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Uno sguardo oltre il governo giallo-verde…

In Ponti di vista on maggio 25, 2018 at 7:41 am

black-and-white-desert-dry-153534Finiranno i meme (*). Finiranno le risate isteriche. Isteriche perchè frutto di un riflesso condizionato e scomposto a una situazione che non prendiamo sul serio e preferiamo dileggiare, dimostrando tratti di superficialità di cui ci pentiremo, se intelligentemente non lo abbiamo già cominciato a fare. Finirà questa fase di transizione (che dura dalla notte del 4 marzo) e si dovrà cominciare a ragionare – senza ironia, ma politicamente – sul come reagire al nascente governo M5S-Lega, al suo contratto/programma e – più in generale – all’inedito contesto, tanto politico quanto sociale e culturale, che di cui questa nuova condizione è in parte causa e allo stesso tempo conseguenza. Perchè – è bene dirselo con grande onestà – qualunque giudizio si abbia nei confronti di questa nuova alleanza di governo essa rappresenta una cesura nei confronti del passato (tanto nella forma che per alcuni contenuti proposti) e l’introduzione a un nuovo scenario che poco avrà a che fare con quanto abbiamo conosciuto fino a ora. Indietro non si torna, ha scritto opportunamente Mauro Magatti.

Fatta questa doverosa premessa la questione da prendere in considerazione riguarda ora il dove e il come fare opposizione a questo Governo. Intendendo – sia chiaro – tale posizione/esercizio non tanto e non solo come pura e frontale, o peggio pregiudiziale, contrapposizione alle ipotesi messe in campo dall’avversario ma come processo generativo orientato alla produzione di discontinuità, alla ricerca di prospettive adeguate a produrre futuri desiderabili. La posta in gioco è appunto il futuro e la capacità di dare ad esso una forma. “Se non lasciamo futuri saremo passati per niente” recitava una scritta su un muro che ho incrociato qualche tempo fa. Ecco un obiettivo sufficientemente comprensibile per tutti: evitiamo di passare per niente, di essere irrilevanti e subalterni.

Facciamo un passo ulteriore, più pratico. Non serviranno campagne di marketing ossessive e nemmeno patinate operazioni di storytelling. Non susciteranno impatti significativi azioni che intendano conservare lo status quo dentro il quale siamo cresciuti. Non saranno adeguati al tempo che stiamo vivendo i linguaggi e gli strumenti che abbiamo utilizzato fino a ora per fare (ed essere) politica.

Serve raccogliere la sfida del cambiamento, che il governo che si sta faticosamente formando si vorrebbe intestare in via esclusiva. Serve farlo qualificandone l’orizzonte ed elaborandone le strategie. A quanti dei punti proposti all’interno del contratto di governo sappiamo offrire soluzioni che riteniamo migliori e più capaci di mettere a terra risposte adeguate alle trasformazioni in atto a livello planetario (accelerazione tecnologica, ampliamento delle diseguaglianze, fenomeni migratori, impatti dei cambiamenti climatici, necessaria revisione dei modelli economici)?

Serve buttare a mare l’idea malsana che “non esista alternativa” e al contrario impegnarsi per costruirla, per condividerla, per renderla credibile. Chi ha votato M5S e Lega (un elettorato ibrido e multiforme, allo stesso tempo gassoso e monolitico) lo ha fatto in nome di un non meglio identificato cambiamento e oggi è disposto in larga parte a dare ulteriore fiducia perchè si provi a metterlo in pratica. Quale è la nostra alternativa? Ne possediamo una, anche solo abbozzata?

Serve muoversi in maniera meno lineare e dogmatica dentro un frangente storico particolarmente complesso, cercando alleanze che sappiano scardinare le categorie interpretative date, sviluppare rinnovati paradigmi di riferimento, tracciare rotte inedite e coinvolgenti. Sappiamo strutturare un ragionamento che superi allo stesso tempo la divisione tra destra e sinistra e quella – che ora va per la maggiore – tra elitè e popolo? Abbiamo ancora un briciolo di propensione al rischio e alla sperimentazione? Abbiamo conservato qualche tipo di passione per l’innovazione, per l’ignoto da attraversare? Sentiamo l’esigenza – nascente dai dati di realtà della situazione che ci circonda – di essere radicali e utopici nelle nostre visioni e pratiche?

