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Abbiamo (almeno) un problema e (forse) un’opportunità da cogliere

In Ponti di vista on giugno 20, 2018 at 8:22 am

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Ho ascoltato alcuni passaggi del monologo di Roberto Saviano martedì scorso nel programma di Giovanni Floris. Tema i fenomeni migratori e la retorica collegata ai loro effetti sociali e politici. Quasi mezzanotte. Pubblico immagino – come me – sufficientemente assonnato, definitivamente steso cinque minuti più tardi dal riproporsi di argomenti fiscali e pensionistici. Roberto Saviano, questa la mia sensazione, è risultato efficacemente inutile. Inutilmente puntuale. Eppure necessario. E puntualmente emozionante. Sia per chi – in una polarizzazione sempre più evidente e netta dei sentimenti – lo riconosce come coraggioso sostenitore di un’umana solidarietà che per la parte che lo accusa di replicare la sua quotidiana predica “buonista”, così come da nuovo vocabolario sembra intendersi tutto ciò che sfidi lo sdoganamento del politicamente scorretto, di tutto ciò che si esprima – per contrapposizione – in forma di rivendicato “cattivismo”. La vicenda Aquarius da questo punto di vista ci insegna due cose. La prima costituisce il (principale) problema che ci troviamo ad affrontare. La seconda una (potenziale) opportunità da cogliere.

Problema. La politica oggi vive e prospera – anche se in realtà muore suicidandosi, abdicando – su picchi di emotività, dinamiche comunicative frenetiche e continui processi di scomposizione e ricomposizione del dibattito pubblico, o di quel che ne rimane. Un frullatore impazzito perennemente acceso, che moltiplica l’output comunicativo al netto di una riduzione direttamente proporzionale di quello che dovrebbe essere l’obbligatorio input, ossia il tempo dedicato alla riflessione e all’organizzazione di un pensiero minimamente strutturato. Serve – se si vuole stare dentro questo campo di gioco, per me ogni giorno più impraticabile e pericoloso  – essere dannatamente smart, nell’accezione più degenerata e brutale del termine. Svelti di testa e di dito (sullo smartphone), spregiudicati nel non avere remore di fronte alle occasioni che si presentano (compresa una nave di disperati in mezzo al mare, paragonata a “una crociera” nel Mediterraneo), disponibili a rimettere in gioco continuamente l’intera posta in palio, in un flusso costante di provocazioni e di frasi a effetto, usate come grimaldello per conquistare da un lato consensi e dall’altro per spiazzare gli avversari, rendendo tossico il contesto dentro il quale ci si muove.

tweetUn ruolo – quello del Ministro/provocatore, del twittatore compulsivo – che in questi giorni Matteo Salvini ha saputo interpretare in maniera efficace, sfruttando l’ascendente che la politica ha sui cittadini nel momento in cui i linguaggi utilizzati si fanno più aggressivi, le dichiarazioni più assertive e taglienti, gli hashtag strumenti di identificazione del nemico contro il quale si cementata l’identità e si  radicalizzano le invettive. Più che la qualità dei risultati dell’azione di governo conta qui la capacità di far sentire la propria voce, quanto più possibile rabbiosa nei confronti di qualcuno. Meglio di me nei giorni scorsi ne ha scritto Giuseppe De Rita.

“Chiudiamo i porti”, “fare la voce grossa paga”, “è finita la pacchia”, “basta con il buonismo”, “stop al business dell’accoglienza”, “non c’è posto per tutti”, “aiutiamoli a casa loro”, “i rom italiani dobbiamo tenerceli” sono gli elementi di un campionario verbale che si fa proposta politica, a presa rapida. “Prima noi” è esemplare nel raccontare un periodo di politiche muscolari e aggressive, per le quali il mercato oggi è florido.

A questa spirale (fuori e dentro il web) ci si può – e ci si deve – opporre. Ma non basta. Perché manca, o è fragilissima, un’alternativa capace di pensare e mettere in pratica una sufficiente radicalità utopica, tanto nei contenuti quanto nelle forme proposte.

