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Una strada di persone…

In Supposte morali on luglio 8, 2018 at 8:38 pm

Elisa_Vettori_21

Giovedì scorso mi sono svegliato e sono scoppiato a piangere. Un pianto nervoso, unito a un senso di smarrimento che mi ha accompagnato per tutta la giornata. Mi sentivo svuotato. Scarico di qualsiasi tipo di energia. Ho attraversato ventiquattro ore ciondolanti, difficili e – per alcuni versi – angoscianti. Ho ripensato a un bel pezzo scritto qualche giorno prima da Alessandro D’Avenia (eccolo). Elogio della fragilità si intitolava e io ero proprio quella roba lì. Mi ci ritrovavo totalmente. Mi ci potevo specchiare, riconoscendomi triste e affaticato.

Fragile. Fragilissimo. Incapace di riconoscere il valore generativo di quella mia condizione (chi ci può riuscire da solo?) e chiuso dentro una spirale di negatività che mi faceva progressivamente ripiegare su me stesso. “Una strada di libri” era alle porte e la sentivo come un cappio al collo che andava via via stringendosi. Mi mancava il fiato e con esso la necessaria lucidità. Avrebbe retto il tempo? Sarebbe passato un numero sufficiente di persone durante i due giorni di attività? Come avrei gestito la disposizione dei volumi, l’allestimento, l’organizzazione dei singoli eventi? Dove sarebbero finiti i libri avanzati?

Ansia (da prestazione) la si potrebbe chiamare se si volesse semplificare. Premesse di depressione mixate con un certo senso di solitudine che – al netto del mio essere estroverso agli occhi di tutti, un pezzo di maschera che ognuno di noi applica quando ne sente bisogno – mi accompagna da un po’ in esperienze lavorative (la prossima nascita della libreria due punti), politico/culturali (la mia esigenza di esprimere i mie punti di vista sul futuro del mondo che abito, e di non volerlo fare da solo), genitoriali. Un buco nero – fortunatamente temporaneo, ma in ogni caso latente e pronto a rifarsi vivo – che mi ha portato addirittura a riflettere della possibilità di annullare all’ultimo l’intera iniziativa (soluzione poi accantonata…) e a dubitare delle mie capacità a ogni livello. Organizzativo e professionale, così come umano e famigliare.

Un dubbio che – almeno per il momento – ha trovato ristoro dentro le relazioni (più o meno prevedibili, alcune insospettabili) che si sono mosse attorno a “Una strada di libri”, rendendola “Una strada di persone”. Ci siamo presi cura della città, foderandone una strada con migliaia di libri. Ci siamo presi cura di noi stessi, rallentando i ritmi e perdendo un po’ di tempo con il naso appiccicato al selciato. Ci siamo riconosciuti comunità (almeno per un paio di giornate), abitando lo spazio pubblico con naturalezza e senza bisogno di chiederci il perchè. Ci siamo parlati e ascoltati, soprattutto fuori dagli appuntamenti che il programma prevedeva. Ci siamo interrogati sul nostro futuro, partendo dalla sperimentazione della vita quotidiana di un contesto senz’auto che ritrova la sua prossimità di quartiere.

Ci siamo voluti bene e ci siamo – io per primo – sentiti un po’ meno soli. Ho smesso di piangere e sono riuscito a esternare le mie debolezze che hanno trovato sostegno nei tanti che mi sono trovato vicino o che semplicemente sono passati a dare uno sguardo. Scatoloni alzati insieme. Risate su titoli improbabili. Salami e birre come cene popolari e sommarie. Selezioni neomelodiche, poesie rivoltose, concerti popolari. Laboratori per bambini e non solo. Notti insonni e marciapiedi consumati. Cooperazione e complicità. Socialità e politica. Singoli e collettività. La città e suoi abitanti.

“Solo la fragilità e il dolore, presi per mano dall’amore (tempo, cura, parole), ci portano nel punto più profondo del mondo, in cui abitano gli uomini spogliati dalla bugiarda pretesa di autosufficienza, causa di ogni amara solitudine. Solo quando un uomo carica sulle sue spalle il dolore altrui, allora il dolore è abitabile e superabile, come Simone di Cirene costretto dai soldati a portare la croce di Cristo, gesto indagato con tenacia da Andrea Tarabbia nel recente «Il peso del legno»: «Simone sente che quel morituro gli appartiene in virtù del gesto che ha fatto per lui». E questo vale per ogni vita fragile: un bambino in grembo, un malato, una persona sola, perché soltanto il gesto che difende la vita, per quanto faticoso sia, la moltiplica. Riparare i viventi è il segreto di chi vuole farsi e dirsi vivo, perché la soluzione al dolore non è una spiegazione, ma una compagnia.

Grazie a tutti, ognuno per la sua parte e per il tutto che abbiamo vissuto insieme. Rifacciamolo, in modo sempre diverso.
Non perdiamoci di vista. [cit.]

Federico

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