Diamo per buono quanto scritto fin qui e procediamo oltre. Da dove partire quindi e come muoversi? Utilizzo per rispondere alcuni spunti presi da due libri che negli ultimi mesi mi hanno molto aiutato nel cercare di dare concretezza da un lato alla geolocalizzazione e dall’altra al metodo di una possibile diversa ipotesi politica.

Se la centralità della proposta giallo-verde (e di gran parte delle esperienze sovraniste europee) sta nel ritorno allo Stato – con tutte le sue contraddizioni e fragilità – la vera scommessa sta nell’affermare una politica che riterritorializza, davvero, il suo agire. Una politica che sceglie il Terrestre come attrattore altro rispetto ai due poli dello scontro tra locale (inteso come sinonimo di chiusura, difesa, identità) e il globale (assunto come inevitabile spinta allo sradicamento e all’omologazione). Una politica che parte dalla prossimità – le città, i quartieri, le relazioni, le reti, la “calda attività di una terra” così come la definisce Bruno Latour nel suo “Tracciare la rotta” (Raffaello Cortina Editore) – riconnettendo sociale e politica, singoli con collettivo. “Negoziare l’atterraggio su un suolo” (ri-radicandosi), “riconoscere il terreno di vita (sentendosi parte) per far emergere le “nuove questione geo-sociali” che dovranno sostituire/aggiornare il precedente schema che si basava sulle differenze, e le lotte, di classe.
Ecco il dove, che agisce a fisarmonica tra la vita quotidiana del cortile di casa e l’ampio spettro della globalizzazione. Tra il qui e l’altrove. Dal mio punto di osservazione, dalla città di Trento all’Europa, con lo Stato Nazione in mezzo inteso più come ostacolo (speriamo temporaneo) che ulteriore livello intermedio utile alla causa.

E il come? Se dentro la proposta di M5S e Lega la prevalenza della dimensione quantitativa/economico/pragmatica sulla costruzione qualitativa/sociale/valoriale appare evidente (con il popolo – il grande protagonista della loro narrazione – inteso ne più ne meno come la semplice somma di diverse individualità/individualismi e interessi/egoismi) obbligatorio è ridefinire il rapporto tra ideali universalistici ed espressioni soggettive di ogni singolo cittadino all’interno di una visione collettiva e cooperativa, grazie a comunità tra loro diverse ma complementari in continua comunicazione, pronte a interagire e immaginare insieme. Ibridandosi, dialogando, progettando. Facendo e facendosi politica.

“Creare condizioni favorevoli” e “avere cura” – teorizza Ezio Manzini nel suo recente Politiche del quotidiano (Edizioni di Comunità) – sono due azioni che assumono un ruolo fondamentale e caratterizzante dell’attività umana. Nel mondo solido le persone erano portate a immaginarsi, o a immaginare gli altri, come individui potenti, in grado di lasciare segni indelebili: dei demiurghi capaci di agire direttamente e con forza sul mondo, cambiandolo per sempre. Il mondo fluido, invece, ci parla dell’azione collettiva come unica possibilità per costruire ambienti favorevoli. E ci dice dell’importanza dell’attenzione e dell’ascolto delle cose nel tempo, della premura nella loro manutenzione. In breve dell’importanza dell’attività di cura.”

Siamo caduti in un pozzo, scrivevo il giorno dopo il 4 marzo commentando i risultati elettorali. Forse è arrivato davvero il momento di cominciare la risalita, scegliendo la direzione giusta di una scalata che non sarà breve.
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*Il meme (/ˈmɛme/; plurale memi o meme; dall’inglese meme, dal greco μίμημα, mímēma, “imitazione”, sul modello di gene) è una minima unità culturale come, ad esempio, una moda, uno stereotipo, un’immagine, che si propaga tra le persone attraverso la copia o l’imitazione mediante disseminazione e condivisione.

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