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Tempi interessanti da abitare con coraggio. La poesia da ricercare. Un convivio da rianimare.

In Ponti di vista on maggio 27, 2019 at 12:58 pm

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La mia riflessione sul voto di domenica – dall’Europa fino al Trentino – parte da Andrea Zanzotto:

“in questo progresso scorsoio
non so se vengo ingoiato
o se ingoio”

Aforisma perfetto per descrivere  il vicolo cieco nel quale si è infilato l’intero Occidente, e in particolare l’Europa. L’interpretazione di un poeta capace di riconoscere ciò che tra le righe della realtà si sedimenta e non solamente ciò che agli occhi appare più evidente.

In quest’opera di verità ci aiutano anche Gianmaria Testa:

Povero tempo nostro
E poveri questi giorni
Di magra umanità
Che passa i giorni e li sfinisce […], 

e Vinicio Capossela:

Il povero Cristo 
è sceso dalla croce 
e Cristo come era 
ha incontrato l’uomo 
aveva un paio di baffi 
e un coltello da affilare 
lo sguardo torvo non 
smetteva di sfidare 
e gli ha detto: “Cristo, spostati e lasciami passare 
non voglio sentir prediche, ho già molto da fare”

Questa premessa potrebbe apparire velleitaria, naïf. Eppure sono proprio i poeti, i loro sguardi non omologati. che aiutano a sfuggire alle spire di un gorgo che sembra stringersi sempre più intorno a noi. Il poeta veneto segnalava in anticipo la crisi – di sistema, non temporanea – nel pieno di quel Novecento che, dopo aver promesso troppo, chiede ora conto di quelle esagerate aspettative.

“I desideri (e i sogni) che marciscono diventano odio”, scrive Walter Siti.

L’attuale contesto ci propone (anzi, ci impone) un diverso equilibrio geopolitico su scala globale che non ci vede più al centro, ma periferici e deboli. Fa emergere crescenti diseguaglianze che amplificano conflitti e senso di insicurezza a ogni livello della società, specialmente quelli più popolari. Rende esplicite le esternalità negative di uno sviluppo senza limiti e morale, che impatta sulla sostenibilità delle nostre stesse esistenze, allo stesso tempo vittime e colpevoli di un imminente collasso ambientale. Si trova a subire gli effetti dell’invasività di tecnologie che non emancipano l’Uomo ma ne costringono e precarizzano la vita. Ci colpisce attraverso un sistema comunicativo sempre più aggressivo che rende difficoltoso (impossibile?) il dialogo, genera polarizzazione e agisce costruendo comunità per opposizione e mai di progetto, rafforzando individualismo e sue deleterie derive.

Non è da oggi che segnalo il bisogno di un passo di lato, sottraendosi alla furia del rumore di fondo che ci stordisce, al fine di reimpostare la rotta. Bisognerebbe saperlo fare anche ora, non lasciandosi sommergere dalle analisi post-voto che pure vanno impostate: quanto è solida la bolla salviniana? come si inserisce nella fragilità del quadro politico europeo e nella sua probabile ingovernabilità? come si possono solidificare elettorati diventati così gassosi e schizofrenici? cosa resta dell’esperienza di Ada Colau e del municipalismo a Barcellona, oggi sconfitto? che significato hanno le esperienze ambientaliste così forti Europa? come ripartire da Trento città per cambiare il Trentino tutto, oggi colorato di verde? come sfuggire al corto circuito della comunicazione per ricominciare a fare Politica?

Non dimenticando queste domande dobbiamo impegnarci allargando lo sguardo e regalandoci il tempo – decidendo di rallentare per capire –  di essere per un momento poeti, capaci di coniugare l’apparente inattualità del ragionar per versi con l’ambizione concreta di essere anticipatori di ciò che sarà, anche oltre la buriana di un presente disordinato che fatica a trasformarsi in futuro.

A questo ruolo profetico e coinvolgente fa riferimento Laurent Gaudé nel suo Noi, Europa:

Abbiamo dimenticato che non siamo soltanto una folla di individui che tendono alla propria felicità,
ma un’entità che deve illuminare il suo tempo con idee nuove?
La parola “missione” ci fa paura?
La troviamo opprimente,
Ma rifiutarla non la cancellerà.
Rifiutarla vuol dire solo decidere di tradirla.

Un grande convivio.
Ecco cosa ci serve adesso.
[…]
Portate quel che serve per fare bisboccia e dibattito.
Questa è la nostra missione:
Far tornare i popoli al cuore dell’Europa.
Invitare l’utopia e la collera,
perché mai niente si è fatto senza di loro.

Quella tratteggiata è l’idea di un’Europa che non c’è ma che dovrà essere se non si vorrà assistere inermi al rattrappimento del continente – e di conseguenza del Mondo – che ci troviamo, almeno temporaneamente, ad abitare. Coinvolti come siamo in quei tempi interessanti che sono insieme augurio e minaccia, allo stesso tempo speranza e incubo che possono diventare – alternativamente, anche per merito o a causa nostra – realtà.

Utopia e collera corrispondono invece alla necessità di saper guardare oltre la contingenza, descrivendo un’idea diversa e migliore di destino da costruire collettivamente e al tentativo di disobbedire all’idea che non esista alternativa da un lato al farsi contagiare dal rancore e dall’altro all’egoismo autodistruttivo del “prima noi”.

Il convivio è invece il metodo da sperimentare con rinnovata curiosità e coraggio. E’ la parola come strumento di relazione con l’Altro. E’ la strada (la piazza, il bar, la Chiesa, la scuola, la casa) come luogo della messa in comune dei dubbi e delle frustrazioni e – parallelamente – dei desideri e dei progetti. E’ il tempo dell’elaborazione della complessità e della sua necessaria condivisione, da tradurre in un’ipotesi di percorso comune.

Quando ci incontriamo? Facciamolo presto, meglio se subito. In luoghi che si facciano accoglienti, con un orario d’inizio ma non uno di fine, sperimentando metodi coinvolgenti e gioiosi. Con il comune obiettivo di chiarirci le idee e re-imparare a curare i punti di crescenza delle nostre comunità, oggi così fragili e smarrite.

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