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Appunti di lettura | 46.

In Ponti di vista, Uncategorized on giugno 6, 2018 at 8:46 pm

piedi_M A R T I N A • D I M U N O V A
Ho cominciato questo Appunto diverse settimane fa, ma è rimasta in sospeso a lungo.
Parallelamente si stanno riempiendo le caselle delle numero 47 e 48, che ovviamente arriveranno con ulteriore ritardo. Spero comunque il tempo non faccia venir meno l’interesse di alcuni spunti contenuti in questa raccolta.

*LA DEMOCRAZIA DI RISTRUTTURARE

Mauro Magatti | Rompere lo schema | Avvenire
Di strettissima attualità sono le consultazioni per costruire un Governo. Si può evitare o superare la tattica che ingessa il dialogo tra diversi? “Hannah Arendt diceva che l’azione è libera solo quando non è spiegata dalla sue cause. Cioè quando riesce a sottrarsi alle logiche dominanti cambiando davvero la logica del gioco. E mai come in questo momento l’Italia ha bisogno di questa libertà: dal cul de sac in cui la nostra democrazia è finita si esce solo con politici responsabili e generosi capaci di smontare lo schema, di cambiare passo e, là dove necessario, di fare un passo di lato. Al di là delle logiche sottosistemiche, assumendosi la responsabilità del futuro del Paese.”

Cristina Tajani | Non un solo leader, ma molti broker | Gli Stati Generali
A due mesi di distanza dalle elezioni politiche, riflessioni interessanti sul ruolo della politica. Dai territorio – in questo caso la città di Milano – spunti da raccogliere. “In attesa di vedere come andrà a finire la storia, al PD – partito cui insieme ad altri ho deciso di aderire nel momento della sua massima difficoltà – conviene mettersi alla ricerca non di un nuovo capo dalle sperate virtù taumaturgiche, ma di nuovi “broker” sociali, quadri intermedi, organizzatori di territorio e di comunità che siano in grado di stabilire un collegamento durevole e non episodico tra i luoghi dove si fa la società e quelli dove la si interpreta e si prendono le decisioni. Possibilmente attingendo proprio da costoro per costruire una nuova leadership collettiva.”

Gianni Vernetti | Luigi Einaudi: lo Stato sovrano, idolo immondo|La Stampa
“Ma la risposta dell’Occidente e delle democrazie liberali dev’essere quella di accettare la sfida, non certo di chiudersi a riccio su sé stessa. Ai nuovi «sovranismi» e nazionalismi «interni», la risposta non può che essere un rilancio coraggioso e ambizioso del processo di integrazione europea. Lo ha detto con parole forti il presidente francese Macron lo scorso 17 aprile all’Europarlamento: per evitare i rischi di una nuova «guerra civile europea» bisogna costruire una nuova «sovranità europea» per contrastare i nuovi egoismi nazionali e il fascino illiberale.
E alla sfida «esterna» delle apparentemente sempre più forti autocrazie, la risposta non potranno certo essere più dazi e più protezionismo, ma società sempre più aperte e sempre più inclusione di un largo numero di Paesi in un sistema di valori condivisi: la diffusione di diritti e democrazia dovrà tornare a essere una priorità della politica estera dell’Occidente. Solo cosi l’«idolo immondo» della sovranità nazionale, lucidamente denunciato un secolo fa da Luigi Einaudi, perderà di forza e di pericolosità.” 

Francesco Magris | Libertà totalitaria: verso un’identità del nemico | CheFare
Le forme che la democrazia e la politica assume non sono slegate dal contesto che le circonda. “Invece, di fronte all’incremento delle opportunità di partecipare alla vita politica, sociale ed economica, l’egemonia dell’individualismo ha portato a un ripiegamento su se stessi, a una ritirata progressiva dallo spazio sociale condiviso, a un’indolenza e un’apatia politica che si traducono, paradossale quanto inevitabile contrappasso, in forme inedite di consenso passivo o di populismo. Un populismo che rigetta l’offerta politica tradizionale e si rifugia in forme di dissenso ammantate di razzismo, intolleranza e xenofobia.
Il progetto illuminista che ha spazzato via le gerarchie della società tradizionale e ha promosso l’uguaglianza fra gli uomini assiste oggi impotente all’affermazione delle nuove gerarchie della quantità e dei numeri, forse ancora più rigide e verticali, sicuramente più diffuse e pervasive, contemporaneamente a una proliferazione selvaggia di identità scambiate per valori che si ignorano o si combattono a vicenda.
Allo stesso tempo, la libertà, mai come oggi tanto celebrata, svela il suo lato paradossale: nel suo nome si richiede la rimozione di numerosi diritti economici e la si converte in una forma totalitaria di condizionamento politico e ideologico. E si rischia di creare le premesse per una forma di disordine civile e d’instabilità dei rapporti non solo economici, ma pure politici, sociali e affettivi, per mezzo di una distorsione del suo significato originario ed emancipatore.”

