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Fuga da flatlandia. Ovvero il bisogno di una nuova dimensione politica.

In Ponti di vista on agosto 17, 2018 at 7:53 am

adventure-beautiful-boat-210271C’è (più di) qualcosa che non torna nel percorso di avvicinamento alla scadenza elettorale del prossimo 21 ottobre. Ma come siamo arrivati a questo punto?

Guasto è il mondo, come diceva Tony Judt, e in pochi sembrano seriamente impegnati nel tentare di dargli un nuovo – diverso e migliore – equilibrio. Troppo concentrati a difendere il ricordo dei “bei tempi andati”, descritti ironicamente da Michel Serres in un recente pamphlet. Convinti che dalla confusione di quest’epoca in transizione si esca innestando la retromarcia e affidandosi alla retrotopia di cui ha scritto Zygmunt Bauman. Lisciando il pelo alla nostalgia – galleggiando nel “lutto per ciò che non è stato…” raccontato da De Rita – invece di assumersi la responsabilità e coltivando l’ambizione di essere i costruttori del mondo nuovo di cui abbiamo bisogno.

Il riverbero della condizione globale non risparmia neppure la piccola e periferica provincia che abitiamo. Un flusso che impatta di cui bisogna tenere conto, accorgendosi inoltre dell’esaurimento – ormai evidente – di un ciclo politico, e non solo. Si è sgretolato il consenso, collegato anche alla filiera di potere e relazioni costruita negli ultimi vent’anni. Si è inceppata la visione, con responsabilità evidente di una classe politica invecchiata e fragile, poco propensa alla propria sostituzione. Si è sfarinato il corpo sociale, perché a soffrire non è solo la componente politica ma l’infrastruttura stessa su cui essa si trova ad agire (basti pensare in questi anni alle difficoltà del mondo cooperativo, ai casi Itas o Trento Rise o ai conflitti crescenti all’interno dei mondi associativi e comunitari).

Da questo stato di passaggio deriva l’incerta geografia politica di questa fase, caratterizzata da spaesamento e incertezza, rinserramento nelle identità particolari e tentativi velleitari di conservazione dell’esistente.

Il cambiamento è l’obiettivo (almeno a parole) di tutti. Come questo poi debba realizzarsi non è al momento dato sapere e come in Flatlandia – romanzo scritto da Edwin A. Abbott nel 1884 – siamo ancora in attesa di un movimento di persone sufficientemente visionarie (nel romanzo è una sfera che insinua il dubbio nelle altre figure geometriche abituate alla realtà bidimensionale) che sappiano indicare agli altri abitanti di un mondo a due dimensioni ed estremamente polarizzato. Destra vs sinistra, buoni vs cattivi, cittadini vs valligiani, locali vs globali, uomini vs donne, giovani vs vecchi. Una terza dimensione necessaria per modificare davvero i connotati del contesto che abitiamo.

Per il momento il moltiplicarsi del numero delle forze (o debolezze?) politiche disposte a scendere in campo – il Corriere del Trentino ne ha contate addirittura trenta – dimostra plasticamente, in un territorio di 400.000 elettori e con una legge elettorale marcatamente maggioritaria, la distanza preoccupante tra rappresentanza formale e rappresentanza sostanziale in questo panorama. Ciò che movimenta maggiormente il quadro politico sono in queste settimane operazioni che stanno – a vario titolo – dentro il meccanismo della personalizzazione della politica (l’onda lunga del leghismo salviniano, la salita in campo di una personalità “salvifica” come quella di Paolo Ghezzi, la presunta rivoluzione gentile di Geremia Gios, la rottura del tecnico/politico Daldoss che si mette in proprio, le beghe interne del M5S, la cocciutaggine nel legare il futuro del Trentino alle sorti di Ugo Rossi) mentre quasi completamente assente è la dimensione collettiva e comunitaria che pure – a guardar bene – non è priva di segnali interessanti che coinvolgono tanto il mondo economico quanto quelli sociali e culturali, quotidianamente alle prese con la messa alla prova della propria sostenibilità all’interno di una realtà in trasformazione.

