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Condividere il presente per disegnare il futuro

In Ponti di vista on aprile 20, 2018 at 3:49 pm
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Articolo pubblicato su Vita Trentina, 20 aprile 2018.

QUI E ALTROVE. Nel 2000 – appena dopo il passaggio (innocuo ma iper-raccontato) del Millenium Bug, il difetto informatico che avrebbe dovuto portare al collasso del sistema della gestione e elaborazione dati mondiale – Tiscali in un suo famoso spot faceva sfoggio di tutto il repertorio dello storytelling collegato alla prima fase, quella davvero espansiva, dell’era della rete. Una fase in cui il mito di internet sembrava capace di recuperare tutto quello che la cultura classica aveva fino a quel punto prodotto mettendola a disposizione (on demand) di ogni singolo abitanti di un Mondo nuovo, senza confini e senza limiti, aperto e interconnesso.

“Ho visto me stesso in migliaia di mondi e più cose ho visto, più cose sono diventato…” è il messaggio che la voce narrante accompagna a immagini che hanno il compito di descrivere le molteplici differenze che possono trovare spazio dentro un contesto – tra il virtuale e e il reale – in rapidissima trasformazione.

Sono passati quasi vent’anni da quello spot e molto diversi sono oggi i sentimenti che proviamo nei confronti degli effetti di quella stessa spinta globalizzatrice. Viviamo contemporaneamente qui e altrove e dentro questo binomio geografico/politico è in atto uno scontro tra sostenitori della società aperta e della società chiusa, con sullo sfondo un senso crescente di incertezza e fragilità dello scenario dentro il quale fino ad oggi ci siamo mossi e che – pur pieno di contraddizioni – ci sembrava mettere al riparo dalle turbolenze globali.

Pochi pensatori, e ancor meno personalità politiche, provano ad abitare posizioni intermedie dentro questo dualismo secco, apparentemente inconciliabile.
Mauro Magatti – nel suo libro “Cambio di paradigma” e nei suoi recenti scritti – fa parte di questa ristretta minoranza. Offre uno sguardo altro, orientato alla definizione di confini non rigidi, ma porosi – “limes che delimitano e allo stesso tempo limen che permettono e impongono relazioni” – come membrane cellulari che si lasciano attraversare. Abbiamo bisogno di sentirci di nuovo parte della prossimità, dei luoghi che abitiamo, delle comunità di cui siamo protagonisti quotidianamente e allo stesso tempo – agendo a fisarmonica, pronti a comprimerci e distenderci in maniera flessibile e non violenta – dobbiamo continuare a essere curiosi nel nostro continuo perderci nel mondo. Un mondo il cui instabile e fragile equilibrio siamo chiamati responsabilmente a tenere in dovuta considerazione e contribuire a gestire collettivamente.

LIMITI E FUTURO. Un anno prima il dj inglese FatBoy Slim (e prima di lui fin dagli anni ’70 antropologi, climatologi, sociologi ed economisti, ovviamente con altri linguaggi e diverse profondità di ragionamento) provava a rappresentare le difficoltà della società occidentale contemporanea. Affaticata, al punto di rischiare di interrompere bruscamente e fatalmente la sua parabola evolutiva. Lo faceva – chissà con quanta consapevolezza – nel suo video “Right here, right now”. Al termine di una timeline frenetica che racconta il cammino evolutivo del pianeta e della specie umana – che si tramuta in corsa, in scatto senza limiti – poneva la figura di un giovane maschio evidentemente sovrappeso che, dopo aver ingurgitato l’ennesima porzione di junk food, si siede spossato su una panchina, con alle spalle la skyline illuminata di città metropolitana. Quel giovane uomo, almeno in parte, siamo noi. L’arte e la musica ci aiutano a porci le domande giuste, mettendoci di fronte ai nostri errori. Errori che riguardano l’evidente insostenibilità del nostro modello di sviluppo (non solo dal punto di vista ambientale/ecologico come ci ricorda Enrico Giovannini nel suo recente “L’utopia sostenibile”, edito da Laterza) e l’apparente incapacità di cambiare, immaginando un futuro diverso e migliore.

