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Il problema non sta (tutto) in questo strambo presente, ma nel futuro che non sappiamo vedere

In Ponti di vista on maggio 29, 2018 at 9:53 pm

alley-city-lights-50859.jpgChe gli spazi e i tempi delle nostre vite (tra social network e relative bolle, velocizzazione di ogni frangente delle nostre esistenze e diverse forme di solitudine) siano saturi e quasi impraticabili mi è abbastanza chiaro da un po’, ma nelle ultime quarantotto ore la cosa mi è risultata ancora più evidente. E particolarmente insopportabile.

Ho speso qualche stringa di caratteri per commentare i fatti successivi alla crisi di quello che doveva essere il governo Conte (sottotitolato “del cambiamento”), ascoltato e letto una serie di commenti alle scelte del presidente Mattarella, osservato l’evolversi della polarizzazione politica e sociale tra accuse di golpe e hashtag presidenziali. Tra difensori del popolo sovrano e nemici degli “sfascisti”. Tra neo-sovranisti e patrioti repubblicani. In questo frangente non mi sono schierato, cercando di analizzare i contorni di un terzo spazio possibile, di problematizzare la situazione dentro uno scenario più largo rispetto a quello che i leader e le forze politiche (e di conseguenze i loro sostenitori /followers) sembrano prendere in considerazione. Uno scenario che alla visibilità anteponga la visione. Uno scenario capace di spingersi oltre i confini della contingenza, in rapido e doloroso avvitamento su se stessa, e dia respiro a un dibattito politico dai tratti spesso distruttivi.

Mi sono chiesto in che maniera la politica (e quindi ognuno di noi, singolarmente e collettivamente) possa contribuire non tanto a conservare una condizione data ma a progredire verso una condizione desiderata e desiderabile. Ho faticato a trovare una risposta che mi convincesse, ma non ho cambiato idea sul fatto che il primo atto da compiere – radicale e necessario – sia quello di sottrarsi al quadro esistente. 
Mi sono sentito solo in questa analisi, per un motivo molto diverso da quello descritto da Michele Serra dentro la sua Amaca giornaliera, orfano mi par di capire dell’ala protettiva di una sinistra (intesa come etichetta, categoria, forse ricordo) dentro cui riconoscersi. Fosse solo l’ultimo stadio, quello della rappresentanza, a mancare nella filiera politica potremmo guardare con sufficiente ottimismo al futuro che ci attende, certi che ciò che stiamo seminando oggi – culturalmente e nel nostro impegno civico quotidiano – possa produrre domani, o almeno dopodomani, un fruttuoso raccolto. Mi sono sentito solo invece perché a essere venuto meno è qualcosa di più profondo. Una condizione più indispensabile dei punti di riferimento ideologici e delle organizzazioni a essi associate.

E’ venuta meno – come in parte certificato anche dalle parole del Presidente Mattarella nel giustificare il suo veto alla nomina a Ministro dell’Economia di Paolo Savona – la possibilità e il desiderio di sfidare (da qualunque parte lo si intenda fare) l’immutabilità del contesto nel quale si vive. L’ambizione di modificare l’esistente, di co-progettare alternative per renderlo diverso e migliore. La mia non vuole essere un puntura di spillo nei confronti delle ingerenze di fantomatici poteri forti o dei mercati finanziari – entità ormai dai contorni mitologici, le cui valutazioni appaiono oggi come sentenze inappellabili – ma una critica profonda alla subalternità della politica (a livello europeo come nazionale e locale) che di quelle ingerenze è allo stesso tempo causa e conseguenza. Stesso discorso si potrebbe tranquillamente fare per l’inseguimento delle oscillazioni dell’opinione pubblica e per la settimanale lettura delle indagini sulle ipotesi di voto.

Non ho nostalgia del passato ma del futuro. L’unico tempo sul quale abbiamo ancora la possibilità di immaginare, agire e (speriamo) incidere. Un futuro nel quale la sovranità per essere difesa andrà condivisa. Nel quale per trovare nuovi equilibri servirà mettere in dubbio quelli che ci hanno accompagnato – non senza gravi danni – fin qui. Nel quale le identità (geografiche, etnico/religiose, politico/amministrative) troveranno forme nuove di dialogo, o almeno di conflitto generativo. Nel quale il benessere si raggiungerà donando e non solo possedendo, prendendosi cura del bene comune e non combattendo strenuamente per il proprio particolare. Nel quale contaminarsi con Loro sarà l’unico modo per sentirsi Noi. Nel quale resilienza e cooperazione saranno le caratteristiche di base dell’agire sociale e politico, sostituendo forza e competizione. Nel quale sicurezza altro non sarà che – così come dovrebbe essere la politica – “dire al proprio prossimo che non è solo”.

Un futuro da costruire e non semplicemente da attendere o manutenere. Un motivo buono per impegnarsi. Un obiettivo comune per sfuggire all’inerzia conservatrice – quella che Margaret Thatcher aveva in maniera perfetta e beffarda sintetizzato nella sua celebre frase “There is not alternative” – che sembra aver contagiato questo tempo.

Mi sono sentito solo ma sono certo di non essere il solo a pensarla così.

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