Si continua a battere sugli stessi tasti (identità, Autonomia, territorio, responsabilità, sviluppo) e a muoversi all’interno di schemi già visti – la coalizione di centrosinistra da rigenerare, il civismo come affrancamento dalla politica che non ha fatto il suo lavoro –  mentre invece servono sogni e idee adatti ai tempi che stiamo vivendo, come condizioni di base di una fase nuova che ancora non si sta aprendo. Bene hanno fatto nelle scorse settimane Simone Casalini, caporedattore del Corriere del Trentino, e Luca Oliver, presidente della Acli Trentine a sottolineare questo vuoto da colmare.

Con qualche appunto. Quando si parla di utopia non ci si sta muovendo nel campo dell’irrealizzabile ma del non ancora realizzato, compito questo che la politica deve assumersi. Quando si fa riferimento ai sogni più che ai propri dovremo essere in grado di farci carico di quelli degli altri, condividendoli e cercandone una realizzazione comune. Quando si cercano idee innovative, difficilmente queste si trovano nella testa di un singolo soggetto, mentre vanno invece cercate dentro l’esperienza della comunità, così come Aldo Bonomi ha in maniera esemplare descritto di recente:

“Oggi siamo alla ricerca di un nuovo intelletto collettivo sociale, adeguato alla nostra epoca. In questo senso occorre ripartire dalle tante comunità concrete resilienti ed altre rispetto all’ideologia dell’adattivismo e allo storytelling del rancore.

Occorre cercare oasi che rimandano all’attraversamento del deserto. La sabbia è tanta e l’esodo verso l’altrove incerto.

L’augurio per i prossimi anni a venire, è che questa proliferazione di resistenza sociale allo stato presente delle cose riesca a fare condensa. Che questi luoghi di resilienza che hanno incorporato un’altra visione, un altro modello di sviluppo e tracce di speranza di un altro mondo possibile, riescano a mettersi in mezzo per far crescere un intelletto collettivo sociale capace di essere rappresentanza che chiede reddito e senso contro le diseguaglianze.”

Mi si dirà – come spesso accade – che manca la pars construens in questo mio ragionamento. Se questa si deve ridurre a una proposta da mettere in campo il prossimo 21 ottobre posso concordare. Se invece quella data (qualunque sia il risultato che uscirà dalle urne) sarà – come credo – un passaggio interlocutorio e non risolutivo allora ecco che qualcosa di diverso può prendere forma.

Serve sottrarsi – per quanto possibile – dalla ricerca spasmodica del consenso a breve termine, fuoco fatuo che continua a bruciare chi ci sia avvicina troppo, e serve smettere di associare ogni propria scelta o valutazione a frasi tipo “ascoltate la gente…”, o “non si può negare che la gente ci faccia capire che…”. Vanno invece raccolti i segnali di criticità facendoli diventare contributi generativi di trasformazione.

Bisogna diffidare delle sole appartenenze “valoriali” (quelle che tanto ci rassicurano nelle “bubble” dei sociale network), necessarie per serrare le fila dei fronti contro qualcosa o qualcuno e costruire pezzo per pezzo un’alternativa credibile alla stato delle cose. Incrociando utopia e concretezza, punti di vista diversi e complementari, competenze molteplici utili alla ristrutturazione in profondità dei meccanismi democratici.

Va ricercata la prossimità massima, praticando il “corpo a corpo” quotidiano della realtà degli spazi di vita che attraversiamo ogni giorno, siglando alleanze cooperative che si riconoscono nell’immaginario di futuro che un politico e sindaco illuminato come Guglielmo Minervini descriveva così:

“La crisi, il cambiamento, il passaggio dall’abbondanza alla scarsità, un’idea di convivenza da ricostruire sulla consapevolezza del limite, del finito. E poi una nuova idea di cittadini che da consumatori passivi, idioti sociali, diventano protagonisti consapevoli e responsabili, la ricchezza che si misura anche con la felicità e non solo con la crescita, una nuova economia fondata sulla responsabilità e non solo sul dogma del profitto”

Da qui si potrebbe partire in un viaggio che non si prospetta breve e si preannuncia tortuoso.

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