*CAMBIO DI ROTTA OBBLIGATORIO

Pietro Piro | L’uomo che deve rimanere. La smoralizzazione del mondo. | Vita
Abbiamo bisogno di occhi curiosi, di menti che scelgono ragionamenti atipici, di visioni in grado di stupire. Riflettere sull’uomo e sulle sue caratteristiche future è il punto di partenza al quale non possiamo sfuggire. “Il futuro non sarà un mero accumulo di potenze: tecnologiche, belliche, industriali, economiche ma sarà soprattutto una nuova modalità di relazione, una declinazione della parola originaria. Sopravvivrà chi sarà stato capace di dare un nuovo volto alle relazioni, chi saprà tradurre la parola primordiale che gli è stata affidata sin dalle origini. In questo senso, la parola del futuro non potrà in nessun modo coincidere con il vecchio schema del passato. Con il modello feudale del capitalismo di rapina di questi ultimi anni. È giunto il tempo di una parola nuova, rinnovata e rinnovante. Una parola di liberazione. Una parola carica di memoria e di identità, antica e nuovissima, generosa e viva. Una parola che crea e consola. Una parola d’amore.”

Cristina PasqualiniContro l’isolamento. Come battere la solitudine in un mondo di persone sole. | Avvenire
Da Laura Pausini all’analisi di cosa significa solitudine oggi e di come le comunità tentano di darsi nuova vita. “Questo non è un tema nuovo e da qualche anno a questa parte si è iniziato seriamente a studiare l’impatto della mondializzazione sulla società. Quella in cui viviamo è una società complessa, multi-etnica, multireligiosa, multi-culturale, globalizzata, in cui le persone sono interconnesse, grazie alla Rete e ai social network, con il resto del mondo – sono ricche di legami deboli, per dirla con il sociologo Mark Granovetter – e fanno fatica a essere connesse nella prossimità, fanno fatica ad abitare i luoghi. Ma le persone hanno bisogno anche dei luoghi, perché è qui che si costruiscono le relazioni comunitarie, i legami forti. Il problema allora non è tanto nel globale – che c’è ed è ben sviluppato – bensì nel locale, per troppi anni trascurato, quasi non fosse importante, la dimensione di chi resta, di chi è legato alle tradizioni, una specie di serie B, rispetto alla serie A dove invece gioca chi è mobile e innova.”

Chris Kutarna, Ian Goldin |Il passato è il prologo. La nuova età dell’oro è adesso | CheFare
Qual è il momento migliore per provare a costruire il futuro che desideriamo? Che domande, oggi. “Siamo avvisati. Il primo Rinascimento è stato un periodo di cambiamenti radicali sconvolgenti che hanno spinto la società verso, e spesso oltre, il punto di rottura. Ora, rischiamo di brancolare nel buio di nuovo, come individui, come società e come specie – e siamo già inciampati diverse volte. Ciò ha reso molti di noi cinici e timorosi del futuro. Se vogliamo raggiungere quella grandezza che ancora una volta è resa disponibile all’umanità, dobbiamo avere fede nella sua possibilità. Dobbiamo ampliare e condividere maggiormente i benefici del progresso. Dobbiamo combattere l’ignoranza con i fatti, e la paura con il coraggio. E dobbiamo aiutarci a vicenda per far fronte agli shock che nessuno di noi vedrà arrivare.”

*LE CITTA’ CHE SI MUOVONO

Paolo Venturi | Economia collaborativa, i pari fanno la differenza | Sole24ore
Criticare (bene) gli eccessi della sharing economy. “Il movimento del platform cooperativism (Scholz-Schneider) auspica un cambiamento dei modelli di proprietà e di governance delle piattaforme di condivisione e di scambio. Proprietà e governance devono essere ridefinite in senso cooperativo, consentendo non solo la produzione di valore attraverso la moltiplicazione degli scambi tra pari ma anche la ridistribuzione di questo stesso valore proprio a quei pari che lo hanno generato. Per questo motivo è necessario ripensare la sharing economy in senso cooperativo, facendo sì che gli stessi lavoratori freelance siano proprietari della piattaforma e possano partecipare alla sua gestione; è necessario condividere non solo il “codice” della piattaforma, ma anche le modalità attraverso cui si genera e si ridistribuisce questo valore.