Ancora Mauro Magatti approfondisce questa questione ed é utile ricordare un suo passaggio, particolarmente efficace.

“Una società psicotica è infatti quella che non riesce più a fare i conti con ciò che non va, con i propri limiti e le proprie contraddizioni. E per questo rinuncia a cercare soluzioni praticabili. Ma soprattutto essa perde la fiducia che proprio dai problemi che si devono affrontare possa scaturire – attraverso la pazienza e la creatività – qualcosa di desiderabile.”

Serve un salto di qualità nel nostro approccio al cambiamento, che tanto spesso evochiamo ma difficilmente pratichiamo. Sopratutto quando ci riguarda in prima persona, quando ci tocca e mette in dubbio la nostra routine. Dobbiamo abituarci a “praticare il dubbio e vedere cosa ci riserva il destino”, a “credere che l’utopia sia solo qualcosa che non ha ancora trovato forma”. Dobbiamo guardare con curiosità a quella che Ulrich Beck definisce “metamorfosi del mondo” (sia che la si guardi dall’alto della globalizzazione che dal basso dei territori), costruendo forme di design civico di tipo collettivo, praticando la resilienza per saper adattarci continuamente a ciò che ci succede intorno, sviluppando forme cooperative di vita sempre più diffuse e efficaci. Dovremo “fare insieme”, come suggerisce da tempo Richard Sennett nelle sue ricerche su società, lavoro e città.

“L’egoismo é finito” scriveva qualche anno fa Antonio Galdo, descrivendo fenomeni di collaborazione che – dentro le prime fasi della crisi economica del 2008 – sempre con maggiore frequenza fiorivano in città e piccoli borghi, dentro condomini e associazioni, sotto la spinta di amministrazioni locali o gruppi informali di cittadini. Il fenomeno della sharing economy (concetto tanto di moda in questa nostra fase storica) ma su base locale – o localissima – e dal forte contenuto solidale e mutualistico. Aiutare e chiedere aiuto. Condividere piuttosto che possedere. Collaborare piuttosto che competere.

Si possono intravedere quindi i tratti di un movimento dai tratti carsici, eppure non marginali, che sta prendendo forma in Italia – e non solo – negli ultimi anni. Proviene dal basso – dalla determinazione e dal desiderio di relazioni di uomini e donne – e riesce sempre più spesso a contaminare le scelte delle governance politiche e amministrative, costruendo piano piano profondi processi di collaborazione e trasformazione. Ha come parole d’ordine la condivisione, la responsabilità e si traduce in esperienze sempre più numerose di gestione di quelli che sono riconosciuti come beni comuni. Palazzi, parchi, spazi pubblici che diventano luoghi della comunità e per la comunità, di nuovo protagonista della cura e dello sviluppo di strutture che altrimenti rischierebbero l’abbandono e il degrado.

Accade in città (elaborando nuovi modelli per le politiche culturali o di inclusione sociale) come in contesti extraurbani, fornendo spunti preziosi per un cambio di paradigma economico e per immaginare nuovi schemi per il welfare di prossimità. Tornano di moda strumenti non nuovi – usi civici, regole, cooperative di comunità – che proprio sulla collaborazione e sulla valorizzazione delle competenze e delle proprietà collettive descrivono immaginari futuri alternativi per comunità capaci di riconoscersi e attivarsi.

Fino a qui le buone pratiche, capaci di comporre veri e propri “elenchi telefonici”, pronti alla consultazione. Servirà però fare un salto analitico ulteriore, tentando di mettere in ordine quelle che sono le caratteristiche ricorrenti all’interno di esperienze tra loro molto diverse ma che mettono tutte al centro la necessità di mettere in comune, di sviluppare relazioni significative e generative. Meccanismi che superano l’individualismo e riconoscono nella dimensione collettiva – di comunità di destino tutte da scoprire, da attivare, da verificare – la necessaria condizione per immaginare, insieme, il futuro del nostro pianeta e dei suoi abitanti.

Una lettura utile per capire il prossimo passo da compiere? Politiche del quotidiano di Ezio Manzini, appena pubblicato per Edizioni di Comunità

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