anche scoprire di essere sempre pure dall’altra parte.”

La città e chi intende governarne le complessità deve preferire lo sguardo dei margini per arrivare al centro piuttosto che il contrario. Se la tecnologia tende a uniformare – cercando metriche che semplifichino, che accorpino, o nella migliore delle ipotesi interpretino le esigenze del singolo (on demand) separandolo dalla collettività – la politica ha invece il compito di farsi carico delle molteplicità di forme che assumono i fenomeni che dai margini emergono. Lavorando per far sentire ogni unicità, anche la più spigolosa, parte di un tutto che sia in grado di accoglierla.
Abbiamo di base una difficile relazione con i margini e con i marginali, perché a quelle zone d’ombra dell’urbanità colleghiamo spesso – in forma eccessivamente stereotipata – forme di stigma e moti di separazione che pongono chi dentro e chi fuori la vita pubblica. Tamar Pitch qualche anno fa scrisse un interessante volume dal titolo “Contro il decoro”: “il decoro divide tra perbene e permale e funziona per ottenere consenso. Decoro, merito, disciplina sono le parole d’ordine e gli obiettivi di politiche che legittimano la paura contro ciò che è sporco, contaminante, eccessivo, minaccioso per l’ordine e la sicurezza”

Mi hanno molto colpito negli ultimi anni gli interventi di due sindaci di metropoli occidentali, entrambi capaci di mettere l’accento sul tema dei margini e della loro, solo apparentemente sembra una contraddizione, centralità. Bill De Blasio nel suo discorso di investitura a sindaco di New York fece riferimento al grande romanzo di Charles Dickens “Una storia tra due città” . Usò queste parole: “noi non aspetteremo, lo faremo adesso.” riferendosi alla necessità di riconnettere la città che corre (quella degli affari, quella di chi ce la fa, quella che sta nei percentili buoni delle statistiche di produttività e benessere) con quella che arranca e che – in una visione d’insieme – mortifica le performance generali della prima.

E proprio sul rallentare – per non lasciare indietro nessuno – si è concentrato in una serie di interventi Giuseppe Sala, sindaco di Milano, la città certamente più dinamica e smart d’Italia. Se dovessi scegliere un obiettivo da raggiungere da qui alla fine del mio mandato, ha detto, vorrei che la città sapesse rallentare, scoprendo altri criteri per definire i propri modelli di vivibilità oltre alla competitività e alla capacità di crescere e correre più di altri. Perché è vero che smart è quella città che sa accorciare i tempi che ogni singolo cittadino o l’amministrazione cittadina deve impiegare per svolgere la stessa azione ma è anche quella che – con l’obiettivo di far sentire tutti parte, nessun escluso – ha bisogno di strumenti che ne migliorino gli standard di inclusività, ne condividono gli impatti sociali, ne rendono i margini luoghi non della separazione ma dell’incontro.

Creatività.
C’è poi una questione che riguarda la capacità del tessuto urbano di capitalizzare le sue specificità e le sue energie più vitali. Anche qui in un certo senso potremmo far riferimento ai margini, quelli creativi, della città e alle sue faglie di elaborazione culturale e artistica.
In che modo tutto questo ha a che fare con l’infrastruttura smart di una città? Non in termini oppositivi, anche se la creatività è per sua natura dirompente e sovversiva, ma complementari perché se la tecnologia facilita le connessioni, aumenta le opportunità, offre nuovi strumenti è la valorizzazione delle energie creative il vero carburante da mettere nel serbatoio della vita urbana.

Un carburante che non deve perdere per strada il suo potenziale generativo dentro mille passaggi amministrativi, dentro filtri di omologazione, dentro lunghi percorsi di estenuante normalizzazione. La creatività sfugge a ogni tipo di cornice e contenitore troppo oppressivo, preferendo rotte ignote a quelle già tracciate. Carlo Ratti nel suo recente “Le città del futuro” parla di hacking urbano come di moderno “diritto alla città” e come strumento democratico per la sua trasformazione. Increspature sul pelo dell’acqua. Segnali e linguaggi della discontinuità. Stringhe di codice (tecnologico, così come sociale e culturale) si sostituiscono al precedente perché meglio rispondono alle sollecitazione di parti significative delle comunità: “la città può diventare una complessa rete di sistemi trasparenti, in cui una ricca miniera di informazione agevola appropriazione e sperimentazione.” Sperimentazione che sollecita e spesso mette sotto stress le certezze della città stessa, ma le permette di inoltrarsi – passo dopo passo – nella transizione verso il futuro.

“The Augmented City – scrive Maurizio Carta,  – is open, shared, creative and productive”

“Una città aumentata è intelligente – e non solo ‘smart’ – perché capace di generare un ecosistema abilitante basato sull’hardware fornito dalla qualità degli spazi urbani e sul software codificato dalla cittadinanza attiva, ma soprattutto dotato di un nuovo sistema operativo costituito da un’urbanistica e da un progetto urbano avanzati, capaci di rispondere alle mutate domande della contemporaneità.”

L’ecosistema di cui parla è composto da un grande caleidoscopio di protagonisti (ognuno con i propri linguaggi e con le proprie reciproche difficoltà a riconoscersi e allinearsi con gli altri, vera sfida della città creativa) che ognuno a proprio modo concorrono a renderlo vitale e costantemente capace di reagire alle sollecitazioni che lo circondano e attraversano. Amministratori pubblici e struttura burocratica, corpi intermedi e istituzioni formative, luoghi culturali e sociali (più o meno formalizzati, più o meno radicali nel loro atteggiamento), spazi pubblici e privati. E poi singoli creativi, maker, designer, cittadini attivi. Ecosistemi e relazioni creative, che parlano di futuro. Le “politiche del quotidiano” di cui tanto bene parla Ezio Manzini:

“Le persone attorno al leccio sono un variegato pezzo di mondo: alcuni vivono in quell’area da generazioni. Altri hanno scelto di abitarci. Altri sono in rappresentanza dei nuovi nomadi, turisti o migranti che siano. Ciascuno di loro ha una rete di relazioni che include alcuni dei presenti ma che li connette anche, e soprattutto, con altre persone locali e non, disperse nel mondo fisico e digitale. In questo momento, in questo luogo, queste diverse reti si intrecceranno tra loro e produrranno un tessuto più fitto di relazioni tra persone, cose e luoghi. Esprimeranno e produrranno una comunità. Una nuova e contemporanea forma di comunità che non è stata data loro in eredità, come succedeva con le comunità del passato. Una comunità che esiste per scelta e che è stata coscientemente, o incosciente- mente, progettata e costruita.”

Ecco, è questa la città/comunità smart che io sogno. Magari meno connessa e tecnologica ma più attenta alle relazione e al loro potere. Ognuno di noi può metterci del proprio, contribuendo alla “speranza di appartenere”.

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