Marco Brunati | Quale ruolo per il cittadino del XXI secolo | ForumPA
Ci troviamo in una foresta di mangrovie, ambiente ibrido che richiede di adattarsi alla vita Onlife (mix tra online e offline). “L’innovazione non è un obiettivo per il cittadino, al massimo è un mezzo, uno strumento. Da tecnico (di formazione sono un informatico) e appassionato di tecnologia, riconosco l’importanza di lanciare un monito: non facciamoci ingannare (di nuovo) dalla tecno-utopia, la tecnologia non ci salverà tutti. Non lo farà nemmeno l’innovazione. Dobbiamo scendere più in basso, alla natura stessa del ruolo del cittadino. Dobbiamo concentrarci sulle persone e sulla loro visione del mondo, su una costruzione di senso (e di futuro) che non vedo oggetto di questa campagna elettorale.”

Bruce SterlingStop Saying ‘Smart Cities’ | The Atlantic
E se la smettessimo con la Smart City, almeno come etichetta? I didn’t expect to see this, but neither did city planners. Back in the internet days, the fact that everybody had broadband and cellphones made it look like city government would become flat, participatory, and inclusive. You still see this upbeat notion remaining in the current smart-city rhetoric, mostly because it suits the institutional interests of the left. Community leaders, grassroots activism, the people who want to “participate”—to point, click, and fix the potholes—there are plenty of such people around. However, they’re always the people who think a city-council meeting or a labor-union rally are interesting. They’re not interesting. They’re important, but they’re dull.
That’s why smart cities, in this new digital era of Big Five and China-BAT industry consolidation, drift away from open public websites and popular comments. Instead, they’re adopting that new surveillance-marketing paradigm of “data extractivity.” Why trouble to ask the “citizens” what they want from urban life, when you can accurately surveil the real actions of city’s “users” and decode what they’re actually doing, as opposed to what they vaguely claim they might want to do?”

Caterina Serra |Le nostre città invase dal demone del cibo| L’Espresso
Per rispondere alle sollecitazioni gastronomiche delle città che abitiamo dovremmo mangiare quindici volte al giorno. Perchè il cibo (e tutta l’industria legata a esso) è strumento potente che determina le scelte urbanistiche e sociali. “La gentrification ha bisogno della beautification, l’imbellimento, l’estetista, la truccatrice, che imbelletta ogni commercio. Chi non ha chiuso per lasciare il posto alla perpetuazione di un marchio, ha pensato di doversi rifare un po’ il look, come ogni panificio sotto casa che oggi è una boutique del pane, con il casereccio che dagli scaffali d’argento finisce in sacchetti rosa confetto dall’aria un po’ sexy. Così come il formaggiaio, il salumiere, l’alimentari sono vetrine di una nuova Tiffany, dove l’agio di un’estetica esclusiva fa pensare che niente di male può accaderci, dove sentirsi meglio se si è un po’ giù è possibile, direbbe Holly Golightly, se solo quei viveri fossero gioielli da desiderare.”

Elena Taverna | Portinerie di quartiere: tre buoni motivi per promuoverle | Labsus
La centralità della prossimità di vita. Il bisogno di ritrovare legami sociali forti. Le portinerie di quartiere come istituzioni (informali) del quartiere che riscopre il potere della quotidianità. “Quante volte abbiamo sentito dire la frase: un tempo si poteva lasciare la porta di casa aperta? Nessuno oggi si sognerebbe di farlo… Nemmeno nei piccoli paesi. In questo clima di totale sfiducia verso il prossimo (per non parlare delle recenti derive xenofobe, violente… fasciste che stanno mettendo a dura prova la tenuta “civile” del nostro Paese) nuovi bisogni e ritmi frenetici del contemporaneo ci pongono davanti a tante, piccole o grandi, sfide quotidiane, che molto spesso non siamo in grado di affrontare da soli. Si tratta di bisogni emergenti, in alcuni casi semplici, come quello di ricevere un pacco postale ordinato su una piattaforma online. Nuovi bisogni che seguono in parte anche i ritmi frenetici, flessibili, del mercato del lavoro: come quelli di un lavoratore freelance, che tra le diverse occupazioni non riesce a trovare il tempo di portare a spasso il cane (se non ha già rinunciato a prenderlo), stirare le camicie o annaffiare le piante. Piccole ma continue attività che ci rendono la vita più serena, se curate da una persona di cui ci possiamo fidare.”

Daniela Selloni | Progettare la città insieme alla cittadinanza | Desis Network

Flaviano ZandonaiSpazi fuori dal comune. Rigenerare, includere, innovare | Rivista Impresa Sociale
Un libro che non sono ancora riuscito a leggere ma che mi incuriosisce moltissimo, e che – partendo da alcuni casi specifici – descrive possibili modelli di rigenerazione urbana dalle caratteristiche generative e coinvolgenti. “Un filone di studio e intervento – al centro dell’attenzione ormai da quasi un decennio, in particolare grazie ai lavori di ricercatori come Frank Moulaert – che nella review della letteratura della prima parte del libro (inframezzata da esperienze di base) trova ulteriore conferma, dimostrando che l’approccio context dependent è il più consistente nell’interpretare e interrogare i principali topic relativi alla social innovation: i processi di “community making” artificiali, i modelli di scaling di esperienze estremamente localizzate e soprattutto i meccanismi di “apprendimento istituzionale” che contribuiscono a cambiare le regole del gioco a livello di design e implementazione delle politiche.” 