Una proposta generatrice di un campo altro dentro il quale confrontarsi e immaginare.  Non moralista ed supponente nel suo modo di intendersi migliore rispetto a chi oggi è impegnato a urlare, ma capace di trovare gli strumenti – politici e culturali – per abbassare il volume di quelle urla che in questi giorni si fa insopportabile. Sfortunatamente, infatti, non basterà sottolinearne le sgrammaticature, analizzarne le debolezze nella filiera educativa, denunciarne la mancanza di tatto e la violenza verbale. Servirà far prevalere – facendolo emergere e condividendolo – il lato femminile della politica, ancora troppo marginale e silenzioso. Un modo, empatico e creativo, di guardare al mondo. Un approccio gentile che sfida la maschilizzazione, fatta di uso e abuso della forza e dell’aggressività. Il punto di partenza per ricucire gli strappi, per prendersi cura delle vulnerabilità, per promuovere l’incontro e la mediazione dei conflitti. Un’opposizione che ci porti lontano dallo scontro, disarmandolo.

Opportunità. Detto dello stile e del metodo, non da meno è l’impegno che va destinato a comporre un’ipotesi diversa a monte dell’ultimo km (quello dei viaggi nel Mediterraneo che aprono simbolicamente la faglia tra accoglienza e rifiuto), allargando lo sguardo e allungando la visione. Bene lo ha descritto Alessandro Coppola:

“Doveroso scendere in piazza contro Salvini per aprire i porti (nda o contro la sua proposta sul censimento su base etnica dei rom). Ma fino a quando la sinistra europea non sarà capace di trattare la questione immigrazione nel quadro di un progetto di profonda trasformazione della società che riguardi la maggioranza degli europei a vincere, su questo, saranno sempre loro. La destra vuole che l’immigrazione rimanga una “single issue” e che la sinistra la tratti come questione “umanitaria” e fino ad ora ci è riuscita sostanzialmente indisturbata. Non è una questione umanitaria, riguarda l’organizzazione economica, sociale ed ecologica dell’Europa e del pianeta.”

I fenomeni migratori sono il segno delle trasformazioni in atto. Un messaggio dal futuro che ci impone di agire sul presente. Così come lo dobbiamo rispetto all’invadenza della tecnologia cui fatichiamo ad abituarci o alle crisi ambientali che modificano le caratteristiche del pianeta, attivando anch’esse nuove tensioni e movimenti.

Stanno cambiando gli equilibri. Possiamo pensare di rifugiarci nel passato, difendendolo (come si propone di fare Matteo Salvini, e come saremmo tentati di fare specchiandoci nella nostalgia di un tempo in cui “si stava meglio”, in cui la nostra centralità di occidentali rimane assicurata). Oppure possiamo batterci per “inventare il futuro”, sfidando l’ordine dato e contribuendo a raddrizzare il mondo, magari prendendo spunto dalla Blue Murble (l’immagine in testa a questo articolo), che nel 1972 – fotografata dallo Spazio – ci ritraeva con l’Africa incombente sopra le teste e non schiacciata sotto i piedi.

Il geografo Claude Raffestin ha parlato di “ciclo TDR” per spiegare il modo in cui i contesti territoriali evolvono costantemente, non rimanendo mai uguali a se stessi. Applicando la sua teoria al pianeta l’espansione della globalizzazione a scavalco del nuovo millennio corrisponde alla T (territorializzazione) e la fase di disordine geo-politico che stiamo vivendo è la successiva deteritorializzazione (D), scomposizione contraddittoria della fase precedente. Dobbiamo quindi prepararci alla R (riterritorializzazione) che verrà, sfidando chi la vorrebbe fondata sulla centralità dello Stato nazione, sulla difesa dei confini, sulla radicalizzazione della contrapposizione tra identità, sulla non negoziabilità dei propri stili di vita.

Kate Tempest con la sua poetica rabbiosa ci ricorda che l’Europa è persa:

Europe is lost, America lost, London is lost
Still we are clamouring victory
All that is meaningless rules
And we have learned nothing from history

Non esiste nessuna Europa da difendere in questo momento. C’è solo un’Europa da costruire. Questa è la vera opportunità che non ci possiamo lasciar sfuggire.

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