Tomaso Montanari |Il Paese può salvarsi grazie a “quel che resta” | Altreconomia
Un libro che mi attende perchè affronta il tema dei margini, di quello che viene descritto come scarto ma che invece diventa il punto di partenza di un diverso futuro. “È un libro urgente: politico nel senso più alto e più letterale, perché è un libro che forgia strumenti nuovi per ripensare la città e la comunità. È anche un testo profondamente poetico, una sorta di celebrazione del valore costruttivo della nostalgia. Riprendendo un filo di pensiero altissimo (quello, per esempio, del Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi), Teti non ci dice cosa dobbiamo fare per salvare “quel che resta” (cioè il passato che è ancora tra noi), ma ci spiega perché “quel che resta” può salvare un presente integrato e sicuro di sé. Chiudendo il racconto del suo incontro con una comunità di clarisse che ha deciso di vivere la propria clausura in Calabria, egli scrive di come “la richiesta di aiuto si è miracolosamente trasformata in offerta di aiuto”.”

Andrea Ferraretto |La cura della fragilità: il sentiero da intraprendere per creare il futuro | Lavoro Culturale
Sempre di aree interne – in attesa di vedere il Padiglione Italia a Venezia, a esse dedicato – e di come rigenerarne la vivibilità, insieme tutelando le unicità e valorizzandone le energie migliori. Va cercata e aiutata “una comunità capace di custodire e curare il capitale naturale, adottando pratiche di gestione che tutelino l’integrità degli equilibri e il loro costante rinnovamento, in grado di permettere uno sviluppo basato sulla capacità di amministrare con buon senso, senza consumare e perdere capitale. Va rivalutata “la fragilità intesa come valore se coniugata con l’idea stessa di manutenzione, costante e concreta, del bene comune, del capitale naturale e del capitale sociale: dalla fragilità alla bellezza, in una direzione che prenda spunto dalla capacità di avere visione, mettendo, al centro, i tempi della natura, il ritmo che è alla base del funzionamento dei sistemi naturali. Una fragilità che è essenza stessa degli ecosistemi, dove la manomissione delle relazioni che legano ambiente e uso delle risorse naturali è alla base della prosecuzione, in un’ottica di sistema circolare, dei cicli che regolano la disponibilità di servizi ecosistemici.

Francesco Mannino |Tra­sfor­ma­re i luo­ghi del­la cul­tu­ra in can­tie­ri di cit­ta­di­nan­za per le nuo­ve ge­ne­ra­zio­ni | SicilianPost
Lì dove maggiormente la crisi ha colpito maggiori sono state le capacità di cambiare i modelli e di ragionare in modo diverso. Anche sui progetti e processi culturali, sapendo raccogliere la sfida del coinvolgimento e della verifica degli impatti. “I no­stri ra­gaz­zi han­no bi­so­gno di tre cose (più due), da par­te del­le or­ga­niz­za­zio­ni cul­tu­ra­li. La pri­ma: me­dia­zio­ne. I luo­ghi del­la cul­tu­ra non pos­so­no es­se­re solo spa­zi in cui fare in­con­tra­re e co­no­sce­re gli og­get­ti cul­tu­ra­li (ope­re, ma­nu­fat­ti, re­per­ti, com­po­si­zio­ni, co­reo­gra­fie, li­bri, do­cu­men­ti) come fini ul­ti­mi del­l’a­zio­ne de­gli adul­ti, ma quel­li (gli og­get­ti) de­vo­no es­se­re stru­men­ti per ri­flet­te­re sul pas­sa­to, sul pre­sen­te e per­ché no, sul fu­tu­ro. La se­con­da: re­la­zio­ni. Una ca­rat­te­ri­sti­ca del­l’e­tà ado­le­scen­te è il bi­so­gno di in­te­ra­gi­re con i pro­pri coe­ta­nei, so­cia­liz­za­re e col­la­bo­ra­re: i luo­ghi del­la cul­tu­ra de­vo­no es­se­re fa­ci­li­ta­to­ri di que­ste re­la­zio­ni, luo­ghi si­cu­ri dove at­ti­var­le. La ter­za: coin­vol­gi­men­to. I ra­gaz­zi non vo­glio­no solo as­si­ste­re iner­ti a le­zio­ni e vi­si­te gui­da­te, ma vo­glio­no par­te­ci­pa­re, con­tri­bui­re a crea­re sen­so, pren­der­si cura di luo­ghi e og­get­ti si­gni­fi­ca­ti­vi, dire la loro.”


 

 

 

 

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